Andrea Accorsi e Daniela Ferro.
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I personaggi pi malvagi della storia di Milano.
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Principi, condottieri, carnefici, serial killer, banditi e terroristi.
Il lato oscuro della Milano feroce e criminale
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2013. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Gli autori tracciano il loro oscuro labirinto narrando con oggettivit vicende inquietanti. Il terrore diventa un affare di famiglia. Laura Laurenzi, la Repubblica.
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Una carrellata di fatti oscuri e crudeli, operati da famiglie che hanno utilizzato ogni genere di sopraffazione per difendere il proprio nome e potere. Panorama.it.
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SI DICE CHE IL MALE ABBIA MOLTE FACCE. NELLA STORIA DI MILANO QUESTE FACCE SONO STATE QUELLE DI PRINCIPI E DI CONDOTTIERI, STREGHE PRESUNTE E VERI CARNEFICI, SERIAL KILLER E POLIZIOTTI PREZZOLATI, BANDITI E TERRORISTI. Accomunati da efferatezza e origini, hanno mietuto le loro vittime con l'inganno o con la violenza trasformando la capitale morale d'Italia in un autentico Far West. Questo libro rivela vizi privati e pubbliche crudelt di duchi e contesse delle corti rinascimentali dei Visconti e degli Sforza; ricostruisce gli efferati crimini dei capi delle "polizie private durante i seicento giorni di Sal: ripercorre le gesta di bande criminali divenute a loro modo leggendarie, passando per i secoli delle congiure consumate all'ombra dei palazzi, dei processi sommari celebrati in nome di Dio" e della persecuzione dei patrioti nel periodo della sottomissione all'impero d'Austria. Non mancano i ricorrenti assassini seriali che hanno riempito le cronache fin dalla met dell'Ottocento, n i maggiori protagonisti - di destra come di sinistra - degli anni di piombo, alcuni dei quali sopravvissuti a quella stagione terribile, ai processi, alle condanne per riapparire a sorpresa ai nostri giorni, in alcuni casi pi potenti e feroci che mai.
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Gli Autori.
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ANDREA ACCORSI (Legnano 1968), giornalista professionista e ricercatore, lavora come capo servizio della redazione interni in un quotidiano nazionale. Studioso di storia del giornalismo e di criminologia, per la Newton Compton ha scritto molti libri e saggi sull'argomento.
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DANIELA FERRO (Milano 1977), giornalista pubblicista e saggista, ha scritto diversi libri, tutti editi dalla Newton Compton. Il suo blog, che condivide con Andrea Accorsi,  blog.libero.it/accorsiterro.
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Degli stessi autori:
101 personaggi che hanno fatto grande Milano.
Le famiglie pi malvagie della storia.
Gli attentati e le stragi che hanno sconvolto l'Italia.
Milano giallo e nera.
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TRA GLI ARGOMENTI TRATTATI NEL LIBRO:
BERNAB VISCONTI: L'INCARNAZIONE DEL MALE.
GIOVANNI MARIA VISCONTI: BIZZE E CAPRICCI DEL NERONE ALLA MILANESE.
GIAN GIACOMO DE' MEDICI: QUASI UN DRACUL.
BIANCA MARIA SCAPPARDONE: UOMINI E MANTIDI.
FRANCESCO MARIA GUACCIO: SCOPE E MARTELLI PER LE STREGHE.
LA BANDA CARIT: SINFONIA DI MORTE.
QUELLI DELL'APRILIA NERA: RAPINE E PALLOTTOLE FRA LE MACERIE.
RENATO VALLANZASCA: BANDITO A MILANO.
ANTONIO BUSNELLI: IL BECCHINO IN CORSIA.
GILBERTO CAVALLINI: IL KILLER NERO.
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RINGRAZIAMENTI.
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Gli autori ringraziano Giulia Guerriero, Massimo Lugli e Orazio Sorrentini per il contributo fornito alla stesura di alcuni capitoli.
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Indice.
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Introduzione di Pino Casamassima.
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Prefazione.
1. L'arroganza al potere.
2. Bizze e capricci del Nerone alla milanese.
3. Gli oroscopi del Duca.
4. Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo.
5. L'indice dell'inquisitore.
6. Quasi un Dracul.
7. Uomini e mantidi.
8. Santi e demoni in maschera.
9. Un Golem per la nobildonna.
10. Scope e martelli per le streghe.
11. La stretta Bagnera o White Chapel?
12. L'antipatriota.
13. Fino all'ultimo.
14. Sinfonia di morte.
15. Rapine e pallottole fra le macerie.
16. Bandito a Milano.
17. Giochiamo alla guerra?
18. Il killer nero.
19. Un ergastolano in libert.
20. Il predatore di vite.
21. Il becchino in corsia.
22. Noi, i ragazzi dello zoo di Satana.
23. Il solito sospetto.
24. Guerrieri di periferia.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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Introduzione.
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I milanesi ammazzano al sabato  il ttolo di uno dei romanzi di
maggior successo di Giorgio Scerbanenco, uno dei padri della
giallistica italiana, nonostante la sua origine ucraina.
Protagonisti dei
suoi tantissimi romanzi, quei milanesi che uccidono in quel giorno,
perch negli altri devono lavorare: Se non fosse stato sabato
- dice uno di essi - non l'avrei fatto tutto quel disastro. Molti dei
personaggi che affollano il nuovo e corposo libro della collaudata
coppia Accorsi-Ferro sono riconoscibili nella loro milanesit:
una cifra culturale ancor prima che anagrafica. Un tratto che segna
I personaggi pi malvagi della storia di Milano lungo un tempo che
scala gli anni fino al Medioevo della uggiosa esistenza - come la
qualificano gli autori - di Giovanni Maria Visconti: Una velenosa
serpe, che al neonato ducato procur solo danni e il rischio di una
precoce decadenza, se una congiura - quanto mai provvidenziale
per le sorti della citt - non avesse posto fine alla sua esistenza.
Quella del Visconti - fra i peggiori della blasonata gena milanese,
al pari dello zio Bernab e del fratello Filippo Maria -  una
delle tante storie malvagie che attraggono, anche grazie a un tratto
narrativo che gi conoscevo e che qui si conferma come fluido e
coinvolgente, proprio per la loro malvagit, perch, come potrebbe
spiegare qualsiasi studente di psicologia o sociologia,  il male che
affascina, non il bene. Il bene, per dirla con lo starec Zosima nei
Fratelli Karamazov,  prerogativa di pochi: i molti sono votati al
male, alla sua facile percorribilit. Il male  dunque alla portata di
chiunque, fino a diventare banale, come spiega Hannah Arendt
nel suo libro sul processo Eichmann.
Non di centinaia di pagine, ma di migliaia avrebbe potuto comporsi
questo libro se fossero state computate tutte le azioni malvagie
compiute da tutti i malvagi milanesi, cio da chi ha avuto la sua
nascita a Milano. Un discrimine che ha sfoltito una moltitudine di
malvagi che altrimenti sarebbe stata ben pi folta. Immaginate solo
se si fosse allargato il campo allo scenario milanese, prescindendo
dal luogo di nascita dei vari soggetti. Nella sua proverbiale generosit,
Milano ha ospitato - e ospita - tanti malvagi provenienti
da ogni dove. Tutti siamo abbastanza forti da sopportare il male
altrui, dice causticamente Franois de La Rochefoucauld nelle sue
Riflessioni, e questa incontestabile verit  il motore stesso della
Storia e delle storie della maggior parte degli uomini.
Sopportiamo '' il male ( altrui ) nelle sue diverse e molteplici forme
in ogni momento della giornata. Apprendiamo distrattamente del
suo compimento arrotolando con calma degli spaghetti o ingurgitando
con velocit un panino. Una morte sul lavoro o in guerra o
in un agguato o in un attentato o in famiglia intercettano la nostra
attenzione per pochi momenti. Anche il male si  adeguato alla velocit
del Novecento, diventando elemento consueto. La sua capacit
d'insinuazione fra le azioni umane  coerente con la sua umilt,
alla sua portata umana. Per questo nella sua chiesa sempre aperta
conta sempre pi fedeli: in alcuni casi - come vedremo in questo
libro - veri e propri militanti del male, non gi per la connotazione
politica, che pure  presente, ma per la costanza quasi maniacale
nel praticarlo, il male.
Le storie qui narrate rispondono alla logica maligna che non
si pone il problema etico del male, riverberando i pessimismi di
Dostoevskij (Se Dio non esiste - dice Ivan Karamazov - tutto 
possibile) e di Adorno (Dopo Auschwitz scrivere una poesia  un
atto di barbarie) e della stessa Agatha Christie, l'incontrastata
regina del giallo, secondo la quale gli uomini sono fondamentalmente
malvagi, perch tutti ripiegati sul proprio essere individuale,
alla ricerca del proprio bene. E proprio per quel bene si compie il
male altrui: un concetto caro a Giulio Andreotti, con la sostituzione
dell'io individuale con lo Stato. Per compiere il bene dello Stato
bisogna percorrere spesso le strade del male. (E lasciamo stare il
povero Machiavelli, il cui pensiero continua a essere svillaneggiato
con luoghi comuni privi di ogni riscontro oggettivo relativamente
al suo pensiero).
Da diversi anni mi sono dedicato alla storia del nostro Paese a
far data dall'immediato dopoguerra. Per questa ragione, il mio
interesse nei confronti di questo libro si  concentrato su alcune
storie qui presenti. Storie imbastite di Storia, insomma. A esclusione
di quella di Vallanzasca da lui stesso raccontatami a suo tempo in
un supercarcere, quando mi si present come il bandito, non un
bandito, le altre storie che mi hanno particolarmente interessato
sono state quelle legate alla politica; da quella della banda Muti
a quella della banda Carit. Per poi arrivare a personaggi quali
Marco Barbone, Gigi Cavallini, Massimo Carminati. Agenti della
malvagit dai diversi cromatismi politici.
Anche a essi - rossi o neri che fossero - cos come a tutti i malavitosi
comuni,  stata data una nuova opportunit: un secondo
giro nella giostra della vita, ch il primo gli era venuto proprio
male. Non come le loro vittime, fra cui, una per tutte, voglio qui
ricordare Walter Tobagi. Il giornalista di quel Corriere che me lo
fa sentire ancora pi vicino per la testata che ci accomuna. Tobagi
mor per far vivere Barbone come terrorista. Per permettere a lui
e ai suoi complici (lasciamo stare i commandi di sudamericana
memoria: la 28 marzo era solo un'accozzaglia di mentecatti) di
accreditarsi presso il prestigioso college delle Brigate Rosse. Per
arricchire insomma il loro curriculum, superando un esamino.
La morte di un uomo.
Appena entrato in galera, l'aspirante brigatista trov nel pentimento
la soluzione del suo futuro. Un futuro che oggi - a trentatr
anni di distanza da quella plumbea giornata del 28 maggio 1980,
fra l'altro anniversario della strage di Brescia - lo vede collaborare
a una testata giornalistica dalle cui colonne lancia perfino anatemi
morali che manco Haifa nel sinedrio. Nell'Italia dei tanti Savonarola
prt--porter ha trovato posto pure lui. Quel peccatuccio che
ha sul suo passato  talmente lontano nel tempo in un Paese senza
memoria - per dirla con Sciascia - da renderlo ormai quasi invisibile.
Nonostante ci, proprio la sua vita nuova dimostra la forza
della democrazia: quel sistema imperfetto che un secondo giro di
giostra lo permette anche a chi ha - da impunito rappresentante
della malvagit - compiuto il male.
Pino Casamassima
 
Prefazione.

Si dice che il male abbia molte facce. Nella storia di Milano queste
facce sono state di volta in volta quelle di principi e serial killer,
streghe presunte e veri carnefici, condottieri e poliziotti prezzolati,
banditi e terroristi, in una trasversalit di tempi, di circostanze e di
status sociali che sembra non avere eguali nella storia.
In nome del potere e al fine di conseguire meri interessi materiali
- talvolta celati dietro il paravento di ideologie pi o meno liberticide -,
uomini e donne nei secoli hanno mietuto le loro vittime con
l'inganno o con la violenza. Taluni hanno tessuto trame vaste e complesse;
altri, pi prosaicamente, si sono armati fino ai denti e hanno
colpito nel mucchio, trasformando la capitale morale d'Italia, o
altri luoghi della Penisola, in una sorta di Far West. In comune, la
loro origine: essere nati a Milano, citt che nel corso dei secoli 
divenuta una porta sempre aperta alle nuove idee e ideologie, buone
o cattive che fossero, dall'Illuminismo al Romanticismo, dalla Rivoluzione
alla Restaurazione, ma anche al fascismo, al brigatismo
e allo stragismo di Stato.
Ognuna di queste epoche storiche ha avuto due volti della medaglia.
Questo libro, che ne esplora quello buio, rivela vizi privati e
pubbliche crudelt di duchi e contesse nelle corti tardomedievali e
rinascimentali dei Visconti e degli Sforza. Ricostruisce gli efferati
crimini dei capi delle polizie private durante i seicento giorni di
Sal. Ripercorre le gesta di bande criminali divenute a loro modo
leggendarie, come quelle guidate nel secondo dopoguerra da Ezio
Barbieri e Sandro Bezzi (quelli dell'Aprilia nera) e negli anni
Settanta da Renato Vallanzasca, il re della Comasina. Ancora,
percorre i secoli delle congiure consumate all'ombra dei palazzi,
dei processi sommari celebrati in nome di Dio (l'inquisizione)
e della persecuzione dei patrioti nel periodo della dominazione
austriaca in Lombardia.
E non mancano i ricorrenti assassini seriali, che hanno riempito
le cronache fin dalla met dell'Ottocento (il mostro della Stretta
Bagnera, l'infermiere assassino, il killer della Martesana...),
n i maggiori protagonisti - di destra come di sinistra - degli anni
di piombo, alcuni dei quali sopravvissuti a quella stagione terribile,
ai processi, alle condanne, per riapparire a sorpresa ai giorni nostri,
in alcuni casi pi potenti e feroci che mai.
Un'avvertenza: il criterio utilizzato per la scelta dei personaggi 
stato - oltre, com' ovvio, alla natura malvagia della loro indole e
dei loro atti - la nascita a Milano, o nel Milanese. Per questo motivo,
il lettore non trover qui personaggi che hanno s vissuto e agito in
questa cornice, fino a restare a volte indissolubilmente legati a essa
nell'immaginario collettivo, senza tuttavia esservi nati.
 
Capitolo 1.
L'arroganza al potere
Bernab Visconti, 1323-1385.

Esistono diversi modi per rendersi memorabili e immortali. E se
alcuni hanno scelto la via del coraggio e della virt per incidere a fuoco il proprio nome nella memoria della gente, altri hanno seguito la direzione opposta, eccellendo in crudelt e scelleratezze. Bernab (o Barnab) Visconti appartiene alla seconda categoria.
Quest'uomo, vissuto nel 14esimo secolo, potrebbe essere presente in
una cantica dell'Inferno del grande poeta fiorentino Dante. Di lui
non si ricorda nulla o quasi all'infuori di aneddoti che hanno reso
celebre e proverbiale la sua cattiveria, e che gli hanno guadagnato la
giusta fama di diavolo in carne e ossa. Cronache e novelle del tempo
hanno tratto ampia materia di ispirazione dalla figura dell'orgoglioso
e prepotente signore di Milano, sulla cui ferocia traboccano storie
che sconfinano nella leggenda.
Una di queste vuole che nel castello di Trezzo si aggiri ancora oggi
lo spirito della sua anima, come se volesse riscattarsi, o magari reiterare
le sue nefandezze anche d all'altro mondo. Il diabolico Bernab
sembra avesse l'abitudine di gettare i corpi morenti dei nemici e
delle fanciulle sedotte nei pozzi del sinistro maniero, in alcuni dei
quali erano state collocate sul fondo delle lame.
Un'altra storia prende spunto dalla stanza della goccia e potrebbe
essere inserita di diritto nella serie di film horror diretti da
James Wan. Questa stanza era nei sotterranei del castello, scavati
direttamente in grotte naturali umide e con un continuo stillicidio di
acqua. I corpi dei malcapitati che vi venivano rinchiusi erano legati
proprio l dove cadeva una di queste gocce che lentamente, quasi a
punirli in vita, li condannava a una morte spirituale prima che fisica,
scavando in maniera lenta e inesorabile il loro cranio.
Bernab Visconti non risparmi un terribile destino neppure al
sangue del suo sangue: la figlia Bernardina pag con una condanna
crudele e irrevocabile il proprio amore per l'uomo sbagliato. E s
che il padre era un infaticabile donnaiolo, nonostante fosse sposato
alla nobildonna veronese Regina Della Scala, figlia di Mastino II.
La stessa Bernardina era nata da un rapporto extraconiugale:
Bernab l'aveva avuta dalla sua favorita fra le cortigiane, Giovannola
di Montebretto, ma l'aveva comunque riconosciuta come figlia
legittima. Come sposo a lei destinato, il padre scelse il condottiero
bergamasco Giovanni Suardo, discendente di una stimata - e soprattutto
ricca - famiglia ghibellina, alleata dei Visconti nel dominio
sulla citt. Insomma, sarebbe stato il classico matrimonio di convenienza,
sia economica che politica. Sarebbe stato, perch c'era
un imprevisto che si sarebbe rivelato insormontabile: Bernardina
non ne voleva sapere. E prefer concedersi alle assai pi gradite
attenzioni del noto libertino di corte Antoniolo Zotta. Ma i due
giovani non furono sufficientemente accorti nel condurre la loro
tresca amorosa. Bernab in persona li sorprese nel clou delle loro
appassionate effusioni. E l'ira del duca si abbatt come una falce
sui due amanti incauti.
L'uomo fin appeso per il collo, dopo essere stato falsamente
accusato di furto. Torturato, confess la colpa che non aveva commesso,
ossia aver tentato di scassinare la serratura di un forziere
di Bernab: quanto bastava per condannarlo a morte. Bernardina,
invece, fu murata viva in una segreta nella famigerata rocchetta di
Porta Nuova, con il solo beneficio di qualche sorso d'acqua e
un tozzo di pane ogni tanto. Fra molteplici sofferenze, e per di pi
nelle tenebre pi fitte, la ragazza sopravvisse sette mesi, prima di
rendere l'anima al cielo.
Forse per esorcizzare l'impressione popolare suscitata da simili
gesti, subito cominciarono a diffondersi voci che volevano Bernardina
scampata alla tremenda vendetta paterna. In molti giurarono di
averla vista aggirarsi nel chiostro del monastero di Santa Radegonda
(poi demolito), aggiungendo cos un altro fantasma alle leggende
circolate intorno ai Visconti. Un altro, ma non l'ultimo. Perch c' chi
sostiene di aver visto passeggiare fra le mura del castello di Trezzo
lo spettro di un'altra delle molte figlie di Bernab - che fra maschi e
femmine ne ebbe pi di trenta -, colpevole, come Bernardina, di un
amore proibito: la ragazza si era innamorata di uno stalliere, quindi
di un uomo di rango infinitamente inferiore al suo. Come punizione,
il corpo della sfortunata fanciulla assaggi le lame di uno dei pozzi
scavati nelle viscere del castello sull'Adda.
Fra le tessere del variegato mosaico che componeva la personalit
di Bernab Visconti vi era anche una forte componente anticlericale.
Ed  certamente curioso per un uomo che era nato (nel 1323)
in un convento e che, almeno sulla carta, era destinato alla carriera
ecclesiastica. Gi, perch proprio questa sembrava essere il suo
ineludibile destino; e se i propositi originari della famiglia ebbero
a mutare, fu solo in conseguenza dell'ardita e ambiziosa campagna
espansionistica intrapresa dai Visconti nella prima met del Trecento:
a quella campagna serviva assai pi un valente guerriero che un pio
e umile oratore, che nulla avrebbe portato ai sogni di gloria della
casata milanese.
Del guerriero, Bernab apprese tutte le qualit. Fu indomito, energico,
risoluto, spietato. E ostinatamente crudele, tanto da apparire
talvolta la caricatura di se stesso. Questo tuttavia non lo impar: la
sua indole malvagia e dispotica era innata.
Forse perch gli ricordavano il destino al quale era scampato, disdegnava
chiunque indossasse abiti religiosi. Inflisse un'ammenda
all'abate al quale aveva affidato i suoi cani da caccia - l'arte venatoria
era una grande passione di Bernab - perch li aveva lasciati
senza cibo. Ma il pover'uomo non aveva il denaro (quattromila
scudi) per pagare la sanzione: era solo un povero abate di campagna.
Bernab, allora, gli offr la possibilit di riscattare il suo debito
rispondendo a quattro semplici domande: quanto dista la terra dal
cielo, quanta acqua contiene il mare, che cosa fanno le anime dei
dannati all'inferno e quanto valesse la persona di Bernab Visconti.
La multa sarebbe stata annullata solo quando l'abate fosse tornato
con le risposte.
L'abate raccont dell'insolita proposta a un mugnaio, al quale non
doveva mancare l'astuzia. Il resto lo fece il risentimento che la gente
comune nutriva per il suo signore: ogni occasione era buona per
vendicarsi di lui, del suo carattere irascibile e delle sue malefatte.
Cos, il mugnaio propose all'abate di sostituirlo e di presentarsi in
sua vece al cospetto del Visconti.
Sotto le mentite spoglie del religioso, gli rispose che la terra dista
dal cielo tre milioni e quattrocentoventitr passi, che nel mare ci
sono settemilaseicentotrentanove secchi e due boccali d'acqua, che
nell'inferno si ruba, si arraffa e si uccide, proprio come il perfido
Bernab faceva in terra, e che lo stesso Bernab valeva ventinove
soldi. E all'indispettito signore, che gli rinfacciava di valutarlo cos
poco, il falso abate rispose che non era il caso di arrabbiarsi, perch
Giuda aveva venduto Cristo per trenta denari, solo uno in pi di
quanto egli stimava Bernab.
A quel punto il Visconti, insospettito dalla prontezza di spirito e
dall'arguzia del proprio interlocutore, cominci a capire di essere
stato ingannato a sua volta. Si alz dal suo scranno e tolse di forza il
cappuccio dietro il quale il presunto uomo di Chiesa celava il volto.
E i suoi sospetti si tramutarono in certezza: la persona che aveva di
fronte non era il remissivo e inaffidabile abate, ma lo scaltro mugnaio.
Bernab ne apprezz l'audacia e l'acutezza al punto da fare
di lui il nuovo abate e retrocedere quest'ultimo al rango di mugnaio.
Il povero abate di campagna non fu il solo prelato a cadere vittima
dei tiri mancini del Visconti. Due monaci benedettini constatarono
di persona l'odio del capriccioso signore per i loro confratelli.
Bernab si trovava allora al castello di Melegnano, dove fu raggiunto
dalla scomunica papale del pontefice Innocenzo quarto. Latori
dello sgradito messaggio, i due benedettini (uno dei quali sarebbe
poi asceso al soglio papale col nome di Urbano V) vennero accolti
dal Visconti sul ponte levatoio del castello. Il signore di Milano
chiese loro se preferissero bere o mangiare e i due risposero che
avrebbero gradito un po' di cibo. Gli sventurati non si sarebbero mai
aspettati di essere accontentati con l'invito a inghiottire le lettere che
portavano, con tanto di sigillo papale. Non che la seconda scelta li
avrebbe condotti a un destino migliore: Bernab pensava di dissetarli
con le acque del fossato che circondava il castello.
Che Bernab non avesse un buon rapporto con gli ambasciatori,
in barba a ogni detto e convenzione, emerge anche dall'accoglienza
che riserv a un legato papale che recava la condanna di un alleato
del Visconti: il poveretto fece la fine del pollo allo spiedo, legato e
arrostito su una graticola. Un altro messaggero invece pag a caro
prezzo la... bassa statura. Bernab, infatti, detestava le persone basse,
le giudicava letteralmente non all'altezza di presentarsi al suo
cospetto. Tanto che a quell'ambasciatore fece riferire il messaggio
in sella a un cavallo scelto appositamente fra i pi riottosi e munito
di staffe troppo lunghe, al fine di impedire a chi lo montasse di controllare
a dovere il destriero. Ci vollero pi di quattro ore perch il
malcapitato riferisse per intero il suo messaggio.
Bernab le aveva proprio tutte. Era smodato nelle sue azioni, come
nelle reazioni. Sempre imprevedibile, sempre sopra le righe, aveva
proprio quel che si dice un caratteraccio. E se a patirne le conseguenze
erano spesso abati, monaci e frati, nonch ambasciatori e
messaggeri, non significa per che Bernab lesinasse i suoi strali
al curaro con gli altri. Al contrario.
Un signorotto genovese ebbe l'ardire, o meglio la sfrontatezza,
di sfidare Bernab in una tenzone a suon di... libagioni. L'ignaro
sfidante aveva avuto l'incauta idea di dichiararsi davanti al signore
di Milano il pi grande bevitore del mondo. Per non essere da meno,
Bernab si autoproclam il pi forte bicchiere milanese, salvo
poi perdere malamente la sfida. La reazione del Visconti stup tutti:
anzich adirarsi, elev sui due piedi il genovese al rango di cavaliere.
Probabilmente l'effetto della sbornia rimediata in quel duello
singolare, combattuto a colpi di bicchieri levati e svuotati, ebbe la
meglio persino sull'iracondo signore milanese. Bernab tuttavia
seppe rifarsi, e con gli interessi, dello smacco subito. Non appena
torn in s, una volta svaniti gli effetti concilianti della solenne bevuta,
escogit una punizione esemplare: ordin che il neocavaliere
fosse gettato in un letamaio.
Ancora, si racconta che fece scaraventare in acqua un contadino
che aveva riservato il medesimo trattamento al proprio asinello per
liberare la strada, affinch Bernab e il suo seguito potessero passare
pi agevolmente. Il Visconti si era comportato in quel modo solo
perch il contadino non potesse gloriarsi di essere l'unico a usare
gentilezze con gli altri.
Ma Bernab era anche un uomo che si sapeva divertire. Amava
assistere alle esibizioni dei giullari, per trarne sollazzo. E coltivava
svariati interessi, a partire dalla lettura. Si diceva che rimanesse per
intere giornate chiuso nella sua biblioteca: in quel piccolo spazio
fuori dal mondo, divorava i romanzi del ciclo arturiano al fine di
trarre spunti per i tornei cavallereschi che amava organizzare. E gli
piaceva impreziosire la vista intorno a s circondandosi di opere
d'arte di notevole fattura. Quasi come se volesse attorniarsi di bellezze
per compiacersi di essere lui stesso un uomo di bell'aspetto, e
nascondere cos quello che era in realt: una persona emotivamente
instabile, che passava da eccessi d'ira immotivati ad atteggiamenti
assolutamente amabili. Mentre gli storici sottolineano, sul piano
politico-amministrativo, il valido contributo da lui dato allo sviluppo
dello Stato di Milano, costantemente ampliato dalle tante guerre
che combatt (contro l'impero e il papato, i Gonzaga e gli Estensi,
i Savoia e Genova) e potenziato nei confronti delle autonomie comunali
e feudali, attraverso la crescente centralizzazione del potere
e il mantenimento dell'ordine all'interno dei confini.
Personalit imprevedibile come nessun'altra, ai limiti della schizofrenia
pura, forse il Visconti a volte era tormentato dai sensi di
colpa, che lo portavano a compiere atti di beneficenza, come elargire
generose donazioni ai quattro ospedali della citt e agli ordini religiosi
che si prodigavano in opere di carit. Ma neppure quei gesti
potevano redimerlo agli occhi dei contemporanei.
Com' facile intuire, nel corso della sua vita il signore di Milano
si era fatto un mucchio di nemici, fuori ma anche dentro la propria
corte. E cov in seno alla sua stessa famiglia la serpe dal cui veleno
sarebbe stato ucciso. Il parente serpente non era altri che il nipote
Gian Galeazzo, con il quale Bernab condivideva, o meglio disputava,
la signoria su Milano.
Gian Galeazzo era ritenuto dallo zio un ragazzetto inoffensivo,
codardo e senza la minima capacit di controbattere. Ma il nipote
voleva proprio questo: che il potente congiunto si creasse questa
immagine di lui cos pacifica e ingenua. E non correre cos il rischio
di essere eliminato come un pericoloso rivale per il seggio pi alto
dello Stato visconteo; cosa che Bernab avrebbe certamente fatto,
se si fosse reso conto del pericolo che quel giovane rappresentava
per lui.
Il nipote riusc nella sua impresa, nascondendo per anni la sua vera
identit al fine di ottenere ci che voleva. La sua paziente opera
di finzione gli riusc talmente bene che quando invit Bernab a
un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Monte, vicino a
Varese, nella primavera del 1385, lo zio accolse l'invito e lasci
Milano diretto al santuario. Neppure quando il nipote si present
seguito da una nutrita schiera di soldati, l'ingenuo Bernab si pose
il problema di un possibile agguato ai suoi danni, che lo avrebbe
visto facilmente soccombere.
All'improvviso Gian Galeazzo scese da cavallo e con un abbraccio
falso come Giuda salut lo zio, il quale venne subito circondato
dagli uomini del nipote: quell'abbraccio altro non era che il segnale
convenuto per passare all'azione.
Bernab venne arrestato e rinchiuso nel suo castello di Trezzo d'Adda,
lo stesso nel quale aveva dimorato negli ultimi tempi, ma anche
recato la morte ai suoi nemici dopo averli fatti prigionieri. Insomma,
una perfetta nemesi in tutto e per tutto. Nel frattempo, anche alcuni
dei suoi figli venivano catturati dai fedelissimi di Gian Galeazzo, che
non mossero un dito per impedire il saccheggio del palazzo di Bernab
a Milano; e certo al popolino non doveva parer vero poter sfogare in
quel modo l'astio accumulato negli anni per il loro signore.
Con quella fine, il Visconti dimostrava di essere s crudele, ma
non proprio la furbizia in persona. O, forse, non aveva la scaltrezza
di dubitare anche dei componenti della sua famiglia, nonostante i
passati tradimenti di alcune delle sue figlie. Fatto sta che Bernab
trascorse sette mesi (proprio come Bernardina nella sua cella a Porta
Nuova) nel castello, dove il nipote gli concesse di intrattenersi con
Donnina Ferri, l'ultima prediletta fra le amanti che avevano scaldato
il suo giaciglio nelle fredde notti milanesi.
Ma dietro quel gesto compiacente, Gian Galeazzo nascondeva
ancora una volta le sue vere intenzioni, ovvero la ferma volont di
sbarazzarsi per sempre dell'ingombrante zio. A una settimana dal
Natale di quello stesso anno, Bernab accus violenti dolori allo
stomaco dopo aver sorseggiato una zuppa di fagioli, la sua preferita,
accuratamente preparata da un cuoco al soldo di Gian Galeazzo con
l'aggiunta di un pizzico di veleno. Il condimento extra fu pi che
sufficiente per spedire l'odiato zio a miglior, o peggior, vita: dipende
dai punti di vista. In fondo, la sua vita era gi stata infernale, per
tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui.
 
Capitolo 2.
Bizze e capricci del Nerone alla milanese
Giovanni Maria Visconti, 1388-1412.

Anche nel frutteto pi rigoglioso le mele marce cadono per terra. E
anche le migliori famiglie possono conoscere la tara di un membro
non propriamente all'altezza del lignaggio e del valore - storico,
morale o intellettuale che sia - dei suoi consanguinei.
Milano e la sua storia. Milano e la sua potenza, il suo splendore
all'epoca delle corti rinascimentali. I Visconti prima - che resero la
citt la capitale di un ducato dopo anni di lotte interne e di guerre - e
gli Sforza dopo, sono artefici e sinonimo stesso di ci che Milano ha
rappresentato tra la fine del medioevo e gli inizi dell'et moderna.
Eppure, anche in seno ai Visconti si nasconde una velenosa serpe,
che al neonato ducato procur solo danni e il rischio di una precoce
decadenza, se una congiura - quanto mai provvidenziale per le sorti
della citt - non avesse posto fine alla sua esistenza.
La sua debolezza era pari alla sua incostanza. La sua incoerenza
divenne proverbiale. Scattava per un nonnulla. La sua ira era tanto
imprevedibile quanto infuocata, con esiti di una crudelt che rasentavano
la follia. Un lunatico, si direbbe banalmente oggi, i cui
capricci umorali per significarono spesso disperazione e morte per
coloro che avevano la sfortuna di essere suoi nemici anche solo per
un giorno, anche per una mera antipatia. I suoi migliori compagni,
del resto, erano tale Giramo Squarcia, suo personale braccio armato,
e cani della specie pi mordace (addestrati dallo stesso Squarcia), di
cui amava circondarsi e la cui dedizione ripagava con pasti luculliani
a base di carne umana.
L'uggiosa esistenza di Giovanni Maria Visconti era sovente allietata
da battute di caccia in cui le prede non erano solo le fiere che
popolavano le riserve boschive della famiglia, bens uomini, esseri
umani, in carne e ossa, ancora vivi, che i suoi mastini avevano imparato,
con accurato addestramento, a fiutare nell'aria, ad attaccare
e sbranare. Un divertimento con scene atroci e crudeli, degne dei pi
efferati spettacoli neroniani nelle arene di Roma. Protagonisti, loro
malgrado, di tali barbarie erano tutti coloro che erano stati condannati
dal tribunale, prelevati dalle carceri e dispersi per la macchia proprio
a quello scopo. E quando vi fu necessit di sopperire alla carenza
di materia prima, il Visconti denunci e fece condannare anche i
suoi compagni di caccia e, fra loro, persino membri della famiglia.
Nulla di eclatante, dunque, se a porre fine a quella disgraziata vita
sia stata una congiura, che sul piatto della bilancia non poteva a
ogni modo eguagliare l'efferatezza del duca. Il tutto in un periodo,
a parziale attenuante delle sue bizze, in cui Milano non brillava
per santit e la sua storia era alla merc di fazioni agguerrite e di
capitani di ventura, dediti per lo pi all'accrescimento del proprio
potere personale. Un malvagio fra i malvagi, insomma.
Giovanni Maria era nato il 7 settembre 1388 ad Abbiategrasso,
figlio di Gian Galeazzo Visconti - primo duca di Milano (dal 1396,
per privilegio imperiale del 13 ottobre) e iniziatore dei lavori per
la Veneranda Fabbrica del Duomo - e di Caterina, anch'essa una
Visconti, figlia del terribile Bernab.
Alla morte di Gian Galeazzo, nel 1402, il potere pass al figlio
primogenito, Giovanni Maria, il primo dei Visconti a portare, nel
proprio, il nome della Vergine, cui Caterina aveva rivolto un voto
dopo una sfortunata serie di gravidanze (per otto, lunghi anni)
terminate con esito sfavorevole. L'erede maschio era d'obbligo,
soprattutto dopo aver ottenuto la dignit ducale. E i figli maschi che
Gian Galeazzo aveva avuto dalla precedente consorte, la francese
Isabella di Valois, erano tutti deceduti. Strana ironia della sorte che
a interrompere questa successione di lutti sia stato un soggetto come
Giovanni Maria.
Il primogenito di Gian Galeazzo e Caterina, tuttavia, non pot
esercitare da subito il potere. Quando il padre mor, non aveva
ancora compiuto quattordici anni, motivo per cui la madre assunse
l'incarico di reggente.
I dati circa la sua infanzia sono pochi e lacunosi, tutto sommato di
scarso interesse. Di certo si sa che il padre volle senza possibilit di
replica che il primogenito risiedesse a Milano, affinch i milanesi
non si sentissero abbandonati dal proprio signore, che in citt non
era quasi mai presente. Le sue preferenze andavano ad altre localit
dove i Visconti possedevano castelli. Come, appunto, Abbiategrasso
o Pavia, seconda capitale del ducato. Non dimentichiamo che
Ludovico il Moro  l da venire, e quello che diventer il Castello
Sforzesco, simbolo del lustro del ducato, era ancora il semplice
castello di Porta Giovia, una piccola e anonima fortezza militare.
Fra gli educatori del giovane Giovanni Maria compare anche la
prestigiosa figura di Francesco Barbavara, insignito della carica di
primo camerario. Lo stesso Barbavara della cui perizia si sarebbe
avvalsa la madre Caterina da reggente del ducato.
La presenza, tanto sospirata, dell'erede maschio riport l'attenzione
di Gian Galeazzo sulla questione delle alleanze da conseguire tramite
legami nuziali. La prima ipotesi a essere vagliata fu un contratto da
stipulare con il regno di Napoli: era ancora nubile Giovanna, sorella
del re Ladislao d'Angi. Prevalse tuttavia una soluzione pi utile e
pi facilmente spendibile nell'eventualit di contese con signorie
pi vicine. Il profilarsi di un'alleanza tra Ferrara, Mantova e Padova
rese attraente agli occhi del duca milanese la prospettiva di un'unione
con una di queste signorie. Sembr inizialmente prevalere l'ipotesi
padovana, quindi l'unione con la figlia di Francesco Novello da
Carrara. Anche tale progetto, tuttavia, fin per essere scavalcato da
nuove prospettive, e ben pi ambiziose. Si concretizz la possibilit
di un duplice legame con la corte francese, legando Giovanni Maria a
una delle figlie di Carlo sesto, re di Francia (del resto, un'altra Visconti
- Valentina - ne spos il fratello, Luigi), e il fratello Filippo Maria
alla figlia del duca di Borgogna. Tale progetto prese corpo l'indomani
della morte di Gian Galeazzo, deceduto il 3 settembre del 1402. Il
ducato non navigava in buone acque, travagliato da nuove lotte intestine
che opponevano fazioni guelfe ai partigiani dell'imperatore.
Sui confini premevano, dall'esterno, Firenze, la Ferrara di Nicol
terzo e il papato, sul cui scranno sedeva allora Bonifacio nono, al secolo
Pietro Tomacelli. Il sostegno della corona dei Valois poteva offrire
una protezione quanto mai gradita e, senz'altro, necessaria. Il tutto,
per, si risolse ancora in un buco nell'acqua. Insomma, sembrava
che Giovanni Maria, ormai secondo duca di Milano, bench sotto
reggenza, dovesse restare zitello.
A partecipare di oneri e onori per fu sua madre Caterina, in prima
linea nell'affrontare l'emergenza nella quale era sprofondata Milano
con la perdita del marito, e con due maschi che erano ancora lungi
dall'et della ragione. Per volont dello stesso duca, la tutela sarebbe
cessata solo al compimento del ventesimo anno d'et per Giovanni
Maria (al quindicesimo per il fratello, sul quale non  da escludere che
il giudizio paterno, in merito alle doti, fosse stato ben pi clemente).
La sola soluzione praticabile sembrava quella di affidare le redini
del ducato a un Consiglio di reggenza. Prima di morire, lo stesso
Gian Galeazzo aveva messo mano alla lista di chi avrebbe dovuto
farne parte. Il ruolo di primo piano spett a Francesco Barbavara,
coadiuvato dai fratelli Carlo e Pandolfo Malatesta, con Francesco
Gonzaga e i vescovi di tre diocesi (Cremona e Pavia oltre, naturalmente,
a Milano).
Il Barbavara convinse Caterina a prevenire nuove guerre, cercando
una preventiva intesa coi nemici di sempre. Solo Padova, tuttavia,
si dimostr pronta a siglare la pace. Firenze e il papato, al contrario,
si coalizzarono contro Milano, che stava attraversando - perch i
mali non arrivano mai da soli - una pesante crisi economica, per
fronteggiare la quale Caterina arriv a impegnare i preziosi gioielli
di famiglia, quale extrema ratio. Il denaro era a ogni modo una necessit
improcrastinabile. Le guerre si combattevano con gli eserciti.
E gli eserciti andavano pagati, come e soprattutto i loro comandanti,
i capitani di ventura, tanto pi abili quanto pi prezzolati.
Alla vigilia della guerra mossa dalla lega formata da papato, Firenze
e Ferrara, a Milano si verific un tumulto - un progetto forse
gi da tempo preparato, nell'attesa di un'occasione per metterlo in
atto - che si concretizz, di fatto, in una rivolta adpersonam contro
il Barbavara. A promuoverla furono due esponenti della linea maschile
di discendenza viscontea, Antonio e Francesco, ai tempi gi
partigiani della fazione di Bernab e ora desiderosi di avere il proprio
seggio al tavolo del potere. Costoro riuscirono a persuadere alcune
delle pi prestigiose famiglie milanesi che il Barbavara, originario
della Valsesia e, quindi, straniero, fosse colpevole di tradimento
nei confronti del tradizionale orientamento ghibellino da sempre
manifestato da Milano. Non solo. In qualit di esperto delle finanze
del ducato, i due congiurati lo dipinsero agli occhi del popolo come
il colpevole di quella politica di tasse su tasse che stava vessando i
milanesi. Mentre il ducato era ovunque un fermento di agitazioni e
tumulti, il 23 giugno 1403 i due Visconti denunciarono Barbavara
al Consiglio, con l'accusa di tradimento per aver sfruttato la propria
posizione ai fini dell'arricchimento personale.
Il Barbavara fu costretto alla fuga. Milano era scossa. E in tale
circostanza il nuovo duca prese per la prima volta posizione nelle
vicissitudini della citt: in compagnia della madre, percorse a piedi
le strade della citt, su idea di Caterina, che intendeva dare un segno
tangibile, affinch si ristabilisse l'ordine; quindi si affacci dal Broletto
e alla popolazione disse:
Viva lo ducha e mora li Barbavari(1).
Risultato: fu emesso un bando contro il Barbavara mentre i due
Visconti promotori della rivolta furono chiamati in Consiglio, dove,
nei fatti, prevaricarono tanto la reggente quanto i suoi figli.
Era la situazione ideale per i nemici della corte. Nelle terre del
ducato ripresero vigore le antiche tensioni tra fazioni guelfe e
ghibelline, nella generale indecisione su chi appoggiare dopo i recenti
rivolgimenti che avevano sconvolto Milano. Un ducato diviso
sarebbe stato una facile preda da conquistare per l'agguerrita lega
antiviscontea. Dalla capitale furono inviati capitani di ventura coi
loro eserciti per mettere a tacere le contese interne, ma nel caos
generale che ormai aveva preso il sopravvento anche sul buon
senso, gli stessi condottieri - almeno, i pi esperti e ambiziosi - si
comportarono da mercenari quali erano e presero a rivoltarsi contro
i Visconti, tentando di impadronirsi dei territori dove avrebbero dovuto
riportare la pace nel nome dei loro stessi signori, per imporvi
il proprio potere personale. E, talvolta, vi riuscirono. Cos fece, ad
esempio, Pandolfo Malatesta che, con la forza delle armi, prese il
potere a Brescia. E come fece quel Facino Cane (che assunse la
signoria di Alessandria), il quale tanta parte avrebbe avuto di l a
poco nelle vicende di Milano, giocando e manipolando il giovane
duca, inequivocabile segno dell'inettitudine politica di questo
giovane.
La guerra, per, stava volgendo - provvisoriamente - al termine. Il
25 agosto 1403 si giunse a una pacificazione tra il papa e i Visconti.
Il prezzo? La perdita patita dai signori milanesi dei propri domini
nell'Umbria e, soprattutto, della citt di Bologna. Firenze tuttavia
non si dava per vinta. Una guerra da sola non poteva sostenerla.
Poteva per fare leva sulle divisioni interne ai milanesi, fomentare
la zizzania fra le fazioni e inviare aiuti economici ai - non pochi -
nemici dei Visconti.
La pace fece tirare un sospiro di sollievo a Caterina, che pens di
approfittare di questo allentamento della pressione ai confini per
risolvere in modo spiccio e definitivo le questioni interne. La resa
dei conti prese corpo nel gennaio del 1404, quando fu spiccato un
mandato d'arresto per i due Visconti a capo della rivolta e per i loro
complici. Frattanto, la reggente fece richiamare a Milano con tutti
gli onori il Barbavara. All'astio antivisconteo, tuttavia, era stato
solo amputato un arto in cancrena: la mente di quell'odio era ancora
pronta a partorire progetti e ordire trame.
A Pavia, alla cui corte risiedeva il giovane Filippo Maria, i Beccaria,
famiglia ghibellina fino al midollo, ebbero gioco facile nel manipolare
idee, bocca e mano del delfino. Il quale fece pressione sul duca
suo fratello, affinch fosse reiterato l'arresto di Francesco Barbavara.
Non solo. Perch, sempre sotto effetto del condizionamento esercitato
dai Beccaria, Giovanni Maria acconsent alla liberazione di Antonio
e Francesco Visconti, atti che, di fatto, annullavano quanto decretato
solo poco tempo prima dalla madre Caterina. Un chiaro segno della
volont del giovane duca, sempre pi succube delle grandi famiglie,
di aprire una frattura insanabile nei suoi confronti. Del resto, il suo
ruolo di curatrice degli affari di Stato fino al ventesimo anno del
figlio maggiore faceva gola a molti. Sta di fatto che, almeno negli
atti ufficiali, tale titolo non comparve pi riferito alla reggente dal
1403. E anche alla detronizzazione di Caterina, certo, si deve la
drammatica situazione in cui il ducato si presentava nell'estate del
1404, raggiungendo, quanto a estensione, prestigio e potere, livelli
che rasentavano i minimi storici: oltre a Milano e Pavia, ostaggio
delle famiglie divise in fazioni, restavano Bergamo e qualche manciata
di territori oltre il Ticino. Tale spettacolo di decadenza persuase
Caterina a ritirarsi infine a vita privata (scelta auspicata dal figlio
Giovanni Maria) nel castello di Monza, dove trov la morte pochi
mesi dopo, il 17 ottobre. I sospetti di un avvelenamento caldamente
raccomandato dal duca, per quanto mai del tutto appurati e chiariti,
vivono con forza nell'opinione condivisa degli storici.
Tolta di mezzo Caterina, a farla da padroni erano ormai i due enfants
terribles di casa Visconti, Antonio e Francesco, che beneficiarono
di cospicue donazioni territoriali, in cambio dell'appoggio al duca
contro il sempre pi agguerrito e prepotente Pandolfo Malatesta, che
scalpitava da Brescia per ottenere le redini del ducato. Nella disperata
ricerca di sostegno contro i nemici (alcuni pi presunti che reali),
Giovanni Maria si fece prodigo di concessioni alle nobili famiglie
milanesi, arrivando a distruggere quella politica di accentramento
faticosamente costruita dal padre e in virt della quale Milano aveva
potuto fregiarsi della dignit ducale. Fra le principali, quella che
lo condusse a cedere i proventi delle tasse al Comune di Milano
(controllato, appunto, da esponenti di quelle famiglie) in cambio
di una somma mensile. Gli stessi magistrati preposti al fisco furono
scelti dal duca fra un ventaglio di nominativi avanzati dal Comune.
I vertici dello Stato, tuttavia, conobbero continui rivolgimenti e
godevano di equilibri precari, per effetto dei capricci dei consiglieri
di turno, da cui il duca si faceva condizionare. Giovanni arriv a
nominare l'altro fratello, Gabriele Maria, governatore generale e
allontan Antonio e Francesco. Lo stesso Gabriele, per, prese altre
strade gi nel 1406, a testimonianza del girotondo di manipolatori
che inquinavano la vita di corte. E, naturalmente, della debolezza di
Giovanni Maria, incapace di assumere su di s tutte le responsabilit
che competevano al suo ruolo.
Un nuovo luminare si affacciava al fianco del duca: Carlo Malatesta,
gi uomo di punta sotto Gian Galeazzo e suo fiduciario. Il
nuovo consigliere si affrett a siglare tregue coi nemici pi vicini e
si adoper per il rientro degli esuli, in modo da sopire odi e vendette
intestine. Ridusse il Consiglio da novanta a settantadue membri (una
dozzina, insomma, per ogni porta della citt). Quindi mise mano al
sistema fiscale, corrotto dal Comune, per frenare l'emergenza del
debito pubblico.
In tali condizioni si torn alla guerra. Anno 1407. I nemici del
Malatesta - Antonio e Francesco Visconti, e Gabriele Maria - si
erano coalizzati contro il duca, forti adesso dell'appoggio del suo
principale avversario, il condottiero Facino Cane, che alla testa delle
sue armate avanz verso Milano. La citt fu risparmiata solo dietro
concessione, da parte del duca, del titolo di capitano generale. A lui,
dunque, tocc la difesa del ducato dall'assalto di Pandolfo Malatesta,
dal quale per Facino fu sconfitto su tutta la linea, tanto da fare i
bagagli e rientrare in quel di Alessandria con la coda tra le gambe.
Un nuovo scenario si apriva agli occhi di Giovanni Maria, del tutto
imbelle e incapace di prendere posizione, di discemere tra amici e
nemici; di comprendere, con uno sguardo pi ampio, la reale natura
degli equilibri in gioco. E nella pi totale indecisione, il minore dei
mali apparve l'unione con lo straniero: il duca si rivolse al cognato
Luigi d'Orlans, fratello del re di Francia e marito della sorellastra
Valentina. Gli accordi, tuttavia, cessarono a causa della morte del
francese.
Prevalse allora una nuova linea d'azione. Carlo Malatesta riusc a
combinare le nozze tra Giovanni Maria e la nipote Antonia, figlia del
signore di Cesena, il quale prese dimora presso la corte viscontea.
A Brescia, intanto, imperava ancora Pandolfo. Insomma, Milano
sembrava ormai cosa della famiglia romagnola. E perch ci fosse
chiaro e definitivo restava un solo nemico da debellare, quel Facino
Cane che era stato s sconfitto, ma le cui mire non si erano spente.
Contro il condottiero si form una lega, composta da Giovanni
Maria, Filippo Maria, il conte di Savoia, il principe di Acaia e il
governatore francese di Genova. L'errore di Giovanni Maria fu
quello di attribuire tutti gli onori al francese, nominato governatore
del duca. Ci indispett non poco Pandolfo, il quale prefer allora
allearsi a Facino, capitano di ventura come lui, contro il francese.
La guerra continuava a imperversare e ad affamare Milano, mentre
il Malatesta ebbe la meglio. Fece il suo ingresso a Milano il 7 aprile
1409, mentre Facino Cane teneva il proprio accampamento appena
fuori Porta Ticinese. La popolazione tuttavia era seriamente provata.
In maggio, al passaggio di un corteo ducale, la gente di Milano grid
pace, pace! all'indirizzo del duca. La cui risposta fu degna della
sua fama: ordin alle proprie guardie di scagliarsi contro la folla. Le
vittime furono circa duecento. Da allora, per suo volere, a Milano
fu proibito pronunciare le parole guerra e pace.
Il vero vincitore della recente contesa risult, alla fine, Facino Cane,
a causa dell'incapacit di Giovanni Maria, tanto di capire che cosa
fosse successo quanto di scegliere a quale dei due capitani legare le
proprie sorti. A Facino andarono le donazioni pi cospicue, come i
feudi di Varese, Castiglione, Lonate Pozzolo e parti del Seprio. In
seguito, Facino impose il proprio potere anche su Genova, approfittando
della rivolta cittadina contro i francesi. E in virt di questa,
assunse infine il titolo di governatore di Milano. Il che, con un duca
dello spessore di Giovanni Maria, era come dire di avere tutto il
ducato nelle proprie mani. I decreti ducali iniziarono a comparire
come emanati con il consenso e la deliberazione del magnifico e
illustre conte di Biandrate padre e governatore suo(2). Il quale, fra
le altre cose, a titolo personale possedeva territori ormai ben pi
estesi di quelli spettanti a Giovanni Maria, in seguito alla crisi del
1404. Tanto che lo stesso duca, a un certo punto, dovette arrendersi
all'evidenza di essere stato soppiantato dal condottiero. Questi, a
sua volta, mal tollerava ormai la condivisione del potere - seppure
pi formale che sostanziale - con Giovanni Maria. Per ottenere il
titolo, tuttavia, occorrevano due condizioni: la scomparsa del duca
in carica, in primis, e la legittimazione imperiale di Sigismondo di
Lussemburgo.
Forse Giovanni ebbe pure sentore di questa malcelata convivenza.
Nell'aprile del 1410, ord e mise a punto un piano, sperando che
Facino cadesse nel tranello teso nel palazzo dell'Arengario. Quanto
a furbizia, per (e non solo), il generale era ben pi dotato del duca.
L'imboscata fall e, come risarcimento, Facino Cane ottenne che gli
fosse rinnovato per altri tre anni l'incarico di governatore di Milano.
Riassicurata la propria posizione, mise mano a una nuova impresa:
la conquista della contea di Pavia, sede della seconda capitale del
ducato, con l'aiuto della famiglia Beccaria. Gli arrise un successo
che costrinse anche Filippo Maria a riconoscerlo come arbitro delle
sorti milanesi. Perch il progetto di conquista fosse totale, occorreva
ora affrontare Antonio e Francesco Visconti, nonch Pandolfo Malatesta.
Le milizie di Cane arrivarono fino ad assediare Bergamo,
ma in tale occasione il generale si ammal a causa di quella che,
per i tempi, era la malattia del benessere: la gotta.
I ghibellini milanesi, che al cospetto dell'inettitudine di Giovanni
Maria, avevano visto in Facino Cane la sola salvezza, iniziarono
a temere per le sorti del ducato. L'elevata influenzabilit del duca
faceva loro temere che avrebbe potuto cercare, ora, l'appoggio
della fazione guelfa. O che, comunque, la sua irosa follia potesse
deflagrare con effetti ancora maggiori. E dinanzi a tale prospettiva,
la morte del duca apparve la soluzione pi auspicabile.
La congiura ordita ai danni di Giovanni Maria fu messa in atto
il 16 maggio 1412 - erano passati solo dieci anni dall'assunzione
del titolo ducale - per volont e mano di una nutrita schiera di suoi
nemici, appartenenti ad alcune delle famiglie pi in vista, come i
Trivulzio, i Mantegazza e i Pusterla. Giovanni fu pugnalato mentre
faceva il suo ingresso nella chiesa di San Gottardo, dove si era recato
per assistere alla funzione. I colpi fatali furono sferrati alla testa e
a una gamba. A distanza di qualche ora, per, anche Facino Cane
rendeva l'anima al Creatore. In punto di morte, pretese dai suoi
pi stretti collaboratori un giuramento, per cui sarebbero divenuti
sostenitori di Filippo Maria quale erede al ducato, e in segno di
questa sua volont destin sua moglie, Beatrice di Tenda, a Filippo.
Matrimonio che in effetti si sarebbe realizzato.
Per il duca non vi furono neppure esequie di Stato. La sua salma
rimase esposta in Duomo, ma ignorata da tutti. Il terzo a trovare la
morte, nel caos generale che segu all'assassinio del duca, fu Giramo
Squarcia: trascinato per le strade dalla folla inferocita, fu impiccato
nella sua stessa casa.
La storia, sempre giustificatrice e mai giustiziera, come insegna
la lezione di Benedetto Croce, non ha tuttavia potuto esimersi dal
concordare in un'opinione poco generosa nei confronti del duca, la
cui stagione coincise con gli anni pi neri del ducato visconteo. E del
resto proprio i manuali di storia insegnano che il sangue sparso da
un despota libertino e crudele come Nerone - cos lo defin Carlo
Cattaneo(3) -  lavato solo dal sangue del despota stesso. Prima o poi.
 Note.
1. G. Franceschini, Dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, in Archivio storico lombardo,
LXXII-LXXIV (1945-47), p. 56.
2. F. Cognasso, Il Ducato visconteo da Gian Galeazzo a Filippo Maria, in AA.vv., Storia di
Milano, vi, Treccani degli Alfieri, Milano 1955, p. 144.
3. C. Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia, XXVII.


Capitolo 3.
Gli oroscopi del Duca
Filippo Maria Visconti, 1392-1447.

 scritto.  la legge, ineluttabile, della storia. Delle grandi dinastie.
Di quelle che la storia l'hanno scritta con le loro vite, nel bene o, pi
spesso, nel male. Si arriva all'ultimo anello di una catena, e si scopre
in esso il punto debole, il presagio di un imminente, futuro declino.
L'ultimo di una grande dinastia: come dire, il canto del cigno che
abbandonerebbe nelle spire delle nebbie che avvolgono le pianure
della memoria nomi, fatti, gesta, se i predecessori di quell'ultimo
non avessero emendato le proprie biografie da qualsiasi rischio di
oblio, forti di un valore - non tanto morale, quanto politico e militare -
tale da renderli unici. A loro modo, ineguagliabili.
Filippo Maria ebbe questo in sorte: essere la fine di una fine di
cui suo fratello Giovanni Maria era stato l'inizio. Il suo ducato non
scrisse pagine di gloria, ma fece piangere lacrime amare ai milanesi,
che videro sgretolarsi, a poco a poco, le conquiste che gli avi
di Filippo avevano faticosamente guadagnato alla causa milanese.
Come e perch? Di salute incerta fin da bambino, accompagnava alla
debolezza fsica segni di una patologia paranoica, che lo portavano a
vedere le proprie sconfitte come esito di nefasti influssi astrali, dovuti
alla posizione dei corpi celesti al momento della propria nascita.
Non possedeva abilit strategiche. Non seppe neppure circondarsi
di consiglieri che avessero una qualche perizia in fatto di politica e
di diplomazia. Misantropo e misogino, vedeva potenziali assassini
in qualsiasi persona fosse nei pressi.
Filippo trascorse la sua vita nel sospetto e nelle maglie di paure
irrazionali, manipolato da sagaci medici-astrologi, la cui funzione a
corte fu, alla fine dei conti, solo quella di impoverirlo. Era provvisto
di una rete di spie, che avevano il compito di osservare e riferire ogni
cosa fatta e detta da chiunque - famigliari compresi - avesse a che
fare con lui. Novello Tiberio - croce della dinastia Giulio-Claudia -,
temeva congiure e agguati, come se da ogni lato, da dietro ogni angolo
potesse uscire fuori qualcuno, pronto, con un pugnale in mano,
ad attentare alla sua vita. Temeva di essere colpito dalle malattie pi
pericolose e le sue ossessioni ipocondriache lo portavano a circondarsi
di astrologi (e di ciarlatani) che gli predicessero ogni evento,
perch nulla doveva restare in bala del caso.
Non trovava alcuna gioia nella compagnia del prossimo, fatta eccezione
- secondo alcune dicerie - per i paggi che lo accompagnavano
ovunque andasse e che beneficiavano di sue particolari attenzioni.
Misantropo caricaturale alla maniera descritta da Molire, nella
sua commedia, per il personaggio di Alceste, Filippo Maria si era
costruito una sorta di isolamento che nessuno poteva forzare. Era
solito rinchiudersi nelle sue stanze, nella fortezza di Porta Giovia
- che Ludovico Sforza avrebbe trasformato nel Castello che oggi
conosciamo -, e fra gli ammessi al suo cospetto, e solo per sua esplicita
volont, oltre ai ciarlatani che gli disegnavano sogni e illusioni
di gloriose imprese future mai avvenute, vi erano i suoi cortigiani,
coi quali - con la destrezza contorta di un ragno - elucubrava piani
e trame labirintiche per eliminare i suoi nemici, presunti o reali che
fossero. Chi avrebbe osato rivelargli che si trattava, per lo pi, di
paranoie?
E incuterebbe anche una certa tenerezza, questo Visconti ipocondriaco,
ossessivo e superstizioso, se poi quelle trame non avessero
prodotto effetti reali e nefasti, concretizzandosi in omicidi cruenti,
che coinvolsero anche chi era a lui pi vicino. Forse non era nato per
essere duca. Del resto non era neppure figlio primogenito di Gian
Galeazzo Visconti e della di lui consorte, nonch cugina, Caterina,
che, in quanto figlia di Bernab, era una Visconti anch'ella. La
donna, colpita da una lunga serie di aborti che, forse, solo l'omonima
Caterina d'Aragona (prima moglie di Enrico ottavo Tudor) pot
tentare di eguagliare, si risolse infine - per la sopravvivenza e la
pace nel territorio milanese, gi troppo travagliato da lotte intestine
- a pronunciare un voto alla Vergine: ogni figlio che le fosse nato
sarebbe stato offerto alla Madonna e come secondo nome avrebbe
ricevuto Maria.
Nel 1388 la Visconti rest ancora incinta e nello stesso anno vide
la luce il primogenito, un maschio, Giovanni Maria. Quattro anni
dopo fu la volta di Filippo Maria, che venne al mondo fra le mura
del castello di Porta Giovia il 23 settembre 1392. Segno: Vergine.
Particolare non indifferente per un bambino che, da uomo e da
duca, avrebbe assegnato l'ultima parola delle sue scelte politiche
ai responsi dei suoi astrologi. Del resto, come meravigliarsi di
questa passione, quando furono i suoi stessi genitori a rivolgersi ai
luminari in astrologia dello Studium - l'universit, insomma - di
Pavia, per saperne di pi su questa nascita? I sapienti, interrogati
sulla questione, emisero un responso da far impallidire la gloria dei
Cesari di Roma: sentenziarono che se fosse giunto alla maturit,
avrebbe di molto superato ogni retaggio di gloria della famiglia(1).
Che cos'altro avrebbero voluto udire le orecchie di Gian Galeazzo
e di Caterina, cos provati da quella lunga serie di gravidanze
infauste? Vi era tuttavia qualcosa, in quel pronostico, che avrebbe
dovuto suscitare, se non preoccupazione, per lo meno un dubbio:
quel se iniziale, che coniugava tutta la vita del neonato al condizionale,
anzich all'indicativo. Perch quel segno di ipotesi, anzich
di certezza? Perch anche gli astrologi, in fondo, sono superstiziosi?
O perch la vita aveva gi deciso di tendere un qualche tranello al
poveretto in fasce?
Innanzi tutto, per nascita, l'erede designato non era lui. E, forse,
non con grande rammarico dei suoi genitori, che ne seguirono
l'infanzia travagliata da una pericolosa forma di rachitismo (vi si
vuole leggere una prima giustificazione a quel se?). La malattia,
di per s invalidante, era ancora pi gravosa per un membro di una
famiglia di rango: per Filippo (a dispetto del suo nome che, dal
greco, significa amico dei cavalli) era un'impresa cavalcare, ma
anche semplicemente camminare o stare in posizione eretta. Filippo,
da bambino, solo per poter muovere qualche passo, doveva essere
sorretto da cinghie. Eppure, alla nascita, il medico che aveva seguito
il parto di Caterina, tale Giovanni Francesco de Balbis, aveva
dichiarato che il bambino godeva di sana e robusta costituzione.
Imperizia del medico? No. Semplice precauzione da cortigiano,
che sa bene quanto sia pericoloso offrire in pasto ai propri signori
parole che mai costoro vorrebbero sentir pronunciare. Quando poi
i segni del rachitismo divennero tali da non poter pi passare inosservati,
il medico ebbe l'accortezza di appellarsi a lunghe febbri,
non meglio identificate e non altrimenti diagnosticabili, colpevoli
di un rapido dimagrimento, cos vistoso che per la magrezza gli
si vedevano solo le ossa e appariva la spina dorsale congiunta al
torace. Per molti anni, data una debolezza congenita, dovette portare
il collo spalmato da uno strato di cera.
Nel 1395 Gian Galeazzo ottenne il riconoscimento ufficiale dell'imperatore
(di cui era vassallo) del titolo ducale, per s e per i suoi eredi.
Il novello duca si god per breve tempo la prestigiosa onorificenza,
a lungo agognata da casa Visconti. La morte lo colse nel 1402 e il
suo primogenito Giovanni Maria eredit titolo e terre, mentre a
Filippo il testamento assegn la contea di Pavia, dove il ragazzo
si ritir a vita privata, sotto la tutela di uomini illustri e di scienza,
come Castellino Beccaria, insigne pavese, e Marziano da Tortona,
esperto di pedagogia e astrologia. Con loro, a badare alla formazione
del Visconti, arriv anche Giovanni da Thiene, chiamato a Pavia per
curare l'educazione morale del giovane. Caterina, invece, rest a
Milano: la giovanissima et del nuovo duca (che non aveva ancora
compiuto quattordici anni) imponeva alla madre il ruolo di reggente.
Con una donna al potere, nell'epoca in cui a farla da padroni erano
condottieri e capitani di ventura - veri aghi della bilancia nei precari
equilibri all'interno di uno Stato come fra le diverse e avverse signorie
- c'era poco da sperare che la politica del defunto Gian Galeazzo
potesse essere proseguita, con armonia e nella pace, da Caterina.
Capo dell'esercito milanese, il condottiero Facino Cane trov terreno
fertile nella precoce indole ambiziosa e sanguinaria del giovane
Giovanni Maria. La prima mossa, il passo obbligato perch il piano
prendesse forma, era porre madre e figlio l'una contro l'altro. E
poich mai ci sarebbe avvenuto agendo su Caterina, Facino pens
bene di fare leva sul sangue dei maschi viscontei per aizzare le pretese
di Giovanni, persuadendolo che la madre rappresentasse solo
un noioso ostacolo rispetto a esse e ai possibili margini di manovra
di un duca, quale lui era. Giovane, ma pur sempre duca.
Insomma, nel 1404 Caterina si trovava gi reclusa nel castello di
Monza. Facino Cane non doveva mancare di senso dell'umorismo,
giacch proprio quel castello era stato donato alla Visconti da Gian
Galeazzo in occasione delle loro nozze. Il messaggio implicito era
evidente. Con quella reclusione era come se lo spietato generale
le dicesse: tieniti ci che ti resta di tuo marito, lascia perdere gli
affari di Stato, e possibilmente muorici. E cos, in effetti, and.
Caterina chiuse gli occhi dopo appena due mesi. Avvelenamento?
Malattia? Dolore? Tutto questo insieme? Nell'epoca degli intrighi,
l'indagine storica muove i suoi passi alla cieca, nei corridoi bui e
umidi di castelli e fortezze pieni di trabocchetti, tra segreti mai svelati
e bocche cucite dalla falce della Signora in nero.
Caterina, del resto, rappresentava il solo vero ostacolo all'ascesa
di Facino Cane. Gi, perch il giovane Visconti era stato manovrato
con astuzia ferina non certo pr domo sua, ma per spianare la
strada a colui al quale il potere militare consegnava in mano tutti
gli assi per vincere la partita e conquistare il ducato: lui in persona,
Facino Cane.
E Filippo Maria? Chi, il ragazzetto rachitico?, avrebbe risposto
-  plausibile immaginarlo - l'avido e sprezzante condottiero. Non
vi era motivo di preoccupazione. La natura non era stata generosa
col cadetto dei Visconti. In fondo, non lo era stato neppure suo padre
che, destinandolo a Pavia, ne aveva sancito una precoce prigionia,
che Facino Cane non esit a sfruttare. Filippo viveva pressoch in
miseria, sempre in lotta con la sua fragilit, e ci mentre i territori
del ducato erano percorsi in lungo e in largo dalle milizie di Cane,
e insanguinati da scontri interni e regolamenti di conti tra famiglie
rivali. Senza contare che la stessa Pavia fu raggiunta dalle sue milizie,
il che rendeva Filippo Maria, a tutti gli effetti, un ostaggio.
Secondo la testimonianza del Decembrio, egli di giorno in giorno
sempre pi trascurato e trasandato, spesso vagolava solo per la citt,
occupato in faccende da individuo comune. Non  da escludersi
che il giovane Visconti arriv a ipotizzare una fine precoce, simile a
quella che aveva colpito sua madre. Per lui (o per Milano), tuttavia,
il destino aveva scelto diversamente.
L'anno 1412 fu uno di quelli che riescono a ribaltare tutto in poco
tempo. In maggio, il duca Giovanni Maria fu assassinato davanti alla
chiesa di San Gottardo, per vendicare la morte di Bernab Visconti,
ma anche la lunga scia di sangue innocente che Giovanni Maria,
violento e crudele, si era lasciato alle spalle negli anni del suo ducato.
Filippo era, in teoria, chiamato ad assumere le redini del potere. 
morto il duca, viva il duca, si potrebbe affermare, parafrasando la
frase con cui, alla corte di Francia, si era soliti salutare la dipartita
di un re e l'ascesa al trono del suo successore. Successione che
nel caso di Filippo Maria fu tutt'altro che immediata e indolore. Il
giovane, lo si  capito, non aveva le capacit n fisiche n morali
per farsi valere su un campo di battaglia. E quando fu raggiunto,
nel suo isolamento pavese, dalla notizia della morte del fratello,
accompagnata da quella, forse ancora pi triste alle sue orecchie,
dell'autoproclamazione come signori di Milano degli stessi assassini
del duca (Astorre Visconti e suo nipote, Giovanni Carlo), non mosse
un dito. E non fu solo colpa sua. Di denaro non ne aveva. Di soldati
al suo servizio, neppure l'ombra. La salute, un lusso non per lui.
A prendere in mano le redini della situazione - neanche a dirlo -
fu un'altra figura di condottiero, quel Francesco Bussone, conte di
Carmagnola, che quattro secoli dopo avrebbe ispirato l'omonima
tragedia manzoniana. Fu il Carmagnola a passare a fil di spada
Astorre Visconti e a imporre entro le mura milanesi la presenza dei
propri soldati. Il tutto mentre Filippo se ne restava zitto e solo a
Pavia. Le novit, tuttavia, non erano finite.
Nella stessa citt, a pochi mesi di distanza dalla morte di Giovanni
Maria, spir anche Facino Cane, vittima di quella che ai tempi
passava per essere la malattia del benessere: la gotta.
La sorpresa maggiore, nella giovane vita di Filippo, arriv dal letto
di morte del generale. In extremis, Facino Cane espresse la propria
ferrea volont che sua moglie, la quarantenne Beatrice Lascaris di
Tenda (forse discendente alla lontana dalla progenie della famiglia
imperiale bizantina dei Lascaris), andasse in sposa proprio a Filippo:
in cambio di un'ingente dote (intorno ai 400.000 fiorini) e di alcuni
territori in Piemonte conquistati da Cane, la donna sarebbe diventata
duchessa. Il contratto nuziale fu stipulato tramite la mediazione del
cardinale Bartolomeo Capra (futuro arcivescovo), che consigli vivamente
a Filippo di contrarre un'unione che avrebbe risolto molti
dei problemi che travagliavano allora Milano, giacch Cane si era
affermato quale effettivo signore della Lombardia, in seguito alla
serie impressionante di successi mietuti sul campo di battaglia. Come
non si accorse Filippo di una tale opportunit? Perch si arrivasse
al matrimonio, dovettero intervenire numerosi consiglieri, fra cui il
fratello dello stesso Facino e il castellano di Pavia, Antonio Bozzero.
Insomma, in un modo o nell'altro, si arriv a unire in matrimonio
Filippo e Beatrice. La cerimonia si svolse (forse) a Pavia, tra il
maggio e il giugno del 1412. Di certo vi  che il 21 maggio Filippo
Maria Visconti si fregiava gi del titolo di duca e il 17 giugno Beatrice
veniva citata nei documenti ufficiali come duchessa.
Una mossa eccellente. Beatrice era stata non solo compagna di
vita, per Cane, ma anche la sua pi preziosa alleata e consigliera,
una guerriera indomita, spregiudicata e coraggiosa. Il loro sposalizio
fu di quelli da ispirare la trama di un romanzo storico. Per averla, il
condottiero non esit a rapirla dal castello paterno e a portarla con s,
di impresa in impresa, di battaglia in battaglia. E non c' da stupirsi,
dunque, che sia stata la donna a svezzare Filippo Maria nel suo
nuovo ruolo, nonostante il biografo del Visconti, il Decembrio, non
la ritenesse all'altezza del duca, non tanto per nascita forse, quanto
piuttosto per il suo legame con un condottiero, figlio ed erede di altri
condottieri. I beni portati in dote da Beatrice, tuttavia, e l'esercito di
Facino, fedele a lui quanto alla moglie, furono un'insperata boccata
d'ossigeno. Ridiedero allo Stato milanese una nuova, insperata
solidit dopo anni di scontri e tensioni.
Difficile da gestire, per, una donna cos. Troppo, soprattutto se
a doverlo fare non  un generale dal carisma di Facino Cane, ma
un giovanotto del tutto impreparato al suo compito, che si  visto
piovere dal cielo potere e ricchezza, e che ora vuole di pi.
Un di pi che, tuttavia, l'autorevolezza di Beatrice sembrava alienargli.
La donna, ad esempio, trattava con gli ambasciatori dell'imperatore
Sigismondo con la stessa autorit e risolutezza di un uomo. E, invero,
non fece nulla per nascondere i propri interessi circa la gestione
del potere e l'andamento della situazione politica del ducato, forte
del suo passato, del suo prestigio e della sua intelligenza. Non 
detto per che quest'ultima sia sempre un'arma in pi, specie se in
possesso del gentil sesso. E se il suo uso schiaccia in un angolino
la smania di potere di un uomo che, a quel potere,  appena giunto.
Quanti se che si rincorrono nelle vicende legate all'esistenza di
Filippo! Ma a farne le spese, questa volta, non fu lui.
Povera Beatrice, eroina tragica suo malgrado, personaggio su cui
musicisti e poeti non poterono esimersi dal ricamare note e versi.
Perch donna infelice. Perch moglie tradita e uccisa dall'uomo
che avrebbe dovuto proteggerla. Perch inconsapevole oggetto
con cui Filippo pot vendicarsi delle offese patite dal suo ex marito,
Facino Cane. Una volta morta, i suoi beni sarebbero stati a uso e
consumo esclusivo del duca. Accusata di colpe non sue, fu offerta,
quale agnello sacrificale, sull'altare del Potere, alla Ragion di Stato.
Il matrimonio - senza idillio, peraltro - dur sei anni. Al termine
dei quali, Filippo Maria tess una fitta trama di inganni dove imprigionare,
senza via d'uscita, la povera Beatrice. Fu accusata forse
di tentato avvelenamento, senz'altro lo fu di adulterio (Filippo non
spiccava di originalit nel confezionare accuse: tradire il talamo
nuziale nell'epoca dei matrimoni di convenienza, che novit!),
quindi rinchiusa nel castello di Binasco, dove trov la morte per
decapitazione, su sentenza emessa dal giudice Gasparino de' Grassi
da Castelleone. Con lei, il suo amante, tale Michele Orombelli,
reo confesso come la stessa Beatrice in uno di quegli interrogatori
in cui la sola possibilit era dire ci che il potente di turno voleva
sentirsi dire. E l'adulterio fu la verit subita, dunque confessata,
da Beatrice e dall'uomo. Non  da escludere che a suggerire la
trama di questa tragedia annunciata fosse stata l'amante di Filippo,
nonch dama di compagnia di Beatrice, Agnese del Maino, madre
della sola figlia naturale di Filippo, Bianca Maria. Quella Bianca
Maria che sarebbe andata in sposa a Francesco Sforza, a Cremona,
in una cerimonia in cui i rispettivi s furono pronunciati in una
cornice poco nuziale e molto marziale, con due eserciti schierati
l'uno contro l'altro, visti i rapporti ambigui e altalenanti che da anni
intercorrevano tra suocero e genero.
A ogni modo, morta una moglie, se ne sposa un'altra. E la del Maino
non poteva soddisfare per nascita i canoni degni della consorte di un
duca. I due si amavano, sinceramente a quanto sembra, per quanto
Filippo ne sapesse di amore. Tuttavia Agnese non aveva - per cos
dire - il pedigree. E in lizza vi era un'altra candidata, che di doti e
di dote ne aveva da vendere: Maria di Savoia, che il duca spos per
procura nel 1428.
La scelta, in verit, era maturata in seguito a una serie di eventi,
che l'avevano resa pressoch obbligata. Cinque anni prima il quadro
politico dell'Italia centro-settentrionale aveva conosciuto turbamenti
non da poco, in seguito alla signoria, resasi vacante, di Forl. Nel
1423 era morto Giorgio Ordelaffi, signore di quella terra, lasciando
un erede, Tebaldo, in bala delle ambizioni dei potenti. Tebaldo era
solo un bambino alla morte del padre, che per aveva provveduto
per tempo a nominare, quale suo tutore, il nostro Filippo Maria Visconti,
il quale pens allora di sfruttare questo suo ruolo per lanciarsi
alla conquista della Romagna, da sempre ambita da casa Visconti.
La conquista dei territori romagnoli, tuttavia, avrebbe avvicinato
troppo la signoria viscontea ai domini fiorentini. E Firenze non esit
a scendere in guerra contro Milano per impedire a Filippo di portare
a termine il suo progetto. Che, in effetti, in un primo tempo, sembr
essere baciato in fronte dalla dea Fortuna. E forse cos sarebbe stato,
se la Serenissima (ancora un se), istigata dal suo condottiero, il
conte di Carmagnola (un tempo al servizio dei Visconti e ora passato
al servizio dei veneziani), non avesse deciso di prendere parte
alla guerra schierandosi al fianco di Firenze, colpita da una serie
di sconfitte. La mossa del Carmagnola per indebolire il nemico fu
quella di sobillare contro i Visconti la citt di Brescia, recente propriet
del ducato milanese e poco propensa a tollerarne il potere.
Brescia fu prontamente conquistata dal Carmagnola, tornando sotto
il vessillo del Leone di San Marco, insieme alla riva occidentale
del lago di Garda. Milano sub inoltre l'onta della distruzione della
propria flotta. Neppure l'intervento dell'imperatore Sigismondo pot
mutare le sorti della guerra. Milano, assediata, fu costretta alla pace,
mediata da papa Martino V. Venezia riguadagnava i suoi territori
pi occidentali e il Carmagnola rientrava in possesso di tutti i propri
beni che si trovavano ancora entro le mura viscontee.
Fine della questione? Neanche per idea. L'imperatore era furibondo
(quell'imperatore che aveva concesso al signore di Milano
di fregiarsi del titolo ducale!), come i milanesi, del resto, restii ad
accettare di buon grado la sconfitta con la rivale di sempre. Motivi
per cui Filippo Maria torn a muovere guerra a Venezia. Le ostilit
si conclusero con la battaglia di Maclodio (1427), che fu per Milano
un'umiliazione di proporzioni drammatiche. Oltre a Brescia, dal ducato
visconteo si stacc anche Bergamo, che torn alla Serenissima.
Nella biografia del duca, si legge che tali sconfitte erano gi scritte
nelle stelle e nel destino del Visconti. Mirabile certamente - scrive
il Decembrio -, e tale da stupirne, il fatto che tutte le sconfitte dei
suoi eserciti, dopo essere state previste o almeno intuite, si siano
verificate in un giorno stabilito [...]. Fu notato che simili pronostici
avevano preceduto esattamente di sei mesi le sconfitte, e che il
mercoled, a questo proposito, si era rivelato giornata in particolar
modo triste e infausta.
Di l a poco, il Visconti dovette rinunciare anche a Imola e Forl,
che furono entrambe cedute al papa (veneziano) Eugenio quarto, sorretto
nelle sue pretese dai Gonzaga, dagli Este e dai Savoia. Tutti contro
Filippo, insomma. A quel punto, cercare un alleato solido e sicuro
non era pi una velleit, ma un'emergenza. E la scelta cadde su casa
Savoia, in cui la giovane Maria era giusto in et da marito. E un
Visconti, per giunta vicino di casa, poteva comunque far comodo
anche alla causa sabauda.
A Filippo, beninteso, interessava solo quel nome, non la donna
che lo portava. La quale fu relegata nella fortezza dell'Arengario,
abbandonata a se stessa e nella pi totale solitudine, se si eccettua
un'unica visita di cui il Visconti degn la moglie. Che non vi
fosse amore tra i due, era scontato. Che la galanteria nei confronti
di una sposa non fosse nelle corde di Filippo, pure, se si pensa
alla triste fine di Beatrice. Verso Maria, per, il duca matur una
rabbia che appare del tutto immotivata. Forse l'isolamento in cui
la releg dovette apparire ai suoi occhi la giusta punizione per ci
che il duca aveva dovuto passare in quegli ultimi cinque anni. E
il matrimonio - imposto e subito - era stato contratto affinch ci
mai pi si ripetesse.
A ben altri, in effetti, il duca concedeva il pregio della propria
compagnia. Alla morte di Marziano da Tortona, suo primo maestro,
Filippo prese a circondarsi di personaggi ambigui ed eccentrici, un
numero esoso di medici che accompagnavano la propria perizia
nell'arte di Esculapio alla lettura di tarocchi (quelli usati alla corte
di Filippo Maria Visconti restano fra i pi pittoreschi e ambiti) e
alla pratica di scrutare il percorso degli astri e il loro influsso sulle
vite umane.
Nella biografia del Decembrio leggiamo che l'ultimo Visconti
concedeva tanto credito agli astrologi e all'astrologia come scienza da far
venire a s i pi esperti di tale disciplina e dal non prendere quasi nessuna
iniziativa se non dopo averli consultati. Dietro le istruzioni di costoro, sceglieva
i giorni adatti alla guerra, quelli alla pace, e investigava quali fossero i migliori
per mettersi in viaggio e quali per riposare. Progettando alcunch di crudele
o di grande, li aveva a consiglieri e dava loro retta fin nei minimi particolari.
Non so dire se si comportasse cos per insipienza o piuttosto per ragionamento,
n per quale altra ragione s'inducesse a simili credulit.  da ritenere che sul
pregiudizio di una indeclinabile fatalit abbia finito col convincersi che tutto
succedeva per destino: motivo per cui andava continuamente dicendo che le
cose non avvengono mai secondo la loro progettazione. Sul punto di mettersi
per acqua, intanto differiva il viaggio per pi di qualche giorno; poi, come in
un demoralizzato contendere dell'animo, giungeva davanti all'imbarcazione
in atteggiamento attonito, stupefatto; e altrettanto faceva dovendo montare a
cavallo. Durante il novilunio, soleva nascondersi nelle stanze interne; chiuso
in un assoluto, incredibile silenzio, teneva lontani da s i magistrati, e non
affidava ai suoi nessuna risposta, per nessuno.
C' da meravigliarsi per noi, figli dell'Illuminismo, del Positivismo
e di tre rivoluzioni industriali? Tuttora, chi di noi non d la sbirciatina
alla pagina dell'oroscopo (lo fa e non lo dice)? Per non parlare dei casi estremi, di chi affida la cura delle proprie malattie a santoni improvvisati e dilapida fortune vagando da una cartomante all'altra.
La mania del duca, per, si spingeva verso confini parossistici. Si sa, sempre dal Decembrio, che Filippo avrebbe addirittura disertato un incontro con l'imperatore Sigismondo, sceso in Italia per ricevere  la
corona reale, perch aveva ottenuto un responso che gli sconsigliava di prendere parte ad azioni politiche.
Fra gli studiosi al servizio del duca, vi era, fra gli altri, anche il rinomato Pietro Lapini da Montalcino, gi medico personale dell'antipapa Giovanni ventitreesimo. Erano quelle e non altre, del resto, le manie
- vere e proprie ossessioni che oggi trovano una classificazione
nei manuali diagnostici di psichiatria - del duca: la salute (e forse
ne aveva pure ben donde) e la conoscenza del futuro, affidate alla
massima autorit scientifica in materia, i Pronostici di Tolomeo,
opera considerata insuperabile per i criteri diagnostici adottati, per
la sua precisione nell'elencare le varie patologie, nonch gli influssi
astrali pi pericolosi per la salute. E di certo, nella mente di Filippo,
era tutta colpa di quegli influssi se la sua salute versava in pessime
condizioni.
Il duca non era solito assumere medicamenti, non era questo il punto.
Era s ipocondriaco, ma in lui predominava piuttosto il bisogno
ansioso di essere continuamente monitorato sulle condizioni in cui
versava la sua salute, di essere assiduamente controllato, perch
nessuna malattia potesse colpirlo all'improvviso. Si ricordi che un
se gravava, dalla nascita, sul suo futuro. E che il rachitismo che
lo aveva colpito dalla pi tenera et, negli anni, era andato peggiorando,
fino a invalidare gravemente la quotidianit del duca. Il
quale, oltre a un collo di cera, dovette ricorrere a ben altri rimedi,
se  vero - come attesta la sua biografia - che era solito mostrarsi
abbigliato in un modo alquanto bizzarro, che tuttavia ben serviva
allo scopo di celarne le deformit fisiche, soprattutto quando le
sue condizioni iniziarono a essere oggettivamente al limite della
vivibilit. Indossava solo abiti color rosso porpora o bianchi (con
chiari rimandi simbolici alla vita, alla salute, alla purezza). Il nero
era bandito, vietato, ritenuto un'offesa pari alla lesa maest: segno
di morte, il duca non indossava nulla di tal colore (e nessuna tinta
scura) n alcuno era autorizzato a farlo in sua presenza. D'abitudine,
soprattutto negli ultimi anni, indossava una tunica, una sorta di
caffetano alla turca, che lo ricopriva interamente, nascondendone
anche i piedi deformi, e sulla testa portava un ingombrante turbante.
Qualsiasi avvisaglia, seppur minima, qualsiasi manifestazione di
dolore, per quanto lieve, doveva subito essere diagnosticata. Nessun
farmaco, per, doveva essere assunto. Il sospettoso duca, che
vedeva ovunque congiure e potenziali attentatori, doveva temere
come la peste qualsiasi pozione gli venisse offerta, seppure prescritta
dai suoi sapienti medici-astrologi. Racconta il Decembrio che nel
corso di una caccia agli uccelli chiamato il medico, insisteva per
sapere la ragione di quella fitta alla testa o al petto [...]. Oppure,
trattandosi di un dolore nuovo, perch lo avesse provato. Quanto
alle medicine che gli venivano prescritte - continua il biografo -,
al momento di prenderle, le faceva portare in giro di qua e di l, poi
chiamato il pranzo, diceva che il loro momento era passato. Anche
i temporali rappresentavano per il duca un qualcosa di infausto, da
temere ed esorcizzare, tanto che fece coniare una medaglia d'oro
raffigurante i moti dell'etere tenuti lontani per virt degli astri. Dalle
terre del ducato scomparvero i sorbi, ritenuti presagio di epidemie
di peste. Insoliti canti di uccelli notturni erano di pessimo auspicio,
come - fra i tanti ritenuti tali dal duca - indossare la scarpa sinistra
in luogo della destra. E cos per tanti piccoli altri particolari di vita
quotidiana, eventi del tutto casuali e neutri, relegati nel libro nero
del Visconti come segni premonitori di sventura certa.
Nel 1428 - lo stesso anno delle nozze con Maria - erano giunti al
servizio del Visconti Luigi Terzaghi e Stefano Fantucci di Siena,
anch'essi - neanche a dirlo - medici e astrologi. A dieci anni di
distanza furono seguiti da Elia di Sabbato, forse il pi richiesto
dalle corti europee, anch'egli illuminato dall'astro di un successo
costruito sulla competizione fra papi e antipapi. I fatti dimostrarono
che il Sabbato fu effettivamente molto abile nel proprio lavoro: rest
a servizio del duca per sei anni, al termine dei quali i suoi consulti
lasciarono Filippo a tasche vuote, ma con una salute d'argilla. Il duca,
nonostante visite, oroscopi e letture di carte, era diventato cieco.
Una cecit che l'uomo visse come la peggiore delle sventure e che
lo rese ancora pi sospettoso, ancora pi bisognoso dell'aiuto delle
sue spie, che diventarono i suoi occhi, nel senso letterale dell'espressione.
Allora, in qualit di medico personale del duca, si afferm
la figura di Maria Antonio Bernareggi, che il Visconti gratific con
una cattedra allo Studium di Pavia, sapiente in medicina, astrologia
e - meglio abbondare - in alchimia.
Poi fu la volta dei teologi. Perch quando le condizioni del duca
diventarono pressoch disperate, furono chiamati a consulto, per
rispondere al dubbio che tormentava il cuore del duca, pronto di l a
poco a cessare di battere. Tale dubbio riguardava la questione se un
capo politico potesse essere salvato da Dio. Rassicurato dal responso
positivo (e chi avrebbe osato ricordargli sul letto di morte le sue
malefatte?), il duca cerc, con quel poco di lucidit che gli restava,
di mettere mano al problema della successione. Il suo erede veniva
considerato Francesco Sforza, generale di straordinarie capacit e
marito della figlia Bianca Maria, ma col quale non era mai corso
buon sangue. Esisteva per un testamento di Gian Galeazzo Visconti,
secondo cui, in assenza di un erede maschile in linea diretta, il ducato
dovesse essere assegnato secondo la linea di successione facente
capo alla figlia Valentina, che era andata in sposa a Luigi, fratello
del re di Francia Carlo VI. Ci foment le pretese dei francesi, che
non disdegnavano affatto la signoria su Milano. Fra i pretendenti
vi erano per anche i Savoia, nella persona di Ludovico, forte del
vincolo coniugale tra Filippo e Maria. Alcuni giuristi sostenevano
invece che, in tal caso, il titolo dovesse essere - per cos dire - restituito
a colui che lo aveva concesso, ossia l'imperatore.
Tutti per stavano facendo i conti senza l'oste, giacch Filippo
Maria giaceva s in una straziante agonia, ma non era ancora morto.
Pi volte interrogato sulla questione, tuttavia, non faceva altro
che ripetere che alla sua morte tutto sarebbe andato in rovina, e lo
ripeteva come un ossessionante ritornello. E lo fece fino a che non
entr nel suo porto quiete, secondo la metaforica descrizione della
morte data da Ugo Foscolo.
La biografia redatta dal Decembrio trova la sua conclusione nell'esposizione
dei segni che, a detta dei medici-astrologi di corte,
avrebbero preannunciato da tempo la morte dell'ultimo Visconti.
Per tre anni - scrive il biografo -, prima che Filippo Maria morisse,
si susseguirono singolari presagi della sua fine. A Milano la
sala principale della reggia avita and crollando nel corso di una
sola giornata senza che nessuno se ne accorgesse. Poco prima che
Filippo Maria morisse, a notte fonda, senza nessuno a sfondarle,
crollarono le porte del palazzo ducale.
L'ultimo Visconti spir nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1447. Le
sue ultime parole furono poco pi di un sussurro, col quale chiese
che il suo volto fosse girato verso il muro. E cos la morte se lo prese.
Senza che i suoi occhi vedessero per l'ultima volta un volto. Come,
del resto, in vita non aveva mai amato il volto di nessuno.
 Note.
1. Questa e le successive citazioni sono tratte da P. C. Decembrio, Vita di Filippo Maria Visconti
(1447), a cura di Elio Bartolini, Adelphi, Milano 1983.


Capitolo 4.
Se io potessi scrivere tutto,
farei stupire il mondo
Caterina Sforza, 1463-1509.

Quando si parla di lei, la si ritrae come il demonio in vesti femminili.
Superba, altera, un'amazzone d'altri tempi. Spregiudicata
quanto un uomo, senz'altro pi di molti di loro. Protagonista di una
vicenda, storica e personale, nel cuore dell'Italia rinascimentale,
teatro insanguinato di lotte fratricide e di invasioni straniere. Tanto
che al suo frate confessore rivel: Se io potessi scrivere tutto, farei
stupire il mondo(1).
Fu donna di grande astuzia, scaltra, coraggiosa e dal veemente spirito
vendicativo. La sua grande energia la si intravedeva sul suo viso,
mentre conduceva azioni non comuni (senz'altro straordinarie per
una donna), coraggiose e temerarie. Con una personalit sanguigna
e una forza quasi ossessiva. Del resto, il suo destino era scritto nel
suo stesso sangue. Quello degli Sforza.
Caterina Sforza, la fiera e crudele padrona di Imola e Forl, nacque
a Milano nel 1463. La fama che si procur in vita con le sue gesta
fu tale e tanta, da essere considerata tutt'oggi la grande signora
della Romagna(2).
I suoi genitori furono Galeazzo Maria Sforza - il cui padre Francesco
Sforza, grande condottiero, fu l'iniziatore dell'era sforzesca
nel ducato di Milano - e Lucrezia Landriani, una milanese andata
in sposa a un conte e che fu per lungo tempo l'amante di Galeazzo
Maria. Questi divenne duca nel 1466, alla morte del padre. Generoso
e allo stesso tempo meschino, di lui si andava dicendo che fosse
una contraddizione vivente, che alternava mostruosi vizi ad atti
virtuosi. Non fu un abile condottiero come i suoi avi, a causa della
troppa impulsivit e prepotenza. E soprattutto perch a occupare la
sua mente non vi erano in primis gli interessi militari e il governo
del ducato, quanto piuttosto battute di caccia, viaggi e belle donne.
Successivamente, Galeazzo Maria fece trasferire alla corte anche
i quattro figli illegittimi avuti da Lucrezia. Caterina, Carlo, Chiara
e Alessandro vennero affidati alle cure della nonna Bianca Maria,
e poi adottati dalla seconda moglie di Galeazzo, Bona di Savoia,
che Caterina tenne sempre in grande stima per l'affetto che la duchessa
diede a lei e ai suoi fratelli, nonostante non avessero legami
di sangue.
La corte era sempre contornata da un pervasivo quanto vivace spirito
intellettuale. Vi erano artisti e letterati in ogni luogo. Cresciuti
in una condizione culturalmente e intellettualmente stimolante, tutti
i figli di Galeazzo Maria e della Landriani seguirono un'istruzione
di stampo prettamente umanistico, studiando la lingua latina e le
opere classiche.
Caterina, per, oltre alla sua innata sensibilit, accresciuta da
tali studi, ebbe sempre una grande predisposizione per il governo,
l'amministrazione e l'uso delle armi. Era radicata e forte in lei la
consapevolezza di appartenere a una grande famiglia di guerrieri.
Per questo motivo il padre, dato che la famiglia ducale soggiornava
spesso nei castelli di Galliate e Cusago, le insegn a cacciare, cosicch
lei potesse esercitare la propria vocazione alle armi.
La valorosa combattente fu data in matrimonio a Girolamo Riario,
nipote di papa Sisto quarto. Le nozze furono celebrate nel 1473, quando
Caterina aveva appena dieci anni. L'unione tra i due consent al
pontefice di far dono a Girolamo della signoria di Imola. La citt,
in verit, era stata conquistata dagli Sforza, vincitori su Taddeo
Manfredi, feudatario del papa. Gli accordi nuziali prevedevano che
venisse restituita a Sisto quarto, ma a patto che quest'ultimo l'assegnasse
al marito di Caterina e ai suoi eredi.
In seguito Caterina si trasfer a Roma, che era allora nel pieno del
suo fulgore artistico e intellettuale, e dove il marito era a servizio
del papa. Qui Girolamo assistette alla morte prematura del fratello,
il cardinale Pietro Riario, fatto che port il papa a coinvolgere in
modo ancora pi incisivo il nipote nella propria politica, diretta ai
danni di Firenze. Nel 1480, inoltre, Sisto quarto strapp alla famiglia
degli Ordelaffi la signoria di Forl, in modo da costituire uno stato
forte in terra di Romagna.
Cos descrisse l'arrivo di Caterina e Girolamo a Forl Antonio
Appiani, in una lettera del 1481 al duca di Milano:
Primo andarono de fora tutti li artefici a duj a duj, et ciaschuna arte portava
li suoi confaloni. Quatto confaloneri de la terra, cum le sue bandere a duj a
duj. Tutti li cittadini a duj a duj. Li antiani cum quatto bandere [...]. Apresso
uscirono fora cinque squadre de gendarme. Fanti circa trecento et questi tutti
facta la volta intorno la fraschata, ritornaro dentro ordinatamente como erano
usciti fora, et poi dreto a loro mulli 24 da carriaggi cum coperte rechamate.
Regazi circha 20 cum li cavalli belli, bene forniti de selle de veluto et parechie
sopraveste. Scuderi circha 40 bene vestiti et cum li cavalli ben forniti de selle
de veluto. Compagni de prefato conte. Prefato signore conte cum staffieri
circha 25. La illustre madama cum le sue dame. Gentilhomeni, Capellani,
medici, secretarij cum circha cavalli 20. Ballestrieri circha 40 a cavallo. In la
cit erano facte certe representatione cum damiselle sulle carr che cantavano(3).
La vita dei coniugi Riario cambi d'improvviso alla morte del
loro principale protettore, il papa, che rese l'anima a Dio nel 1484.
Coloro che durante il suo pontificato avevano subito le ingiustizie
e le angherie dei suoi collaboratori iniziarono a portare per le
strade di Roma un clima di astio, rabbia e terrore. Il disordine era
sovrano. Solo l'arrivo di un nuovo papa forte e autorevole avrebbe
ridonato serenit ed equilibro alla citt eterna. Anche la residenza
dei Riario fu presa di mira e quasi rasa al suolo. Caterina allora
raggiunse a cavallo Castel Sant'Angelo per occuparla e difenderla
in nome del marito, governatore della rocca. Intanto i cardinali del
Vaticano, senza alcun successo, cercavano di persuadere Caterina
a desistere, ma la donna, forte del suo seguito armato e a lei fedele
fino alla morte, giurava che avrebbe consegnato la rocca solo al
nuovo papa. I cardinali, tuttavia, si rifiutavano di aprire il conclave,
perch - dicevano - si sentivano minacciati dalle armi di Caterina.
Girolamo, nello stesso momento, occup con le proprie milizie
un territorio strategico per l'accesso a Roma. I cardinali scesero
allora a patti. Purch si mettesse fine alla minaccia delle armi, il
Sacro Collegio consegn a Girolamo una grande somma, pari a
ottomila ducati, come risarcimento dei danni subiti dalle sue propriet,
e dispose il ritorno ai suoi domini romagnoli, Imola e Forl.
Infine, gli fu concessa la carica di capitano generale della Chiesa.
Tutto questo - beninteso - a patto che lasciasse Roma. Cos anche
Caterina dovette partire, addolorata dalla scelta presa dal marito.
La sua ambizione era che i cardinali arrivassero a trattare con lei,
che resistette per dodici giorni nella fortezza di Castel Sant'Angelo,
laddove il marito cedette prontamente alle tentazioni postegli innanzi
dal Sacro Collegio. Il quale, senza i coniugi Riario tra i piedi, si riun
in conclave per l'elezione del nuovo papa.
La scelta cadde sul cardinale Giovanni Battista Cybo, divenuto papa
col nome di Innocenzo ottavo e avversario dei Riario, i quali appresero
la notizia quando gi avevano fatto ritorno a Forl. Al Riario furono
confermati i benefici promessi dal Collegio, ma la nomina di capitano
generale dell'esercito pontificio si rivel una parola allontanata dal
vento, perch nei fatti l'uomo fu privato di ogni funzione e addirittura
retribuzione, nonch dispensato dall'obbligo di risiedere a Roma.
Non tirava vento favorevole ai Riario. E la situazione divenne ancora
pi pesante quando Girolamo dovette fronteggiare il malcontento
popolare causato dalla sua ferma decisione di ripristinare tasse un
tempo soppresse, a causa della spesa pubblica divenuta insostenibile.
Ad aggravare il tutto si un l'astio di numerose famiglie nobili
del territorio romagnolo sotto la signoria dei Riario, che da costoro
avevano subito torti. Tutto faceva pensare che il potere di Girolamo
fosse giunto al termine.
Il Riario fu ucciso il 14 aprile del 1488 da una congiura capeggiata
dalla famiglia forlivese degli Orsi. Il palazzo venne saccheggiato,
Caterina e i figli vennero fatti prigionieri. Caterina, la grande virago,
riusc per a riconquistare il potere, nonostante le minacce taglienti
come frecce scagliate nei confronti dei suoi figli, di cui peraltro pare
che la donna si interessasse di rado.
Cos Caterina inizi il suo nuovo governo in nome del figlio maggiore
Ottaviano, gi considerato come il nuovo Signore di Forl. In
primo luogo, si trattava di vendicare la morte del marito. Forte dei
suoi soldati e delle sue spie, Caterina volle scovare e imprigionare
tutti coloro che fossero coinvolti nella congiura. Per il resto, il governo
di Caterina fu splendido, caratterizzato da un forte equilibrio
e da una luce che contornava la sua determinazione. La Sforza riform
il sistema fiscale, riducendo o eliminando alcuni dazi. Il suo
rigore la port a controllare qualsiasi spesa, qualsiasi uscita, anche
la pi piccola. Il suo amore nei confronti della caccia si manifestava
nell'occuparsi personalmente dell'approvvigionamento di armi e dei
cavalli. Voleva che la sua citt si cibasse di ordine e di pace. Lo stato
di Imola e di Forl, nonostante fosse piccolo, aveva una posizione
geografica di grande importanza.
Nel 1492 mor Lorenzo il Magnifico, seguito a breve da Innocenzo
ottavo, cui successe papa Alessandro sesto, al secolo il cardinale Rodrigo
Borgia. Il che, inizialmente, sembr un fatto favorevole per Caterina,
dal momento che il cardinale Borgia era stato padrino del loro
primogenito Ottaviano. La morte di Lorenzo il Magnifico, tuttavia,
port al ricostituirsi di nuovi attriti tra il ducato di Milano e il regno
di Napoli. Caterina dapprima rimase neutrale, poi si prepar a
difendere Imola e Forl al fianco di re Ferdinando II. Il re di Francia Carlo ottavo, sostenuto dallo zio di Caterina Ludovico il Moro, riusc per
a conquistare Napoli in soli tredici giorni. Carlo non pot godere a
lungo della vittoria: fu costretto a fuggire in seguito al costituirsi della
lega antifrancese, che lo sconfisse a Fornovo, presso Parma (1495).
Erano passati circa due mesi dalla morte di Girolamo, quando prese
a girare voce che Caterina stesse per sposare Antonio Maria
Ordelaffi. Nulla di vero. Quelle voci furono diffuse allo scopo di screditare
l'onore di Caterina, di portarla al punto di sposare quell'uomo soltanto
per salvare la propria reputazione. Al matrimonio ci teneva per
il solo Antonio Maria: la sua famiglia da tempo ambiva alla signoria
su Forl. Quando anche Caterina ebbe la certezza che Antonio, suo
futuro ipotetico sposo, aveva mandato la notizia persino al duca di
Ferrara, dando le nozze per un fatto certo e imminente, fece incarcerare
tutti quelli che avevano contribuito a diffondere la calunnia.
La contessa, invece, si innamor perdutamente, di un amore senza
precedenti, di Giacomo Feo, fratello di Tommaso, castellano che le
era rimasto fedele nei giorni seguiti all'assassinio del marito. Caterina
lo spos in segreto. Alcune fonti sostengono che solo in punto
di morte Caterina confess il suo matrimonio, mentre altre attestano
che lo rivel ai funerali di Giacomo. Da questo matrimonio nacque
un unico figlio: Bernardino. Tutti, in quel tempo, parlavano di quanto
Caterina fosse eccessivamente ammaliata e condizionata dal secondo
sposo. Si temette addirittura che lei stessa volesse togliere lo Stato
al figlio Ottaviano per consegnarlo all'amante. Sostitu anche tutti
i castellani delle rocche dello Stato con i suoi parenti pi stretti.
Giacomo Feo fu ben presto in odio a tutti, temuto e disprezzato
anche dai figli di Caterina, tanto che a causa di uno schiaffo che
l'uomo diede al maggiore di questi in pubblico, i fedeli di Ottaviano
decisero di liberare la citt dal dominio di Giacomo. La sera del 27
agosto del 1495 l'uomo fu ucciso mentre tornava da una battuta di
caccia in un agguato, di cui erano al corrente anche i figli di Caterina.
Questa invece, all'oscuro dell'accaduto e del complotto approvato
anche dai suoi stessi figli, ricevette la notizia da Gian Antonio Ghetti,
uno dei principali organizzatori dell'omicidio, il quale le comunic
con soddisfazione e orgoglio il buon esito del piano, ritenendo che
Caterina ne fosse la mente. Si sbagliava.
La donna, schiava di quell'amore tormentato e folle, inferocita e
in preda a una rabbia ferina, prepar una vendetta crudele e atroce.
Succube della sua ansia di rivalsa e di sangue, non si limit a perseguire
le donne delle famiglie traditrici, ma decise di scatenare la
sua vena punitiva anche sui loro figli, compresi i bimbi in fasce.
Nessuno pi e nessuno meno. Elimin intere famiglie di cui non si
sent nemmeno pi parlare, di cui neppure si ricorda il nome.
L'anno seguente giunse alla corte di Caterina l'ambasciatore della
repubblica di Firenze: Giovanni de' Medici, detto il popolano da
quando aveva rinunciato al cognome di famiglia. Era stato mandato
in esilio a causa della sua ostilit verso il cugino Piero de' Medici
e venne poi nominato ambasciatore di Forl e commissario di tutti
i possedimenti romagnoli di Firenze. A Giovanni e al suo seguito
erano stati messi a disposizione gli alloggi vicini agli appartamenti
di Caterina, nella fortezza di Ravaldino. Non trascorse molto tempo,
prima che Caterina fosse colpita dal fascino di quest'uomo, con cui
inizi una relazione. Era tutto diverso. Ora poteva vivere il suo amore
con maggiore serenit. Giovanni godeva anche dell'approvazione
dei figli della donna. La coppia ebbe un figlio, al quale fu imposto
il nome di Ludovico (in onore dello zio di Caterina, Ludovico il
Moro, inizialmente ostile all'unione), che avrebbe scritto pagine di
storia militare col nome di Giovanni dalle Bande Nere.
Nel frattempo la situazione tra Venezia e Firenze andava peggiorando
e Caterina, che si trovava esattamente nel mezzo, si prepar
alla difesa dei suoi territori. Improvvisamente Giovanni de' Medici si
ammal gravemente. Mor di l a breve, alla presenza di Caterina. La
contessa dovette occuparsi da sola della difesa, e non si tir indietro,
anzi. Fu lei in prima persona a dirigere le manovre militari. Dopo
un primo attacco all'esercito di Venezia, Caterina riusc ad avere
la meglio. Alla fine, dopo lunghe battaglie, i veneziani aggirarono
Forl cos da raggiungere Firenze da un'altra via. L'impresa valse
alla virago Caterina l'appellativo di Tygre.
Nel frattempo, sul trono francese a Carlo era succeduto il figlio
Luigi dodicesimo, il quale, prima di iniziare la sua campagna in Italia, si preoccup
di mantenere i buoni rapporti con i Savoia, con la repubblica
di Venezia e con papa Alessandro VI. Nel 1499 si insedi a Milano,
dopo avere occupato tutto il Piemonte, la citt di Genova e quella
di Cremona. Alessandro VI, tuttavia, si era alleato col francese per
un unico scopo: avere in cambio l'appoggio alla formazione di un
regno in Romagna da destinare al figlio Cesare Borgia, motivo per
cui eman una bolla pontificia con cui annunciava la decadenza
delle signorie di Faenza, Imola e Forl, Pesaro, Urbino e Camerino.
Quando l'esercito francese part da Milano insieme a Cesare Borgia,
meglio noto con l'appellativo di Valentino, Caterina si trov nella
disperata emergenza di cercare e ottenere rapidamente aiuti. Cerc
appoggio da Firenze, ma non ricevette nulla a causa della minaccia
del papa di togliere ai fiorentini il dominio su Pisa. Caterina inizi
allora ad arruolare sempre pi soldati, immagazzin viveri, armi e
munizioni e fece rinforzare le difese delle sue fortezze. Infine, fece
partire i suoi figli per metterli al sicuro.
Quando Cesare Borgia arriv a Imola, gli abitanti rinunciarono a
qualsiasi tentativo di opporsi e gli aprirono le porte. Caterina, temendo
che lo stesso potesse avvenire a Forl, si rivolse direttamente
ai cittadini, chiedendo che cosa volessero fare: spianare la strada
al Valentino oppure difendersi. Ma non le fu comunicata alcuna
risposta ferma. Caterina allora decise per s. Concentr tutte le
forze e le sue doti nell'allestire una difesa efficace sulla fortezza di
Ravaldino e la citt fu abbandonata al suo destino. E non fu un bel
destino. Si racconta che i soldati usando immanissima crudeltade
et expressa tirannia, posero la citt a sacco e non vi fu casa che non
fosse spogliata, saccheggiata et vergognata(4).
Successivamente, il Valentino inizi ad assediare la rocca di
Ravaldino. Caterina, la Tygre di Forl, non cedette ai reiterati appelli
che le venivano rivolti affinch si arrendesse. Anzi, mise una taglia
sulla testa di Cesare Borgia pari a 10.000 ducati, lo stesso importo
della taglia che il Valentino aveva posto sul grazioso capo di Caterina.
Vivi o morti, entrambi.
Gli scontri continuarono per giorni e giorni, e Caterina riusc a
infliggere alcune perdite all'esercito francese. Il Valentino, per,
non aveva alcuna intenzione di cedere e rinunciare al progetto di un
regno in Romagna. Per conquistare la rocca, inizi a bombardare le
mura senza posa, anche di notte. Cos, dopo sei giorni, si aprirono
due grossi varchi. Niccol Machiavelli riteneva che la rocca fosse
mal costruita e cos comment: Fece, dunque, la mala edificata
fortezza e la poca prudenza di chi la difendeva vergogna alla magnanima
impresa della contessa(5). Caterina cerc di difendere la sua
rocca in tutti i modi. Fino a quando, per, le era possibile resistere
alla soverchiante potenza dell'esercito francese e del Valentino? Lo
scontro decisivo si svolse il 12 gennaio del 1500. Caterina oppose
una strenua resistenza, arrivando a brandire le armi di suo pugno.
La fine per era vicina. Smise di combattere quando fu fatta prigioniera.
Prontamente, la Sforza si dichiar prigioniera dei francesi,
nella speranza di beneficiare di quella legge in vigore nel regno di
Francia, per cui era fatto divieto di tenere le donne come prigioniere
di guerra. Non serv a nulla.
Cesare Borgia, conquistato dal suo indomito coraggio, la tenne
con s e la tratt con grande riguardo, come un'ospite. Condotta a
Roma, Caterina fu alloggiata presso il palazzo del Belvedere, ma
in seguito a un suo fallito tentativo di fuga, fu incarcerata in Castel
Sant'Angelo. Per giustificare tale misura estrema nei confronti di
una Sforza, papa Alessandro VI la accus di aver tentato di assassinarlo
col veleno di cui sarebbero state impregnate le lettere spedite
da Caterina come risposta alla bolla di deposizione del pontefice.
Ancora oggi non si sa se l'accusa sia veritiera o meno. Alcuni, come
Machiavelli nel suo Dell'arte della guerra, se ne dichiarano pienamente
convinti; altri storici quali Jacob Burckhardt e Ferdinand
Gregorovius insinuano molti dubbi al riguardo.
Caterina fu sottoposta anche a un processo, che non port ad alcun
risultato, e rimase incarcerata nella fortezza. A liberarla intervenne il
comandante dell'esercito francese, Yves d'Allgre, giunto a Roma
a capo delle milizie di Luigi dodicesimo per conquistare il regno di Napoli.
Successivamente Alessandro VI pretese che Caterina firmasse i
documenti per la rinuncia ai suoi territori, visto che il figlio Cesare,
ormai, era duca di Romagna.
Dopo un breve soggiorno nella residenza del cardinale Riario,
Caterina si imbarc per raggiungere prima Livorno e poi Firenze,
dove l'attendevano i suoi figli. Soggiorn principalmente nella villa
medicea di Castello e ingaggi, poi, una battaglia legale contro il
cognato Lorenzo per la tutela del figlio Giovanni. Alla morte di
Alessandro VI, il figlio Cesare vide disgregarsi tutto il suo potere.
Gli antichi feudatari romagnoli, Caterina compresa, cercarono
allora di recuperare le loro signorie perdute, finite sotto il dominio
del Valentino. Il nuovo pontefice Giulio II si mostr favorevole al
ritorno dei Riario alla signoria su Imola e Forl. Fu la popolazione
a manifestare a gran voce il suo dissenso: non voleva il ritorno di
Caterina. Lo Stato fu dunque affidato ad Antonio Maria Ordelaffi,
che andava cos a coronare il sogno a lungo inseguito dalla sua
famiglia. E Caterina? Gli ultimi anni della sua vita la videro dedicarsi
ai figli e ai nipoti, fino a che una grave forma di polmonite
se la port via in un alito di primavera, il 28 maggio del 1509. E la
tygre smise di ruggire.
Secondo una tradizione popolare, nel castello di Imola vagherebbe
inquieto lo spettro di Caterina. Sul suo conto nacquero nel corso
del tempo numerose leggende, tutte sinistre. Ad esempio, si dice
che fosse solita gettare gli ospiti indesiderati nei pozzi del castello,
sul fondo dei quali vi erano lame affilate; e che avesse costruito il
maniero in una sola notte, con l'aiuto del diavolo. Ancora ai nostri
giorni, sarebbe stata vista vagare nell'oscurit, con un lume in mano.
 Note.
1. www.wikipedia.it.
2. www.mitidiromagna.it.
3. Milano, Archivio di Stato, Potenze estere. Forl.
4. N. Graziani - G. Venturelli, Caterina Sforza, Mondadori, Milano 2001, p. 259.
5. N. Machiavelli, Dell'arte della guerra, Libro vii.


Capitolo 5.
L'indice dell'inquisitore
Melchiorre Crivelli, 1486-1561.

L'Inquisizione  uno degli argomenti e dei periodi storici che pi
riesce ad accendere l'interesse, ma anche l'immaginazione del
pubblico di oggi. Sar per via di un certo gusto gotico (e anche,
talvolta, discretamente trash) che da qualche anno a questa parte
permea lettori e spettatori, sulla scia, forse, del successo riscosso da
serial editoriali, come pure cinematografici e televisivi. Fra vampiri,
enigmisti, ostelli strutturati come se fossero la stanza delle torture
di Torquemada e presunti personaggi storici, tanto crudeli e sadici
quanto improbabili, ci si  abituati a scaricare quel tanto di pulsione
di morte, quella frazione di Libido, che Sigmund Freud definiva
Thanatos, catalizzandola ed esorcizzandola attraverso storie e
personaggi preconfezionati per stimolare le corde della morbosit.
Ed  pura catarsi, quando il libro o il film giunge al termine, come se
il nostro corpo, anzi, la nostra mente si fosse purificata delle pulsioni
amorali e censurabili. Come avveniva nell'antica Grecia, per il pubblico
che assisteva alle tragedie, secondo il filosofo Aristotele. Come
 sempre avvenuto per il pubblico affezionato alla letteratura noir.
Ora, la figura dell'inquisitore agisce, per sua natura, proprio sulla
zona pi orrorifica della nostra fantasia.  un'istantanea mentale,
fotografata attraverso l'obbiettivo di conoscenze acquisite negli anni,
dalla scuola o da libri e film, appunto. La figura dell'inquisitore 
quella dell'uomo incappucciato, avvolto in una mantella nera come
la pece, che si aggira in sotterranei che stillano gocce di umidit,
dove l'aria  putrida e risuona del cigolio di macchine che chiss
quale mente distorta ha fabbricato in funzione della verit e della
fede. Eccolo,  lui, entra in quella sala, proprio in quella da dove
provengono cigolii e urla che di umano non hanno pi nulla: sotto il
braccio destro tiene un registro, lo apre, ripropone al malcapitato la
solita lista di accuse e, con l'indice puntato, gli intima: Confessa!.
L'inquisitore e il suo indice, col quale addita colpevoli e colpe, eretici
e miscredenti, maghe e streghe. E che decide della vita o, piuttosto,
della morte di persone per lo pi innocenti. Una storia iniziata, in
territorio italiano, intorno al tredicesimo secolo per concludersi, con le ultime
scorie, alla fine del Settecento, quando gi dalla Francia spirava l'aria
nuova di una filosofia razionale e illuminata.
Nel caso per di Melchiorre Crivelli, primo inquisitore milanese del
quale si abbia qualche sparuta notizia, l'indice assume una duplice
valenza: la necessit di puntare il dito contro il colpevole, va da
s, ma anche l'emergenza di individuare, segnalare e prontamente
annotare in un apposito registro tutti quei libri, di qualsiasi paternit
fossero, che costituissero una qualche minaccia per la dottrina
professata dalla Chiesa di Roma. Appunto, l'indice. L'Indice dei
libri proibiti, l'elenco dei testi temuti da tutta la cristianit cattolica
- soprattutto negli anni della Controriforma -, volumi che dovevano
essere evitati, scansati come la peste, per non essere contagiati dai
bacilli dell'eterodossia. Perch un inquisitore non dovesse puntare
contro un altro pover'uomo (o un'altra poveretta) il suo indice
manuale.
Del Crivelli si sa poco, o nulla. Complice il fatto che la sua azione
si svolse nella cornice temporale immediatamente precedente lo
scoppio della vera e propria epidemia inquisitoria, scatenata dal
Concilio di Trento; in un'epoca, quindi, nella quale ancora la figura
dell'inquisitore pu essere ritenuta marginale o, comunque, complementare
ad altre, non indispensabile, non certo il protagonista
della difesa della Chiesa. E, in questo senso, la vicenda del Crivelli,
nonostante quel poco che se ne sa, risulta a suo modo esemplare.
Crivelli, intanto. Solo un nome? Per Milano, no. Uno dei Nomi, una
delle famiglie milanesi per eccellenza, la cui esistenza a Milano  gi
accertata nell'undicesimo secolo. Nel secolo seguente la famiglia occupa gi
una posizione di rilievo, poich tale Uberto, omonimo del capostipite
della casata, fu arcivescovo di Milano, per sedere poi sul seggio
romano di San Pietro come pontefice, col nome di Urbano ottavo. Nel
Duecento, secondo gli studi condotti da Giorgio Giulini, i Crivelli
si erano gi imposti come la famiglia pi potente della citt. Da lui
discesero i vari rami della famiglia, tutti attestati nel territorio adiacente
Milano, fra l'Alto Milanese e la Pianura Padana, segnalandosi
in ogni caso per la presenza di membri illustri e di rango, prestigiosi
per i titoli acquisiti, nonch per i servigi resi sul piano militare tanto
quanto su quello ecclesiastico. Nella seconda met del Quattrocento
(periodo in cui nacque il nostro inquisitore Melchiorre), tale Ugolino
Crivelli fond il monastero degli Olivetani a Nerviano, mentre poco
dopo un Alessandro Crivelli ottenne la porpora cardinalizia.
Una data di nascita approssimativa per Melchiorre Crivelli 
stata stimata intorno al 1486. Milano sarebbe (ma il condizionale
 d'obbligo) la citt che gli diede i natali. Senz'altro segu studi
approfonditi e la sua formazione, data la famiglia di provenienza,
non pot che essere curata e organica. Non si sa n dove n come
avvenne. Di certo, il Crivelli arriv a vestire l'abito bianco e nero
dei domenicani e i documenti del tempo lo citano come professore
di teologia, disciplina nella quale, si sa, i domenicani non erano
secondi a nessuno.
Fu papa Leone decimo - al secolo, Giovanni de' Medici - a conferirgli,
nel 1518, la nomina di inquisitore generale per la diocesi di Milano.
Non solo. Dal sommo pontefice il Crivelli ricevette l'esplicita
licenza di potersi adoperare, con le armi dell'inquisizione, contro
chiunque ritenesse meritevole di essere sottoposto a verifiche
circa la propria ligia ortodossia. Un chiunque che comprendeva
anche uomini che indossavano l'abito talare.
L'urgenza con la quale il papa mediceo conferiva tale incarico al
Crivelli la si pu facilmente giustificare con il carattere sui generis
della comunit religiosa milanese, non proprio immune, nei secoli
precedenti, al fascino esercitato da correnti eterodosse provenienti
da Oltralpe, e la pataria ne  forse l'esempio pi celebre. Nel resto
d'Italia, tuttavia, nel periodo in cui il nostro ricevette il suo incarico,
non si segnala un'attivit particolarmente frenetica dei tribunali
dell'inquisizione, che, anzi, sembravano languire in un pacato lassismo.
Eppure le 99 tesi di Lutero erano gi state affisse. Il germe
dell'eresia protestante si stava diffondendo nell'Europa continentale,
conquistando - si veda il caso del mondo tedesco - anche interi
principati, a partire dai loro stessi prncipi.
Vero. L'Italia - come del resto la Spagna e, in generale, l'area
mediterranea - fu solo marginalmente toccata dalle idee di Lutero
e dei suoi epigoni. Ci nonostante, se si mettono a confronto i dati
concernenti i processi svoltisi a Milano con quelli tenuti nel resto
del suolo italico nel periodo 1530-1550, la differenza balza agli
occhi. La frequenza e l'intensit con cui lo zelo tutto domenicano
di Melchiorre Crivelli individu potenziali colpevoli, fino a farli
diventare eretici rei confessi da bruciare sul rogo, fanno notizia.
Uno zelo degno persino dell'encomio del nuovo pontefice, Paolo terzo.
Non erano altrettanto entusiaste dell'abnegazione della quale il
Crivelli dava prova senza soluzione di continuit le altre autorit
ecclesiastiche meneghine, a partire dall'arcivescovo. I processi imbastiti
per volont dell'inquisitore generale si svolsero, per lo pi,
grazie all'aiuto offerto dal Senato milanese, dunque da magistrati
laici, i quali non esitarono persino a segnalare presso il pontefice -
con lode e plauso - il lavoro svolto da Crivelli.
E fu sempre in forza della stretta collaborazione con il Senato
che prese corpo l'idea di quella famigerata lista di libri proibiti,
da miscredenti, che avrebbe condizionato la vita dei cattolici fino
a tempi non molto lontani. Gi, a Melchiorre Crivelli si deve, in
Italia, il primo Indice dei libri banditi a motivo dei loro contenuti e
dei loro autori, non in linea con l'ortodossia cattolica. Fu una grida
del Senato ad annunciare, con grande clamore, la pubblicazione di
questa lista di proscrizione editoriale, con un provvedimento che
divent legge il 3 dicembre del 1538.
Insomma, in un periodo in cui, nonostante l'ampia circolazione
delle idee luterane nell'Europa mitteleuropea, le supreme autorit
ecclesiastiche dormivano sonni tranquilli, l'inquisitore Crivelli si
preoccup di passare al setaccio codici, manoscritti e quant'altro, per
identificare un potenziale pericolo, la possibile sorgente di una fede
corrotta. Non sottovalutava -  evidente - il potere di una ideologia,
di una teoria, di una dottrina sul comportamento delle masse. Era ben
conscio che un libro potesse diffondere idee dalle quali guardarsi,
perch dalle idee nascono azioni. Soprattutto per ( lecito dedurlo)
il Crivelli non pot muoversi a caso fra catalogazioni pi o meno
esaustive e fra gli scaffali delle biblioteche. Non gli sarebbero bastate
le proverbiali sette vite di un gatto per stilare il suo elenco. La sola
ipotesi che trova consistenza porta a riconoscere al Crivelli, di base,
una preparazione molto accurata in vari ambiti dello scibile umano
di allora, tale da consentirgli di muoversi con una certa agilit fra
autori, ambiti e opere anche discretamente eterogenei. E di redigere
soprattutto, a cinque anni di distanza dal primo, un secondo Indice
(non pervenuto fino a noi), ancora pi completo. Se nel primo si
trovavano citati quarantasei testi, nel secondo il numero superava
le cento unit.
Ma chi priva il Crivelli della facolt di essere letto e studiato da un
bravo cristiano? Si parte ab urbe condita, dall'anno zero dell'eresia
in Europa, con gli scritti di coloro che per primi, negli stessi anni,
con idee simili, ma a molti chilometri di distanza, minarono alle
radici le certezze del dogmatismo ecclesiale: l'inglese John Wyclif
e il boemo Jan Hus. Il primo vide sgretolarsi le proprie certezze in
materia di fede in seguito ai suoi studi sulla transustanziazione (ossia
la reale ed effettiva presenza del corpo di Cristo nell'ostia), da cui
ebbero origine scritti su scritti, che gli valsero pi condanne da parte
delle autorit ecclesiastiche. Si tratta di testi nei quali Wyclif sfogava
tutta la sua rabbia contro un clero inglese sostanzialmente ignorante
in questioni teologiche, ma di invidiabile condizione economica, e
che fomentava una fede imbastita su ritualit prettamente esteriori
e formali, prive di una spiritualit autentica. La sua proposta di
riforma, incentrata sul modello del pauperismo evangelico delle
prime comunit cristiane, prevedeva la separazione tra Chiesa e
Stato, nonch la soppressione dei benefici ecclesiastici. E la suprema
autorit, nonch unica fonte di verit, andava riconosciuta nella
Bibbia. Le sue opere condizionarono le idee del teologo Hus, in
Boemia, idee che lo portarono, a sua volta, ad accusare il clero per
la sua corruzione e a proporre, anche per i laici, una pi generale
riforma sul piano morale, e tutto ci anche, ma non solo, a tutela
della nazione. Anche se forse ci che maggiormente fece indignare
Roma fu la posizione fortemente critica assunta dal teologo in merito
alla questione delle indulgenze.
Il lavoro del Crivelli - almeno, fino a questo punto - dimostr di
essere apprezzato. Paolo terzo gli concesse la dignit vescovile per la
diocesi di Tagaste, ma in qualit di suffraganeo (ossia di collaboratore,
di ausiliario, insomma un vice) del gi vescovo di Vercelli,
Pietro Francesco Ferrer. Su insistenza del Senato milanese, l'inquisitore
ricevette anche una pensione, il cui ammontare era pari a
duecento ducati d'oro. In seguito, fu il cardinale Ippolito II d'Este,
arcivescovo di Milano (e che a Milano mai dimor) a nominarlo suo
ausiliare. Non solo. Il ferrarese gli concesse piena fiducia, giacch
il Crivelli si vide riconoscere pieni poteri nell'esercizio delle due
funzioni e a lui spett il compito di visitare le varie parrocchie della
diocesi. Un compito che solo il Concilio di Trento avrebbe vincolato
al vescovo, insieme all'obbligo della residenza nella propria diocesi.
Il Crivelli si impegn contemporaneamente sui due fronti: fu
impeccabile nelle sue assidue visite pastorali, ma non cess - anzi! - la
propria battaglia contro l'eresia. Semmai la possibilit di viaggiare
in lungo e in largo gli confer ancora pi strumenti per stanarla.
Dopo la travagliata apertura dei lavori conciliari, il Crivelli inizi
a frequentare quei gruppi che a Milano erano considerati i pi vicini
alla spiritualit che andava ispirando la Riforma cattolica. L'inquisitore
divent assiduo frequentatore del cremonese Antonio Maria
Zaccaria, un dottore in medicina folgorato dalla fede - per cos dire
- sulla via di Damasco. Lo Zaccaria fu fondatore della comunit dei
Chierici regolari di San Paolo, altrimenti detti barnabiti, poich la
loro prima sede fu proprio la chiesa di San Barnaba. Sotto la stessa
regola, fond un altro ordine, le Angeliche di San Paolo (suore, e non
di clausura, una novit per l'epoca). Sempre da lui ebbe origine la
comunit dei Maritati di San Paolo, formata da laici sposati impegnati
con devozione in missioni religiose. Tramite lo Zaccaria, Crivelli
conobbe il cremasco Battista Carioni, domenicano come lui, gi
superiore del convento di Santa Maria delle Grazie e noto per la sua
vita, improntata alla pi solida onest e alla pi schietta rettitudine.
Il legame tra i due era nato in casa della duchessa di Guastalla,
Ludovica Torelli, presso la quale il Carioni risiedeva per dispensa
papale, ma con rumorosa disapprovazione negli ambienti clericali.
Era stato proprio il Carioni a influire sulla scelta dello Zaccaria di
abbandonare pazienti e malattie, per prendere i voti. E fu sempre
il Carioni a sostenere l'amico nella fondazione della comunit dei
barnabiti, alla cui regola mise mano anch'egli. Forse in ossequio
allo Zaccaria, che Crivelli ammirava, nella sua veste di inquisitore
generale diede il suo personale placet alla pubblicazione di due
volumi di Carioni, l'Opera utilissima della cognitione et vittoria
di se stesso e lo Specchio interiore.
Gi da tempo, tuttavia, Carioni era in odore di eresia nella curia
romana, che gli rinfacciava la sua simpatia per le idee di Pelagio,
che lo portavano a esaltare il libero arbitrio nell'uomo, in grado di
giungere alla grazia da s imitatione Christi. Si ricordino, inoltre, le
sue dure critiche contro i costumi del clero, ai quali contrapponeva
una religiosit imperniata sulla carit, estranea al formalismo dei
dogmi. Motivi per cui quelle stesse opere che il Crivelli in persona
aveva approvato avrebbe dovuto poi condannarle al rogo, in quanto
colpite, come il suo autore, dalla condanna del pontefice Paolo quarto,
che le pose all'indice.
Nel 1550 Milano accolse un nuovo arcivescovo nella persona di
Giovanni Angelo Arcimboldi, residente nella diocesi, come da prescrizioni
conciliari. L'Arcimboldi non aspett a manifestare il suo
dissenso per l'ampiezza di poteri e movimenti della quale godeva
il Crivelli, anche e soprattutto in fatto di eresia. Si lament direttamente
col papa per le continue interferenze nel suo lavoro, dovute a
interventi e azioni non richieste del Crivelli. Era chiaro l'obiettivo del
nuovo arcivescovo: legare a doppio filo il tribunale dell'inquisizione
alla propria, esclusiva autorit. Non erano pi i tempi del lassismo
clericale riguardo alla proliferazione dell'eterodossia. Non erano
pi i tempi in cui un Senato poteva esporsi e sostenere una figura
di inquisitore non gradita alla massima autorit religiosa in loco.
La parola dell'arcivescovo fu sufficiente a procurare la caduta di
Crivelli, sostituito, nell'esercizio delle sue funzioni e sotto la rigida
autorit dell'Arcimboldi, dal canonico Bonaventura Castiglioni.
Crivelli, povero inquisitore incompreso, vittima del suo stesso
zelo, quando la caccia a miscredenti e streghe divent appannaggio
dei grandi della Chiesa, spir a Milano, citt della quale era rimasto
comunque vescovo ausiliare per volont di Carlo Borromeo
(ma in teoria, pi che nella sostanza), il 7 ottobre 1561. Alle mura
di Sant'Eustorgio il compito di preservare in silenzio le sue spoglie
dalle fiamme di quel rogo che nessun inquisitore pot mai eguagliare:
il tempo e la sua giustizia.
 
Capitolo 6.
Quasi un Dracul
Gian Giacomo de' Medici, 1495-1555.

Avrebbe potuto candidarsi a discepolo del conte Vlad terzo Tepes, ossia
l'Impalatore, il voivoda (principe) di Valacchia, figlio di Vlad
II Dracul, dell'ordine del drago e primo nella stirpe dei Drculeti,
ossia dei Dracula. In parole povere, dei Diavoli. Gian Giacomo de'
Medici, beninteso, non si accaniva di notte sul collo candido di giovani
e tenere vergini indifese, cui donare, attraverso canini e sangue,
la morte vivente; ruolo che invece, in varie leggende popolari, spetta
all'Impalatore, consacrato dal successo del romanzo di Bram Stoker
e dal film di Francis Ford Coppola, che da esso trasse ispirazione.
L'accostamento trova semmai un senso nella dimensione storica del
personaggio, l'Impalatore, appunto, soprannome pi che meritato
per la crudelt con cui il conte Vlad si accaniva sui suoi nemici, i
turchi impegnati nella conquista dei Carpazi. Il conte non si limitava
a uccidere, ma impalava i loro corpi agonizzanti sulle lance piantate
sul campo di battaglia, fino a che, trapassati, scendendo di centimetro
in centimetro, non cessavano di mostrare a spasmi quanta vita gli
rimanesse ancora.
Il nostro Gian Giacomo de' Medici, meno noto alla storia e al folklore
delle leggende, non pecc di minor cruenza nel devastare quanti
gli si schieravano di fronte. Spregiudicato, sfrenato nell'uso della
forza e della violenza, efferato, era gi noto ai suoi contemporanei,
nella prima met del sedicesimo secolo, come signore di briganti, a capo
di un manipolo di manigoldi dediti a scorrerie e atti variamente classificabili
come criminali, ma anche esperto comandante militare e
capitano di ventura, di grande valore militare e di vivace acume per
i suoi padroni, una furia mortifera e sanguinaria per i suoi nemici
sul campo di battaglia.
Che si sfati subito ogni dubbio in merito alla genealogia del personaggio.
Se il cognome porta alla mente gli anni d'oro della signoria
medicea a Firenze, il mecenatismo di Lorenzo il Magnifico, le grandi
opere di Michelangelo et cetera, l'anagrafe smentisce ogni nostra
possibile immaginazione. Giacch Gian Giacomo era di origini
modeste. N era fiorentino e neppure lontanamente imparentato
per vie traverse coi Medici di Firenze. Era nato a Milano (il 25
gennaio 1498) e le sue origini pi lontane, secondo alcune fonti, lo
ricondurrebbero alla Valsolda.
Era figlio di tale Bernardino Medici, residente in un palazzo nella
contrada milanese di Nosigia. Lo stile di vita del padre rasentava i
lussi di un nobile, ma nobile non era affatto. Il suo lavoro era fra i
pi disprezzati dalla gente di ogni tempo e luogo. Era un usuraio, che
concedeva denaro a prestito, ruolo che lo aveva messo in contatto
persino col duca Francesco secondo Sforza, per conto del quale svolgeva le
mansioni di un esattore delle tasse. Aveva sposato Cecilia Serbelloni,
un altro cognome altisonante per Milano, ma senza alcun legame di
sorta con quei Serbelloni che nel Settecento avrebbero dato a Milano
uno dei suoi palazzi pi belli, sul corso di Porta Orientale (l'odierno
corso Venezia), oggi sede del Circolo della Stampa. La famiglia della
Serbelloni non possedeva neppure una stilla di nobilt, tuttavia non
discendeva da una famiglia nota per esercitare professioni indegne,
anzi: pare che i suoi avi fossero notai.
La coppia ebbe quattro figli, e tutti fecero - come si suol dire -
strada. Di Gian Giacomo si  gi detto che sarebbe diventato uno
dei capitani di ventura pi temuti, e altro ancora si dir. Suo fratello,
Giovanni Angelo, avrebbe indossato sul capo la tiara papale col nome
di Pio quarto. Ci furono anche due femmine: Margherita, futura sposa del conte Gilberto secondo Borromeo e madre di Carlo, futuro arcivescovo di
Milano negli anni controversi e caldi della Controriforma; l'altra,
Clara, avrebbe lasciato Milano per risiedere col marito, un nobile
austriaco, nella sua patria.
La storia di come Gian Giacomo arriv a costruire la sua fama e la
propria fortuna  quasi di per s un romanzo, pi che una biografia. 
uno spaccato delle vicende che colpirono la Milano orfana del Moro
e in bala della bramosia dei francesi, guidati da re Luigi dodicesimo, figlio di
Carlo ottavo (il re francese chiamato in Italia proprio da Ludovico Sforza,
che inaugur cos la tribolata stagione delle guerre d'Italia), deciso a
conquistare definitivamente Milano, a destituire il duca Francesco II
e a spazzare via ogni retaggio, presente e passato, degli Sforza.
I francesi riuscirono a rientrare in citt nel 1516. Il duca fu subito
messo agli arresti e, con lui, i suoi funzionari ghibellini, fra cui Bernardino
de' Medici, reo tra l'altro di aver contratto numerosi debiti
per anticipare al suo signore cospicue somme di denaro, necessarie
a condurre - senza successo - la guerra contro i gigli di Francia.
L'esperienza del carcere lo mise a dura prova. Non trascorse molto
tempo tra la sua liberazione e la sua morte. E i debiti contratti, cos,
si riversarono sulle teste dei suoi eredi.
Fra di loro, il nostro Gian Giacomo. Ancora ragazzino, si era
distinto per un caratterino niente male, condito di violenza, spesso
gratuita, e naturalmente portato alla vendetta. Appena sedicenne,
sub il bando per l'omicidio di tale Paolo Pagnano, per una banale
lite. Milano era gi sotto i francesi. Francesi per il quale il giovane
Gian Giacomo - detto il Medeghino, ossia il piccolo Medici
per la sua bassa statura - non nutriva simpatia alcuna.
Milano, in effetti, non se la passava bene sotto i francesi. Aveva
visto tramontare l'astro della famiglia che l'aveva resa grande, che
aveva costruito un ducato vasto e ricco. Tuttavia un contesto come
quello dell'Italia del primo Cinquecento, un immenso campo di
lotte senza fine, ben si addiceva all'indole e alle mire di uno spirito
ambizioso, cinico e spregiudicato come quello del Medeghino.
Trascorse il bando in una fortezza sul Lario, e ne fece la base per
ogni sua scorreria. Galeotto fu il lago: qui il Medici ritrov Girolamo
Morone, funzionario dello Sforza e amico della sua famiglia.
In virt di questo antico legame, l'ex cancelliere di casa Sforza non
esit ad annoverare anche il giovane Medici nei progetti orchestrati
dai ghibellini vicini al duca, avallato dall'imperatore Carlo V, per
rovesciare il dominio francese a Milano. E Medeghino il bandito
si fece soldato. In tale veste prese parte agli scontri tra francesi e
spagnoli, culminati nella battaglia della Bicocca degli Arcimboldi,
alle porte di Milano, nel 1522. La vittoria arrise agli uomini dell'imperatore
e ai suoi partigiani, presagio del successivo trionfo a Pavia
(1525), battaglia nella quale fu fatto prigioniero anche il nuovo re
di Francia, Francesco I.
Il ducato risorse dalle sue ceneri. Primo ministro e uomo di punta
del nuovo Stato fu il Morone, che tanto aveva dato alla causa
ghibellina. Accanto a lui, ascese l'astro del suo uomo di fiducia, il
Medeghino, che con coraggio e forza si era distinto nelle battaglie
sostenute. Il Morone lo nomin addirittura primo fra le sue guardie
del corpo. Il suo potere doveva essere ingente. Tanto da poter ordinare
l'uccisione di un uomo come Ettore Visconti, membro minore
della famiglia ducale, sostenitore degli Sforza prima di passare ai
francesi e acerrimo nemico del Morone stesso.
L'atto, per, non poteva restare impunito per la sua gravit. A essere
stato ucciso era comunque un Visconti. Il suo sangue esigeva
colpevoli e punizioni. Uno dei complici del Medeghino fu arrestato
e impiccato. Il Medici se la cav col solito bando, trascorso sul lago
di Como, al castello di Musso, nel territorio detto delle tre pievi,
ossia le tre leghe Grigioni.
A Milano, intanto, si andava vociferando che il delitto Visconti
fosse servito al Morone, in pieno accordo col duca, per togliersi
di torno il Medeghino, la cui ombra stava rischiando di offuscare
ben altri soli. Tanto che gli si sarebbe fatto credere che, in seguito
al bando, sarebbe diventato castellano del Musso. E al Musso, in
effetti, giunse con tanto di lettera nella quale - cos gli era stato
comunicato - era indicato il passaggio di consegne tra l'attuale
castellano e il Medici. Peccato che il vero contenuto della lettera
fosse un altro, giacch essa conteneva l'ordine, per il castellano in
carica, di uccidere seduta stante il Medeghino e il suo seguito. Sentito
odore di bruciato, il Medici, di comune accordo col fratello che lo
accompagnava, decise di leggere la missiva e, quindi, di sostituirla
con la comunicazione effettiva del passaggio di consegne. Il tutto,
senza intaccare il sigillo ducale.
Musso, fortezza fra le pi efficienti del ducato, gi oggetto di
rimaneggiamenti per opera di Gian Giacomo Trivulzio, al tempo
maresciallo di Francia, sotto il Medeghino divent una sorta di
enclave, o piuttosto una terra di nessuno, fuori da ogni potere, da
ogni legislazione, da ogni norma che non fosse il volere arbitrario
di Gian Giacomo de' Medici. Questi riun intorno a s una corte
di fuoriusciti ghibellini, uomini al bando, avventurieri, mercenari
spiantati e briganti. Se l'alloggio era fornito dal Medeghino, il vitto
andava procurato. E per farlo la banda, sotto la guida del suo capo,
sempre pi affamato di ricchezze, si esib in un'ampia gamma di
azioni criminose, dalla rapina al furto, dal rapimento con estorsione
all'omicidio. Si ricorda, fra gli altri, il sequestro di un gentiluomo,
un ricco possidente guelfo, tale Stefano da Birago, che fu tenuto in
prigionia e oggetto di sevizie, fino a che non fu pagato un cospicuo
riscatto. Senza dimenticare il diritto di riscossione di tasse e pedaggi
istituito dal Medeghino su quello che per lui era a tutti gli effetti
- e chi osava affermare il contrario? - il suo territorio. Il castello
di Musso divenne dunque il centro di un nuovo genere di signoria,
una corte di banditi, dediti ad azioni piratesche, al di fuori di ogni
controllo, al di sopra di ogni legge.
Nel frattempo, Milano tornava in guerra con la Francia. E il Medici
non fece mancare il proprio contributo, con azioni che oggi
definiremmo di guerriglia in un territorio di confine, quindi tanto
inaspettate quanto dannose per l'esercito dei gigli. Tutto ci, mentre
i parenti del defunto Ettore Visconti, ripreso vigore dalla presenza
dei francesi sul terreno del ducato, si davano da fare per ordire una
congiura ai danni del duca Francesco II. Il piano fu scoperto, e ci
diede modo al Medeghino di beneficiare della clemenza del duca,
agli occhi del quale l'assassinio di un membro della casata ducale,
a questo punto, non dovette pi apparire fatto cos grave e imperdonabile.
Segno della ritrovata amicizia fu la concessione del titolo di
legittimo castellano di Musso. Non solo: al Medici andarono anche
tutte le entrate riscosse nel territorio della Valsassina e di Porlezza.
Sua sarebbe stata anche la rocca di Chiavenna, qualora fosse riuscito
a sottrarla ai Grigioni, contro i quali il Medeghino mise in atto una
spietata e impietosa guerriglia senza regole, che costrinse gli svizzeri,
per fronteggiarla, a ritirare le proprie milizie dalla battaglia che si
stava combattendo a Pavia, privando cos Francesco I del loro aiuto.
Eppure, ancora una volta, un fatto intervenne a rendere amara la
vittoria. Il Morone fu raggiunto dall'accusa di aver tradito la causa
dell'impero e di essere passato dalla parte dei francesi. Il duca, per
tentare in ogni modo di salvare il suo primo ministro e di convincere
della sua innocenza, spron tutti i suoi castellani a cedere le proprie
residenze agli spagnoli. Tutti si piegarono alla volont del duca, ma
non il Medeghino che, smanioso, anzi, di ampliare i propri domini,
inizi a tendere agguati e imboscate anche ai soldati
di Carlo V,
secondo tattiche e strategie che non lasciavano scampo agli uomini
guidati da Antonio de Leyva.
Abile nella guerriglia, ma ugualmente astuto e preparato nella
gestione di un esercito in campo aperto, il Medeghino era esperto
nel reclutamento di veri e propri eserciti di mercenari, assoldati nel
suo territorio e schierati, per lo pi, contro le milizie dell'impero. Il
disegno del Medici - siamo nel 1525 - era ormai chiaro: approfittare
della debolezza del duca Francesco II per tentare la conquista
del territorio lariano, come del resto stavano cercando di fare gli
svizzeri, inserendosi nell'annosa contesa tra francesi e spagnoli per
il ducato milanese. Nell'ordine, il Medici pose sotto il suo controllole tre pievi (Dongo, Gravedona e Sorico), quindi arriv fino a
Morbegno nella conquista della Valtellina, costringendo i Grigioni
all'intervento. Fece prigionieri alcuni ambasciatori grigionesi: in
cambio di alcuni di loro racimol un riscatto di circa undicimila
ducati, in parte spesi per provvedere a una ristrutturazione delle
proprie fortezze, Musso in primis. Offr i propri servigi - dietro lauto
compenso - anche alla Serenissima e al papa, alleati contro
Carlo V. Per un totale di cinquemila ducati (per la cronaca, il Medeghino
ne aveva chiesti seimila), arruol mercenari svizzeri da spendere
sul campo di battaglia contro gli imperiali. Gli stessi contro i quali
lui, in prima persona, non cessava di prodigarsi in una serratissima
guerriglia, che mise a dura prova l'esercito del de Leyva. Fedele
al motto per cui, nell'impossibilit di vincere il nemico, tanto vale
allearsi con lui, Antonio de Leyva lo port, a suon di ducati, dalla
propria parte. Sanciva cos di fatto lo strapotere del Medeghino, la
sua invincibilit. Gian Giacomo de' Medici conobbe allora, per la
prima volta, il gusto della fama.
L'impero, del resto, si mostr alquanto generoso con lui. Gli concesse
il titolo di conte di Lecco, nonch di marchese di Musso, cui
si aggiunse il dominio sull'Alto Lario, feudo imperiale. Il che non
inib affatto, anzi potenzi la smania superomistica di conquista del
Medeghino, che prosegu nelle sue razzie. E anche quando i continui
rovesci di alleanze portarono Carlo V ad ammorbidire le proprie
posizioni verso lo Sforza, dopo anni di logoranti guerre contro i
francesi, portando in disgrazia il Medeghino, egli non si diede per
vinto, e da solo, alla testa del suo esercito personale, continu a
combattere. I suoi uomini furono chiusi sotto assedio a Lecco e nella
roccaforte di punta, Musso. Troppo sangue, per, era stato versato.
Troppi uomini erano morti. Troppo tempo era trascorso da che i
superstiti non rivedevano pi le loro case. Forse c'era davvero voglia
di pace, quando il fratello Giovanni Angelo si impegn in trattative
e compromessi per spegnere i fuochi della guerra. La pace fu firmata
il primo marzo del 1532. E il Medeghino cadde in piedi. Rinunci
s alla sua cara Musso, insieme a Lecco, ma lo fece in cambio di un
titolo, quello per cui diventava marchese di Marignano (l'attuale
Melegnano), e di denaro, per un totale di trentacinquemila scudi. In
aggiunta, il bonus dell'amnistia per i suoi uomini.
E di lui si inizi a parlare come di un personaggio leggendario. La
violenza e la crudelt, la brutalit e la ferocia lasciarono il passo al
suo genio tattico, al suo coraggio, al suo valore militare, di soldato,
stratega e comandante. Continu a servire Carlo V. Combatt per
lui in svariate campagne militari, fino all'Ungheria. E il Medeghino
- che ora, da marchese, i Medici fiorentini iniziarono a rivendicare
come loro lontano parente - non sment la sua fama: il suo braccio
armato continu a sventrare corpi e a far scorrere a fiumi il sangue
dei nemici dell'impero, ovunque in Europa, ma nessuno pot mai
accusarlo di essersi tirato indietro, di essersi risparmiato in qualche
modo, o di aver usato il proprio prestigio per schivare i pericoli maggiori.
Malvagio s, ma con un'etica bellica di raro spessore. E le sue
nuove imprese gli valsero una nuova pioggia di ricchezze e di onori.
Tra una guerra e l'altra, trov anche il tempo per prendere moglie.
Non che avesse mai manifestato particolari inclinazioni per la vita
coniugale, ma ormai lo esigeva il rango raggiunto; ed esigeva non
un matrimonio qualunque, ma uno sposalizio che servisse a incrementare
ancora la propria scalata sociale. La sposa fu individuata in
Marzia Orsini, figlia di Ludovico, conte di Pitigliano. A mediare le
trattative e a redigere gli accordi furono papa Paolo terzo e l'onnipresente
fratello Giovanni Angelo. La cerimonia e il banchetto ostentarono
uno sfarzo degno di colui che si era guadagnato sul campo gli onori
militari e la stima dell'imperatore, e che, con spregiudicata avidit,
aveva ammassato bottini su bottini. Sulla vita famigliare del piccolo
Medici non sappiamo poi molto n, del resto, dur a lungo. Nel
1548 il Medici si trov gi vedovo. N  da dire che la mogliettina
riusc, in quei tre anni, a trattenerlo a casa. Gian Giacomo continu
a combattere battaglie che non si riusciva pi a capire se fossero per
l'impero o piuttosto per se stesso, per una smania di guerreggiare
fine a se stessa, sfogo inevitabile di un'indole sanguinaria.
Per l'imperatore, combatt le nuove crociate contro i protestanti
tedeschi. Era presente anche a Ratisbona, dove, con temerariet e
audacia, salv Carlo V nel pieno della battaglia, quando l'imperatore
si trov in pericolo di vita. E si guadagn il titolo di cattolicissimo.
Ancora una volta, il Medeghino fu ben ricompensato: per lui l'imperatore
estrasse dal cilindro il titolo di vicer di Boemia. A Praga
represse un ammutinamento con metodi - neanche a dirlo - ben
poco ortodossi, e di una tale brutalit da scoraggiare qualsivoglia
successiva renitenza. In Emilia fu uomo di punta del duca
Ferrante I Gonzaga, che poi sostitu come comandante generale per ordine
dello stesso imperatore. Che cos'altro ancora poteva volere, dove
ancora poteva arrivare?
Intanto la sorte lo condusse a Siena. Era il 1553. Chi c'era allora a
Siena? Da una parte era schierato Piero Strozzi, traditore fiorentino,
accompagnato da milizie sotto le insegne del giglio francese, per la
difesa della citt toscana. Dall'altra, neanche a dirlo, gli imperiali
di Carlo V. Mutati gli interessi, francesi e spagnoli continuavano a
combattere su nuovi campi di battaglia. E fra gli imperiali spiccava
la spada del Medeghino, pronto a servire ancora la causa di Carlo V
(che voleva Siena per la sua posizione strategica) e la propria: ancora
morti da seminare su un campo di battaglia e tanti pi morti, quanti
pi onori e ricchezze da pretendere dall'imperatore.
Il Medeghino pose Siena sotto assedio. Del resto, non v'era partita.
La citt fu isolata e in tal modo, con facilit quasi puerile, il
Medici mise a ferro e a fuoco il territorio circostante, razziando ci
che pi gli piaceva e trucidando chiunque tentasse di dare manforte
agli assediati, si trattasse o meno di uomini in armi. Proprio come
sterminava chiunque osava opporsi ai suoi tentativi di espropriazione
nella campagna senese. E pi i suoi nemici si distinguevano
per coraggio, pi violenta era la morte che riservava loro. A chi gli
capitava tra le mani toccava una sorte orribile: il Medeghino lo uccideva
di sua mano con un'accetta che teneva sempre con s e che
pare usasse come bastone d'appoggio. L'apice della guerra arriv
con la battaglia di Scannagallo, iniziata il 2 agosto 1554. Nomen
omeri, giacch si tratt di una carneficina. Al comando dello Strozzi
vi erano circa quindicimila uomini, fra senesi, francesi e mercenari
(tedeschi e grigionesi). Di altrettanti uomini disponeva il Medici,
a capo di spagnoli, tedeschi e italiani. Fu una strage annunciata.
Non certo per la mole degli eserciti, quanto per la qualit dei due
comandanti, nonch della strategia messa in campo. Lo Strozzi
lasci sul campo quattromila anime, contro i circa duecento morti
dell'esercito imperiale. Il tutto, in meno di due ore. Fu inasprito
l'assedio su Siena. E il Medeghino ne approfitt per impadronirsi
ancora di nuovi castelli, prima di bombardare la citt, che si arrese,
stremata e alla fame, il 17 aprile 1555.
Ancora una pioggia di onori e riconoscimenti per lo spietato
Medeghino? Solo in parte, suo malgrado. E all'apice del successo. La
morte lo rap alle sue scelleratezze l'8 novembre dello stesso anno,
a Milano. Si vocifer che non fosse deceduto per cause naturali,
ma che l'invidia nutrita a suon di successi e benemerenze imperiali
avesse trovato il modo di introdurre a casa sua un potente veleno.
Le sue spoglie hanno trovato accoglienza nella cappella dell'Assunta
e San Giacomo, nel Duomo di Milano. Il suo monumento
funebre, realizzato da Leone Leoni, fu eseguito su un disegno di
Michelangelo, per volont del fratello, ormai papa Pio quarto. Il diavolo
e l'acqua santa, questi due fratelli. Forse, per, neppure la santit del
nipote, l'arcivescovo Carlo Borromeo, riusc a ripulire le macchie
di tutto quel sangue versato.
 
Capitolo 7.
Uomini e mantidi
Bianca Maria Scappardone, ?-1526

Spietata adescatrice di uomini, che soggiogava al punto di spingerli
a uccidersi fra di loro.  il ritratto di una delle donne pi celebri della
storia di Milano, Bianca Maria Scappardone, contessa di Challant.
Una storia intorno alla quale, per, le voci popolari, la finzione letteraria
e perfino le leggende sui fantasmi hanno ricamato non poco.
Secondo una delle pi consolidate tradizioni popolari milanesi, la
donna sarebbe quella ritratta nella terza cappella a destra della chiesa
del Monastero Maggiore in corso Magenta. A dare le sue fattezze
a Santa Caterina da Alessandria d'Egitto fu il pittore Bernardino
Luini, che assistette alla decapitazione in piazza della mantide
milanese e ne trasse ispirazione per raffigurare l'identica fine toccata
in sorte alla santa.
La donna, giovane e bellissima,  ritratta mentre, in ginocchio e
raccolta in preghiera, reclina il capo offrendo il collo al suo giustiziere.
Che il volto sia quello dell'assai meno santa contessa vissuta
nel Cinquecento,  quanto racconta lo scrittore Matteo Bandello -
contemporaneo della Scappardone, che ebbe occasione di conoscere
- in una sua novella (La Contessa di Cellant [sic] fa ammazzare il
Conte di Masino e a lei  mozzo il capo). In tempi pi recenti, la
vicenda  stata narrata anche da Giuseppe Giacosa nel dramma in
cinque atti La signora di Challant, rappresentato per la prima volta
a Torino nel 1891 ; ma  al Bandello e alla sua penna che ci rifaremo
per ripercorrerla.
Non nobile - di basso sangue e di legnaggio non molto stimato,
la descrive il novelliere(1) -, Bianca Maria Scappardone in compenso
poteva contare sulle ricchezze che aveva ereditato dalla sua famiglia
di origine, oltre che sulla sua singolare avvenenza e sul suo carattere
particolarmente spregiudicato. Figlia unica di un noto usuraio
originario del Monferrato che aveva sposato una greca molto pi
giovane di lui, Bianca rimase presto orfana del padre e pot cos
godere delle ricchezze che questi aveva accumulato per tutta la vita.
Ma la sua ossessione divenne scalare i gradini dell'alta societ, cos
da condividere agi e lussi del bel mondo, quello aristocratico ed
esclusivo che abitava i pi raffinati palazzi delle citt lombarde, e
di Milano in particolare, nel sedicesimo secolo. Rincorrendo questo scopo,
pi che una cacciatrice di dote divenne un'ambiziosa cacciatrice
di un buon partito di sangue blu, che la elevasse socialmente.
Assai bella, ma tanto viva e aggraziata che non poteva esser pi,
Bianca sapeva come affascinare e soggiogare gli uomini, cos da
piegarli alla sua volont. Ma nella sua divorante ascesa verso una
pi che rispettabile posizione nella gerarchia sociale, dimostr di
non avere alcuno scrupolo, n princpi o coscienza. Cos, quando
si rese conto di quale forte ascendente esercitasse sui suoi partner,
non esit ad approfittarne e a usarli, sedotti, illusi e ingannati, per
raggiungere i propri scopi.
Il primo della nutrita lista di quanti caddero tra le sue grinfie portava
uno dei nomi pi illustri della Milano cinquecentesca: nientemeno
che un Visconti, a riprova dell'ambizione che pervadeva la giovane.
Alla soglia dei sedici anni di et, Bianca spos l'anziano Ermes
Visconti, guadagnandosi il pi efficace passe-partout per l'lite
aristocratica dell'epoca.
Ermes lasci questo mondo sei anni dopo il matrimonio. La sua
consorte rimase vedova, s, ma giovane, bella e soprattutto tanto
ricca quanto rispettata. E dopo aver terminato di osservare il rituale
periodo di lutto, torn nel Monferrato, a Casale, dove, trovandosi
ricca e libera - citiamo sempre il Bandello -, cominci a viver molto
allegramente e fare a l'amor con questo e con quello. Ella era da
molti vagheggiata e domandata per moglie.
Ammiratori e pretendenti, insomma, non le mancavano; tutt'altro.
Le sue preferenze andarono infine al conte Renato di Challant,
maresciallo dell'esercito dei Savoia, dal quale avrebbe ereditato il
titolo col quale pass alla storia. Ma l'unione tra i due, nata da una
passione travolgente e celebrata in segreto, naufrag miseramente e
si rivel niente pi che un fuoco di paglia, destinato a non superare la
durata di tre anni. Dopo di allora, la donna prefer trasferirsi altrove,
o forse vi fu costretta; fatto sta che scelse Pavia, dove condusse una
buona ed agiata casa, menando una vita troppo libera e poco onesta.
A Pavia la contessa non tard a entrare nelle grazie dei pi illustri
esponenti della nobilt che frequentavano salotti e ricevimenti. La
sua nuova preda si materializz nelle vesti di Ardizzino Valperga,
conte di Masino, giovine assai bello e molto gentile. E destinato
a patire la stessa sorte che sarebbe toccata ad altri: il giovane conte
fu sedotto, illuso e umiliato da Bianca Maria che, dopo essersi stancata
assai presto di lui, cerc di eliminarlo dalla sua vita. La donna
rincarava la dose coprendo il malcapitato di insulti e di molte altre
vituperose parole, traendone motivo perfino da una sua lieve zoppa.
Ne nacquero fieri alterchi tra i due, nel corso dei quali l'Ardizzino
ricambi gli insulti - riferisce sempre il Bandello - dandole pi
volte de la putta sfacciata per la testa e de la bagascia e de la villana.
Non pago, il Valperga pens di vendicarsi dell'ex amata sfruttando
un'altra arma assai pi temibile per una donna assetata di amanti
danarosi e illustri, ovvero la maldicenza. Il conte era un uomo conosciuto
e stimato, la sua parola aveva ovunque, fra i gentiluomini
suoi contemporanei, credibilit e valore. E cos il Valperga pens di
sfruttare le proprie credenziali per rovinare il nome della contessa
di Challant. Prese a parlarne male ovunque e con tutti e a riferire
gli aneddoti pi torbidi sul suo conto, avendo cura che avessero
un'ampia cassa di risonanza.
Ci non imped a Bianca di accalappiare un nuovo amante. Questa
volta si trattava di Roberto Sanseverino, conte di Gaiazzo giovine
de la persona valente e gentilissimo. L'uomo aveva perso per la
contessa non solo, come si suol dire, la testa, ma anche il barlume
della ragione. Preso fra le maglie della sua diabolica seduzione,
ne era ammaliato, strabiliato, confuso. E fu a questo punto che la
contessa, ormai certa di avere tra le mani non pi un uomo, dotato
di una mente e di una volont, ma un remissivo fantoccio, pens
di servirsene per prendersi la rivincita sull'ex amante. Non solo
chiese, ma pretese che il Sanseverino uccidesse il conte di Masino,
per punirlo della sua lingua velenosa.
Ma stavolta la Challant aveva fatto male i suoi conti: Sanseverino
e Valperga, infatti, erano buoni amici di vecchia data, e per nessun
motivo, neppure la passione amorosa che lo aveva accecato, il conte
di Gaiazzo si sarebbe macchiato del sangue di un uomo che stimava
e al quale si sentiva profondamente legato.
Tuttavia, la Challant non si diede per vinta. E architett un piano
ancora pi machiavellico del precedente. Finse allora di voler ricucire
i rapporti con Ardizzino, scusandosi per il suo comportamento
e facendogli intendere che ella era tutta sua e che perpetuamente
intendeva d'essere. La rinnovata relazione dur pi e pi giorni,
ma celava dietro di s l'inganno teso dalla donna.
Il Valperga, per quanto lusingato dal dietrofront della Challant
e attratto irrimediabilmente da quelle grazie che gi una volta lo
avevano condotto sull'orlo dell'abisso della passione, non se la
sent di assecondare fino in fondo le richieste della donna, che erano
semplicemente le stesse che aveva rivolto all'amico, ma a parti rovesciate:
sarebbe toccato ad Ardizzino sbarazzarsi del Sanseverino,
rivelatosi un burattino, s, ma inaffidabile.
Investito di tale compito, il Valperga prese tempo e trad a sua
volta le mire della contessa. Si precipit a Milano per incontrare il
Sanseverino e gli raccont tutto. Scoprendo dallo stesso amico che,
prima di fingere il suo ravvedimento e di tornare da lui pentita e
contrita, la contessa aveva preteso la medesima missione di morte
dal conte di Gaiazzo.
Anche stavolta, le mire vendicatrici della Challant andarono in
pezzi scontrandosi con la granitica amicizia che legava i suoi ormai
ex amanti. Sentendosi nuovamente tradita, infatti, la donna piant
in asso entrambi, fingendosi inferma e rifiutandosi anche solo di
vederli. Sia il Valperga che il Sanseverino si rassegnarono a separarsi
da lei; il secondo lasci Pavia, alla volta di Milano.
Per nulla rassegnata a metterci una pietra sopra, la Scappardone
si trov nella necessit di reperire e irretire qualche altro sprovveduto,
possibilmente fuori dalla cerchia degli intimi del Valperga,
considerate le recenti esperienze. Trov infine la pedina adatta per
mettere in atto i suoi cupi piani di rivalsa in un nobiluomo siciliano,
don Pietro Cardona, conosciuto a Milano a casa di un'amica, Daria
Boeta, che l'aveva accolta.
Questo Don Pietro era giovine di ventidui anni, brunetto di faccia
ma proporzionato di corpo e d'aspetto malinconico; anche lui,
appena vista Bianca Maria, se ne innamor all'istante. Ma per lei
non era altro che un piccione di prima piuma ed instrumento atto
a far ci che ella tanto bramava, cio togliere di mezzo una volta
per tutte sia il Sanseverino che il Valperga.
Stavolta, tutto and come la Challant aveva voluto. Il Cardona si
dimostr a lei succube in tutto e per tutto, quindi pronto a eseguire
anche quel folle ordine che aveva ricevuto dall'amante. Privo di
scrupoli al pari di lei, studi il momento giusto per entrare in azione
prendendo di mira dapprima il Valperga, dal momento che il
Sanseverino si era momentaneamente allontanato da Milano.
Ardizzino Valperga cadde vittima, insieme al fratello Carlo, di un agguato
teso dagli uomini d'arme di Pietro Cardona (Bandello sostiene
fossero in venticinque), i quali ebbero gioco facile nel circondarli in
un viottolo, una sera che i due erano usciti a cena, accompagnati da
alcuni servitori. L'omicidio, per, trov rapida soluzione, in tempi
e modi da fare invidia alla giustizia moderna, anche se va detto che
allora la macchina della giustizia poteva contare su strumenti di
convincimento certamente persuasivi ma assai poco ortodossi.
Non  escluso che un contributo determinante sia arrivato dal
Sanseverino il quale, venuto a conoscenza di quanto era successo,
avrebbe indirizzato le indagini nella direzione giusta, puntando il
dito sulla Challant. Di certo, uno sprone decisivo a rintracciare e
punire nel pi breve tempo possibile il colpevole dell'eccidio fu dato
dal duca Carlo di Borbone, governatore di Milano in rappresentanza
dell'imperatore.
Subito arrestato e messo in prigione, il Cardona fece il nome del
suo mandante, anzi della mandante. Per la contessa di Challant non
c'era pi scampo. La donna, la cui sete di vendetta sarebbe stata
appagata solo a met, fu subito arrestata e giudicata colpevole;
invano avrebbe fatto leva sul suo blasone per sfuggire al patibolo,
come a nulla serv il suo estremo tentativo di riguadagnare la libert
corrompendo le guardie a suon di scudi d'oro.
Dopo aver confermato quanto dichiarato dal complice (il quale, a
differenza di lei, riusc a fuggire), Bianca fu portata in lacrime nel
rivellino del Castello Sforzesco e qui decapitata dal lato della piazza,
perch tutti - compreso, a quanto pare, il Luini - potessero assistere
allo spettacolo. Non basta. La sua testa mozzata venne appesa nella
chiesa di San Francesco, come monito per tutte le aspiranti mantidi
del Paese. Era il 20 ottobre del 1526.
Una vicenda simile non poteva non esercitare forti suggestioni,
alzando su di s aloni di fascino e mistero. Cos, quanti assistettero
all'esecuzione capitale, raccontarono che, pur separata dal corpo,
la testa della contessa aveva mantenuto intatta la bellezza, la grazia
e, anche se reciso, tutto il fiore della sua giovinezza.
Sull'affresco nella chiesa del Monastero Maggiore, alcuni tramandarono
tutt'altra versione rispetto a quella del Bandello: il Luini
non si sarebbe rifatto al volto della Challant per l'effigie di Santa
Caterina da Alessandria, bens a quello di una suora della quale
si era invaghito e che per aveva rifiutato le sue profferte. Altri,
infine, ritengono che appartenga a Bianca Maria Scappardone lo
spettro della dama nera, una delle presenze spiritiche pi famose
di Milano. Ancora nel secolo scorso, la donna appariva di sera ai
passanti nei pressi del parco Sempione con il volto coperto da un
velo, li seduceva e infine, prima di sparire nel nulla, si scopriva il
volto, rivelando che in realt si trattava di un nudo teschio.
 Note.
1. II testo preso come riferimento per le citazioni  Le novelle del Bandello, in Tutte le opere
di Matteo Bandello, a cura di F. Flora, Mondadori, Milano 1942.


Capitolo 8.
Santi e demoni in maschera
1538-1584.

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai
tante maschere e pochi volti, scriveva Luigi Pirandello nel suo
romanzo capolavoro Uno, nessuno e centomila. Una lezione per
tutti. Una lezione di vita. Una lente di ingrandimento cui sottoporre
la storia, i fatti che l'hanno scritta, i personaggi che l'hanno vissuta.
Si scopre che grandi condottieri, i grandi eroi del passato, possono
essere classificati come crudeli e spregiudicati sanguinari, senza
nulla togliere al loro valore militare, da Cesare ad Alessandro il
Macedone, da Napoleone Bonaparte a Eisenhower, giusto per citare
qualche nome fra i pi abituali sulla bocca e nella mente di tutti.
E in tutto questo via vai di volti camuffati da maschere - perch
no? - capita ed  capitato che la societ e la cultura di un'epoca
condannassero come assassini, empi e malvagi, personaggi privi,
se non di macchia, almeno di colpe oggettive. Si pensi al caso delle
streghe e degli untori, tanto per citare due esempi. E che, viceversa,
fossero venerati come santi - e resi poi, effettivamente, tali da bolle
di canonizzazione della Chiesa - ecclesiastici del tutto privi di quelle
prerogative che, agli occhi di un cristiano, dovrebbero essere le prime
qualit di un servo di Cristo: l'umilt, la povert, il sacrificio di s fino
all'abnegazione, il perdono. Anzi, furono canonizzati i pi assidui
persecutori di quelle streghe alla cui caccia si accennava poc'anzi.
Il fu arcivescovo della diocesi di Milano Carlo Borromeo , fuor
di dubbio, uno dei santi fra i pi cari alla tradizione della Chiesa,
milanese e non solo. Le agiografie lo dipingono come uomo
integerrimo nell'assolvere i propri compiti, forte della sua fede e del
suo zelo. Insomma, un santo gi in vita, la cui nascita fu segnata -
guarda caso - da un evento prodigioso. Il 2 ottobre 1538 si verific
quello che papa Paolo V, nella bolla di canonizzazione del 1610,
definisce come il miracolo della luce: in piena notte, nel cuore
delle tenebre, un raggio di una luce accecante penetr attraverso
le spesse mura della rocca di Arona, per posarsi sul corpicino del
neonato, al cospetto dei presenti. Segno premonitore inequivocabile
del futuro splendore del santo.
Eppure qualcuno, alla vita di quel santo, attent, senza troppa fortuna,
la notte del 26 ottobre 1569. Perch quel qualcuno avrebbe
dovuto desiderare la scomparsa di un sant'uomo, perch qualcuno
gli avrebbe voluto cos male da tentare un gesto omicida, all'interno
dello stesso arcivescovado?
Esiste un dipinto, nella serie dei celebri quadroni di San Carlo,
che rappresenta l'istantanea di quel fatto. Ne  autore il Cerano e
questa tela viene esposta ogni anno, in Duomo, a Milano, durante
la commemorazione della morte del santo, avvenuta il 4 novembre
1584. E che cosa mostra questa tela? La folla che annualmente vi
si para davanti pu osservare un uomo in piedi, teso. Il suo capo
 coperto da un cappello elegante, adornato da una grossa piuma.
Tra le mani, invece, regge un archibugio (una sorta di antenato
del fucile), dal quale si diparte un fascio di colore rosso, a simulare
lo sparo rivolto contro il santo, in ginocchio, raccolto in preghiera.
Avvenne proprio cos? Forse,  probabile, non tutti i dettagli godono
del privilegio della certezza. Altre fonti affermano che l'attentatore
avrebbe vagliato diverse ipotesi prima di agire, non ultima quella
di mettere in atto il suo proposito nel corso di una delle molteplici
visite pastorali dell'arcivescovo nei vari territori della sua sterminata
diocesi, oppure durante una processione; o, ancora, in occasione di
una capatina presso i Barnabiti (ordine introdotto dal Concilio di
Trento e quindi particolarmente gradito al Borromeo). Tante ipotesi,
tutte scartate. Perch l'arcivescovo doveva essere ucciso dove pi
era forte, nelle sale che abitava, dove si trovavano presso di lui i suoi
accoliti. Avrebbe pagato con la vita, ma il fatto avrebbe costituito un
evento esemplare, di enorme potenza - diremmo noi oggi - mediatica.
Le stesse fonti descrivono l'attentatore vestito integralmente
di nero, intrufolatosi dunque all'interno dell'arcivescovado, dotato
non solo di un archibugio, ma anche di un archibugetto (la stessa
arma, in scala ridotta).
La versione ufficiale, per, insiste sull'atteggiamento orante del
Borromeo, che si sarebbe trovato in una cappella in legno, improvvisata
nell'anticamera, accanto al salone d'onore. Il manigoldo non
sarebbe entrato nella cappella, avrebbe sparato il colpo dall'ingresso,
quindi non a bruciapelo, ma con una certa distanza tra s e il bersaglio,
cosa che, in una cappella in cui il Borromeo non era solo,
aumentava la percentuale di un colpo a vuoto. Chi spar quel colpo?
Nella causa per la sua canonizzazione al cospetto di papa Paolo V,
l'avvocato Giulio Roma rifer che gli Umiliati
eleggono uno dello stesso Ordine, chiamato Donato Farina, apostata per
ministro di s gran scelleratezza, il quale si esibisce prontissimo a dar la
morte a Carlo; e circa mezz'ora di notte va il manigoldo nell'Arcivescovado,
e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell'oratorio con la sua famiglia in
oratione, secondo il suo solito, gli spar nella schiena un archibugio carico
di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero
a lui offesa alcuna, eccetto che la palla, che colp nel mezzo della schiena, vi
lasci un segno con alquanto tumore(1).
Dunque, un pover'uomo in devota preghiera, come da sua prassi,
colpito alle spalle come un traditore da uno scellerato, ma rimasto
miracolosamente illeso, fatto salvo un piccolo gonfiore della pelle:
ecco il succo della perorazione.
Ci che conta, in fondo, non  tanto la dinamica dei fatti, quanto il
fatto in s: l'attentato al nipote del papa, a Carlo Borromeo,
al venerabile arcivescovo, lo zelante simbolo vivente, in carne, ossa e strumenti
dell'inquisizione, dello spirito della Controriforma. Perch?
L'uomo armato era un frate, appartenente all'ordine degli Umiliati,
da tempo perseguitati e palesemente bistrattati in ogni modo dal loro
arcivescovo. Si chiamava Gerolamo Donato, ma tutti lo conoscevano
come il Farina, soprannome forse derivante dalla professione di
fornaio del padre o, addirittura, del nonno dell'uomo.
Il suo gesto non ebbe fortuna. Il colpo non riusc a squarciare le
carni del Borromeo. Se cos non fosse stato, chiss quale e quanta
efficacia avrebbero conosciuto i provvedimenti della Controriforma
nella diocesi di Milano. Forse qualche brava donna si sarebbe salvata
dal rogo e qualche semplice barbiere non avrebbe subito l'accusa
di essere un untore.
 naturale che dal fallimento dell'attentato nacque una pomposa
quanto scontata prosopopea sui motivi per cui il Borromeo non rest
ucciso, fatto peraltro preponderante in quello che sarebbe stato il suo
processo di canonizzazione. Il provvidenziale intervento divino - che
cos'altro? - aveva impedito a un malvagio di privare la cristianit di
un uomo la cui eccellenza era riconosciuta universalmente. Restano
le parole dell'arcivescovo miracolato, il quale sostenne di essere stato
raggiunto dallo sparo in piena schiena: Mi sentii all'improvviso
una percossa in un osso del filo della schiena(2). Del resto, il dottore
accorso senza indugio esamin con scrupolo la schiena porporata,
senza tuttavia riscontrare alcuna ferita. Miracolo!
C' per chi non depone le armi al cospetto di spiegazioni che si
appellano a miracoli ed eventi che di empirico e di oggettivo non
hanno nulla. L'attentato non ebbe il risultato sperato, ma il colpo fall
per una moltitudine di ipotetiche cause che la ragione pu accettare
senza spremersi troppo nei controversi meandri della metafisica. E
se al Farina fosse tremata la mano al momento di sparare? Non era
certo un gesto da poco quello che stava compiendo; tenuto conto,
poi, che il Borromeo non si separava mai - neppure in preghiera,
ammesso che stesse realmente pregando in quel frangente - dal suo
seguito di birri, un corpo di guardie personali. Senza contare che
il frate ben sapeva che, seppure il Borromeo fosse dipartito per il
mondo ultraterreno (quale dei tre?), lui non l'avrebbe fatta franca:
sarebbe stato arrestato, sommariamente processato e condannato a
morte. C' inoltre da considerare che l'attentatore era pur sempre
un frate e di un ordine fra i pi miti: nulla di pi semplice che non
fosse avvezzo ad attentare alla vita di altri uomini e che la sua abilit
nell'uso dell'archibugio rasentasse lo zero. E infine, non  che
quegli archibugi fossero poi armi dotate di silenziatore: chiss quale
frastuono provoc la messa in funzione del meccanismo interno, e
allora quanti si trovavano insieme all'arcivescovo avrebbero avuto
tutto il tempo di mettersi in allarme e scorgere l'attentatore.
Insomma, le terga del porporato restarono illese. Il Borromeo sopravvisse
per appiccare il fuoco a molti atri roghi ancora. Accadde
per l'impensabile: il Farina riusc a darsela a gambe, tanto fu il
trambusto che segu allo sparo e all'accasciarsi dell'attonito arcivescovo.
Mai, mai se lo sarebbe atteso il povero fraticello. Talmente
viva era in lui la consapevolezza di una morte certa, che i giorni
antecedenti l'attentato al Borromeo li aveva trascorsi in un luogo
particolarmente caro al suo cuore, nei pressi del Verbano, sul colle
Mombello, in un piccolo villaggio, in quel convento dove aveva
vissuto anni felici e sereni prima dell'esperienza milanese.
Eppure, avvenne il contro-miracolo. Il Farina lasci il luogo del
delitto mancato fuggendo dalla porta davanti alla facciata destra
del Duomo. Chiunque, nella concitazione del momento, avrebbe
pensato, come prima mossa, di mettere quanta pi distanza possibile
tra la propria persona e le mura della citt di Milano, magari
in direzione della Serenissima. Il Farina no. E fece bene, giacch
l'ordine di sbarrare le porte della citt fu celermente eseguito, come
pure la caccia all'uomo al di fuori di esse. Il frate chiese ospitalit al
fratello, che quest'ultimo prontamente gli concesse, ma il generoso
congiunto non sapeva in quale grosso guaio si stesse cacciando.
Perch, pur ignorandolo, nella sua casa teneva non solo l'attentatore
dell'arcivescovo, ma anche l'arma del delitto, che il Farina depose in
soffitta, senza farsi vedere. Anzi, durante la permanenza del Farina,
l'ignaro Gerolamo gli chiese se fosse al corrente che hier sera fu
tirata un'archibugiata al Cardinale nella schiena [...], ad ogni modo
il Cardinale ha di sconciato tante persone, che qualcuno si saria
voluto vendicare(3). Eh gi, una vendetta a tutti gli effetti.
Sulla testa del Farina fu posta una taglia pari a duemila scudi: una
bella somma a quei tempi, in una citt in cui i morti di fame erano agli
angoli delle strade. Le ricerche si tradussero in una caccia forsennata,
nella quale le guardie dell'arcivescovo setacciarono e ribaltarono la
citt da cima a fondo, in ogni suo angolo e anfratto, persino il pi
remoto. E tutto ci, mentre l'arcivescovo, dal suo pulpito, affermava
con un clamore urbi et orbi di aver perdonato il suo potenziale
assassino. Era per come cercare un ago in un pagliaio. Non c'erano
indizi, neppure supposizioni che portassero a qualcosa di concreto
che restringesse il campo dei sospettati. Che potevano essere uno,
nessuno e centomila, per citare ancora Pirandello. L'arcivescovo
non era amato: chi avrebbe pianto la sua morte?
Chiunque avrebbe potuto attentare alla sua vita. Perch chiunque era
a rischio, con lui seduto sul seggio arcivescovile, di essere accusato
di eresia, senza aver alcun contatto reale con nessun genere di eresia.
Saltare la messa una tantum? Eresia! Giocare a carte? Eresia! Concedersi
un ballo? Eresia, eresia! Ci era pi che sufficiente per essere
condannati, nella visione un tantino esaltata dallo zelo religioso di
un uomo che sottopose a processo anche dei ragazzini, colpevoli
di aver giocato con una palla. Attori e saltimbanchi erano fra i suoi
bersagli prediletti, come tutti coloro che praticavano una qualsiasi
forma di passatempo. Nulla era tollerato, se non un severo
rigore morale da ostentare in ogni modo. Il memoriale del Borromeo, del resto,
non lascia adito a dubbi, nel momento in cui scaglia strali avvelenati
contro le mostruose pazzie e dissolutezze tue, o Milano!, nonch
contro le crapule soprabundanti, la superbia, l'avaritia, l'otio, il
vino, le lascivie, i matrimoni con affetto
puramente carnale(4).
La permanenza del Farina presso il fratello dur solo pochi giorni,
dopo di che il Farina lasci la citt. Come riusc a farlo?  opinione
del ricercatore Leonida Besozzi, nel suo volume Le case degli Umiliati
nell'Alto Seprio, che il frate avesse ottenuto un salvacondotto
dal governatore spagnolo. Gli Umiliati erano noti a tutti come frati
di grande mitezza, del tutto inoffensivi. Di primo acchito non si
pens certo che quel fraticello che usciva da Milano per andare a
pregare in qualche pieve di campagna fosse l'uomo che, sfidando
birri e guardie armate fino ai denti, era quasi riuscito a uccidere
l'arcivescovo in casa propria.
A piedi, il Farina raggiunse la Svizzera e si ferm a Lugano, nella
locanda di tale Gianbattista Donato, sulla cui parentela col nostro
non si ha prova provata. La vera destinazione del fuggiasco - che per
non dare nell'occhio si muoveva senza fretta - era tuttavia il ducato
sabaudo e proprio sotto il vessillo dei Savoia (siamo negli anni che
precedono la formazione del regno di Sardegna) il frate contava di
ottenere l'arruolamento. Il viaggio non fu semplice n tanto meno
breve: da Lugano, poi verso Gemonio e da qui, attraverso Intra, raggiunse
le valli novaresi, per approdare infine nelle terre del ducato.
Nel frattempo, a Milano le ricerche proseguivano, o piuttosto continuavano
a brancolare nelle tenebre opache di una notte nebbiosa.
Quanti erano stati fermati, arrestati, interrogati! Non se ne era tuttavia
cavato un ragno da un buco.
Troppi nemici, troppi per ragionare su un quadro logico del fatto.
Acerrime nemiche di Carlo Borromeo - ma non certo perch lo
fossero di natura, bens perch in odio al sant'uomo e da lui vessate
- erano le donne, contro cui riversava prosopopee al curaro.
Vedi pure o Milano - recita il cardinale - quanto  oggid anco la vanit delle
donne! [...] Ma tu, donna, che abusi il dono della santit [...] vai non solamente
per le strade [...] ma sei ritornata all'uso di quella diabolica invenzione di
carrozze da ogni lato aperte, dentro le quali spesse volte ti rappresenti anco
sola et fai di te pericoloso et pernicioso spettacolo ai giovani dissoluti [...] vai
otiosamente vagando per le contrade, servi al demonio come per rete et laccio
a prender le anime, come per esca de i vani pensieri e disordinati desiderii, te
finalmente come istrumento di perdizione, rovina e morte eterna a tanti che non
sanno resistere agli assalti [...]. Ma tu,donna,con il tuo vagare te con le tue
curiosit et vanit, se non cadi, fai in ogni modo alle volte cader molti altri(5).
C' da stupirsi che a bruciare sul rogo siano stati, in maggior numero,
individui di sesso femminile? E tanto credeva, l'arcivescovo,
nel maleficio insito nello sguardo della donna ai danni dell'uomo
carnale et sensuale(6), che nelle chiese della sua diocesi decret
l'introduzione di vere e proprie barriere per separare i fedeli in base
al sesso e impedire che i loro sguardi potessero incrociarsi.
E vogliamo parlare delle streghe? Cos un sacerdote gesuita descrisse
al suo superiore di Milano la fine di alcune streghe in Val
Mesolcina, durante la visita pastorale del cardinale:
In un vasto campo era costrutto un rogo: e ciascuna delle malefiche fu sovra
una tavola dal carnefice distesa e legata; poi messa boccone sulla catasta, a'
lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora
apparvero le membra consunte, le ossa incenerite [...]. Io non basto a spiegar
con qual intimo cordoglio, e quanto di pronto animo abbiano incontrato il
castigo. Avanti condotte al supplizio, confessate e comunicate, protestavano
ricevere tutto dalla mano di Quel di lass, in pena de' loro traviamenti; e con
sicuri indizi di contrizione offrivano il corpo e l'anima al Signore del tutto(7).
Le chiamavano maliarde, sterminate a larghe manciate, per lo pi
in roghi collettivi accesi in pi luoghi contemporaneamente, per non
dare al diavolo il tempo di riorganizzare il suo seguito di adepte. Ma
non si sa perch, pi streghe lo zelante arcivescovo faceva bruciare nel
fuoco purificatore, pi ne spuntavano a ogni angolo, neppure fossero
state funghi di montagna. Pericolose, pericolosissime minacce per la
pace dei cristiani, queste donne, queste eretiche, queste concubine
di Satana andavano eliminate senza parsimonia. Resta celebre la
grande epurazione in quei territori della diocesi milanese che oggi
appartengono alla Svizzera, al Canton Ticino per la precisione, quelli
che allora costituivano il territorio delle Tre leghe grigie, dove furono
perseguitate, fra le eretiche, soprattutto le donne sposate. La citt
di Bellinzona, agli occhi dello zelante, si segnal per una radicata
ignoranza della vera fede e della vera dottrina cattoliche, e dunque
bisognosa di purificazione. E lo stesso modus operandi applic
durante il viaggio di ritorno, in Valtellina.
Forse il Borromeo godeva di maggiori simpatie nelle sedi del potere
temporale? In verit, n i membri del Comune n tanto meno quelli
che sedevano nel Senato meneghino digerivano con facilit parole
e atti dell'arcivescovo, il cui potere si palesava piuttosto come un
indebito strapotere ultraprotetto dall'alto, da Roma (era nipote del
papa, non lo si dimentichi).
Si vuole parlare delle famiglie che si erano viste portare via i loro
affetti sotto accuse che si potrebbero definire ridicole, se non fosse
che portarono torture e morte? Il popolo temeva e odiava questo
arcivescovo e il suo stemma, che recita Humilitas, umilt, proprio
la virt di cui l'arcivescovo sembrava purtroppo essere carente, con
la sua bramosia di racimolare ricchezze con ogni mezzo e in ogni
dove, bramosia coniugata a una spiccata taccagneria. Ogni elemosina,
quando proprio non poteva esimersi dall'elargirla, veniva attinta
non dai propri beni, ma dalle offerte dei fedeli, e doveva essere
accompagnata da una fastosa baraonda pubblicitaria.
Fu tuttavia durante la pestilenza del 1567 che il Borromeo diede
il peggio di s. Milano era allo stremo. Le famiglie agiate, oltre
alle tasse, dovevano far fronte all'emergenza della citt, invasa da
gente proveniente da ogni dove nel contado (maggiormente colpito
dall'epidemia), e che andava sfamata. Quando per il messo comunale
buss alla porta dell'arcivescovado per ricevere dallo zelante
cardinale la sua - presumibilmente - generosa quota di elemosina
(tanto pi che il Borromeo non pagava neppure mezza tassa), fu
bruscamente cacciato via. Ecco come si distinse colui che le fonti
ufficiali dipingono come l'eroe della peste.
Insomma, a questo arcivescovo qualcuno avr pure voluto bene?
Lo avr avuto in sincero rispetto, no? Forse gli ordini religiosi, almeno
quelli? No. Neppure quelli. Anzi, forse all'interno di alcuni di
essi si celavano i suoi pi acerrimi nemici. Carlo priva i monasteri
della loro autonomia, sottoponendoli al clero secolare - afferma
lo storico Ettore Verga -, li stringe tra una morsa di una disciplina
mortificante, con sanzioni tali che alcune monache preferiscono la
morte al sottostarvi(8). E ci risiamo con le donne...
Quali ordini religiosi osteggiavano apertamente il cardinale? In
primis, i canonici di Santa Maria alla Scala (basilica sulle cui ceneri
sorger poi il celebre teatro milanese), protagonisti di atteggiamenti
intolleranti, persino violenti, nei riguardi del Borromeo. C' da capirlo.
Torniamo all'epoca di Bernab Visconti. Che non sar stato un
santo, anzi, ma fu nella sua Milano che i canonici iniziarono a godere
del loro beneficio pi caro, ossia l'esenzione dalla tassa arcivescovile,
un beneficio che era stato poi loro confermato dall'imperatore
Carlo V: ...sicch protetti dall'ombra dell'aquila imperiale [...] in
tutela nostra e del Sacro Impero [...] salvi e sicuri e immuni siano
da qualsiasi gravame(9), recita l'editto imperiale del 22 dicembre
1560. Nulla da temere, dunque, almeno in apparenza. Neppure il
nome del sovrano sul cui impero non tramontava mai il sole riusc
a spegnere la cupidigia dell'arcivescovo, che pretese dai canonici
di Santa Maria alla Scala ci che nessun canonico aveva mai osato
imporre loro. E prepar una scenografia di tutto punto, affinch il
fatto risuonasse di un'eco ancora pi forte.
Siamo nell'anno 1569. Il 30 di agosto Carlo usc dall'arcivescovado
come una furia, ma non solitaria: una schiera di guardie e di chierici
teneva il suo passo. Meta: la basilica di Santa Maria alla Scala. A
condire il tutto, una folla di zelanti cattolici alla Borromeo, ossia
una masnada di esagitati e di esaltati, pronti ad alzare voce e mani
sui canonici, provenienti per lo pi dalla Brianza. Una
Strafexpedition in piena regola. Del resto, il Borromeo non
aveva mai celato
la sua antipatia per i canonici e la sua intenzione di ricondurli sotto
la sua autorit. Anche se ci comportava, e in effetti comport, una
violazione dell'autorit imperiale. E Milano era territorio dell'impero.
E noti erano i suoi focosi assalti, in cui l'arcivescovo non
risparmiava energie, se si trattava di andare a punire un nemico della
Chiesa.
Il tragitto fu breve, forse troppo per consentirgli di pregustare con
pienezza e ardore la scena che il Borromeo si aspettava, ossia un
coro unanime di voci, imploranti piet e perdono, a preludio della
volont di piegarsi a qualsivoglia decisione del cardinale. Non and
proprio cos. Ad attendere il Borromeo e il suo seguito vi era una
schiera di canonici armati di spade sguainate e pronte a colpire, se
necessario. Come and a finire? Il Borromeo e i suoi si diedero a
una pronta e imbarazzante fuga. Non c' da stupirsi, dunque, se le
ricerche dell'attentatore si infittirono fra i canonici, non tanto perch
vi fosse prova alcuna che portasse a loro (anzi, giunsero presto
al suo cospetto le evidenze della loro totale estraneit al fatto), ma
per il puro gusto di perseguitarli cogli esili, colle confische, coi
patiboli(10). Strumenti largamente utilizzati dal cardinale contro
chiunque avesse la ventura di essergli nemico. Evangelici compresi
(soprattutto della comunit valdese), che affollavano le sue celle,
trattati come animali, prima di essere giustiziati, dopo innumerevoli
patimenti.
Insomma, persino Hercule Poirot o l'ispettore Maigret avrebbero
avuto i loro grattacapi nel compilare una lista degli indiziati. Praticamente
tutti sembravano avere in odio lo zelante. E fra questi non
mancavano gli Umiliati, l'ordine cui apparteneva il nostro Gerolamo
Donato. Che di simpatie eretiche, nelle sue parole come nei suoi
comportamenti, non aveva mai dato segni. Come i suoi confratelli,
del resto. Eppure il cardinale aveva decretato la soppressione
dell'ordine, un ordine peraltro antichissimo, gi attivo verso il 1150,
se non prima. Ed erano presenti a Milano, quando la citt si trov a
fronteggiare la furia del Barbarossa.
Era un ordine in pace col mondo. Al suo interno, militavano persone
semplici, umili appunto, dedite al pauperismo evangelico. E colui
che si fregiava di uno stemma familiare inneggiante all'Humilitas
non avrebbe dovuto averli come i suoi pi preziosi alleati? In teoria,
certo. In pratica, la storia  un gioco di maschere e di specchi distorti.
Nell'opera di Ettore Verga Storia della vita milanese, leggiamo
che proprio gli Umiliati furono a Milano i fondatori dell'industria
della lana, che erano aperti a tutti (donne comprese) e risiedevano
nell'odierna Brera (la loro porticina esiste tuttora).
Sorge cos l'ordine degli Umiliati - testimonia il Verga fede e lavoro si
direbbe la loro divisa. In una casa presso la Braida essi radunano fresche
energie di giovani e di fanciulli d'ambo i sessi, ch l'ordine entro le sue
gradazioni comprende anche le donne, vi concentrano tutte le opere inerenti
all'arte [...]; i loro panni sono ritenuti i migliori, altre citt ricorrono a loro
per avere consiglio e personale addestrato [...]. Dopo aver formato la principale
industria di Milano nel 1216, ne conta 150 fra citt e contado. Dopo
aver riformato la principale industria di Milano, gli Umiliati portano la loro
benefica influenza nel seno dello stesso governo comunale: a loro, come ad
arbitri di non comune integrit, il Comune affida mansioni tra le pi delicate:
la scelta di ufficiali pubblici, la custodia del pubblico tesoro, la formazione
degli estimi e dei catasti(11).
Insomma, una serie di motivi condusse il cardinale a individuare i
nemici da abbattere in questo ordine, fondato un tempo da artigiani
che indossavano grezzi sai grigi e il cui simbolo era un agnello con un
vessillo attorcigliato. Senza contare che, nel corso dei secoli, l'ordine
si ingrand e a farne parte non furono pi solo uomini di bassa condizione
sociale. In virt della sua vocazione prettamente evangelica,
gli Umiliati avevano mietuto copiose simpatie anche presso classi
sociali pi elevate, fino a bussare alle porte delle famiglie nobili.
Gli Umiliati si comportavano in modo eccentrico - se osservati
in base ai parametri di allora - rispetto ad altri ordini. Il tribunale
del Sant'Uffizio non poteva contare sul loro contributo, innanzi
tutto. Ed erano soliti, inoltre, non prestare giuramento nei processi.
Vivevano dei proventi del loro lavoro. E della loro vita comunitaria
partecipavano anche le donne.
Soprattutto, per, gli Umiliati possedevano prestigio e sostanze.
Beni. Ricchezze. Le donazioni delle famiglie nobili e soprattutto i
magazzini pieni di lana di primissima qualit, invidiata dalle altre
signorie e dagli Stati esteri. E ci non poteva che infastidire il Borromeo,
al quale sarebbe stato sufficiente uno solo di questi motivi
per passare all'azione.
L'arcivescovo fece perentoriamente radunare il capitolo generale
dell'ordine degli Umiliati. Siamo nel giugno 1567, due anni prima
dell'attentato allo zelante. Come si concluse la riunione? Nella Storia
dell'archibugiata di Luigi Anfosso, leggiamo che il card. Borromeo
toglieva agli Umiliati anche i viveri, vietando ai massari e ai coloni
di pagare ai preposti degli Umiliati i loro annui tributi, ed ordinando
invece che tali frutti fossero consegnati a
sua disposizione(12).
Una catastrofe per i frati, insomma, anche perch in questo modo
in molti, fra gli Umiliati, non riuscirono pi a onorare i loro crediti.
In breve, si videro confiscare terre e conventi. Oltre al danno, la
beffa: l'arcivescovo li accus di essere degli scialacquatori e di
vivere come grandi signori. Da che pulpito... A beneficiare delle
confische, comunque, fu in particolare la Compagnia di Ges, ordine
fondato - si ricordi - dai padri della Controriforma.
Gli Umiliati, disperati, si appellarono al cardinale, lo pregarono di
ritornare sui suoi passi, di trovare un compromesso. Il sant'uomo
non ci pens neppure un secondo nel pronunciare un secco no che
non ammetteva repliche. Anzi, imped esplicitamente ai frati di
rivolgersi al papa. Il quale, del resto, mai avrebbe sconfessato le
decisioni del Borromeo.
Le motivazioni di Gerolamo Donato, del Farina, insomma, appaiono
a questo punto di una chiarezza lapalissiana. Il cardinale aveva
decretato la disgrazia del suo ordine, dei suoi confratelli, di tanta
brava gente. Il solo modo per fermare il suo instancabile zelo era
procurare la sua morte. Il che ci riporta a quel che avvenne in quella
cappella in arcivescovado, il 26 ottobre 1569.
E nonostante tutto, nella sua Vera relatione del successo
dell'archibuggiata tirata a S. Carlo Borromeo (si sottolinei l'aggettivo
vera, che apre il titolo del resoconto borromeiano), il futuro santo
non esita a descrivere il Farina come uno scellerato delinquente,
che avrebbe accettato di fare da sicario per quaranta scudi (a Giuda
erano stati sufficienti trenta denari per vendere Ges...), un ladruncolo
di mezza tacca che non era stato neppure capace di mettere
insieme quel po' di denaro necessario a procurarsi un quantitativo
minimo di polvere da sparo, se non rubando e rivendendo qualche
straccetto di lino.
Insomma, alla fine gli sbirri del cardinale andarono a bussare anche
alla porta degli Umiliati. L'attentatore andava trovato. E la taglia
che era stata messa sulla testa del Farina faceva gola. Fu agitazione,
trambusto, scompiglio. Le guardie arcivescovili frugarono ovunque,
tutto fu messo a soqquadro. Nel caos generale, un frate, chiamato
Nassino, si gett ai piedi del Borromeo e gli fece il nome di Gerolamo
Donato, ripetendo pi volte che egli aveva cercato di dissuaderlo dal
suo proposito. Una rivelazione, finalmente, che fu fatta tuttavia nel
segreto della confessione. Un segreto che il cardinale non poteva
impunemente tradire.
Il Nassino, dunque, non fu messo agli arresti. Nei giorni a seguire,
il Borromeo fu prodigo di proclami, sventol ai quattro venti il suo
perdono all'attentatore. Invit pi volte il delatore a presentarsi
all'arcivescovado, promettendogli l'impunit. E fra le mura del
palazzo fu pronunciato anche il nome di un altro frate, il Legnano,
come persona a conoscenza dei fatti.
A questo punto, i due umiliati furono trascinati in tribunale perch
sottoscrivessero le loro dichiarazioni in qualit di testimoni. Dopo
di che, furono gettati nelle carceri, e affidati alle sapienti cure di
monsignor Menichino, noto per la sua abilit nell'ottenere confessioni
insperate. Ecco che, giorno dopo giorno, altri umiliati andarono
a stipare le celle del carcere, mentre l'inchiesta veniva ufficialmente
affidata al vescovo di Lodi, Scarampo.
Ed ecco la chiusa della vicenda. Fu proprio lo Scarampo a dare notizia
al Borromeo dell'arrivo a Milano del Farina, tradotto in arresto,
consegnato a Chivasso dal duca sabaudo alle guardie arcivescovili.
Con quanta impazienza il Menichino lo stava aspettando! Il Farina
non confess subito. Cedette solo quando venne a conoscenza che
i suoi confratelli lo avevano tradito.
L'esecuzione dei quattro umiliati risultati, in qualche modo o in
qualche veste, implicati nell'attentato si svolse il 2 agosto del 1570,
nella piazza di Santo Stefano in Brolo. Qualche giorno prima subirono
la pubblica degradazione, essendo privati delle prerogative
religiose. Si trattava di Lorenzo Campagna e di Gerolamo Legnano,
mandati al Creatore per decapitazione. Invece, tale Clemente Mirisio
e il Farina furono impiccati. Al Farina, prima dell'impiccagione, fu
recisa la mano destra, quella che aveva osato premere il grilletto
dell'archibugio contro l'arcivescovo. Nella relazione compilata
dal Borromeo,  scritto che col cappio al collo lo scellerato Farina
si sarebbe pentito e rivolgendosi al pubblico avrebbe pronunciato
un discorso di chiaro stampo moralistico, fino ad arrivare a una
violenta condanna nei confronti di se stesso. Con una chiusa degna
della retorica manzoniana: et pigliate esempio da noi, imparate
a viver bene et a fuggire quel spettacolo, che hora di noi vedete
miseramente fare(13).
Verit di fatto o verit di comodo? Parole e silenzi che restano
avvolti nelle nebbie e nei vapori dei tanti roghi accesi dalla Controriforma.
 Note.
1. Cit. in www.antipapismo.it.
2. Ibidem.
3. Relatione delfatto successo dell'archibugiata. Biblioteca Ambrosiana, B. S. vii, 10, inserto 7.
4. C. Borromeo, Memoriale ai Milanesi, Centro Culturale San Carlo-Nuova Editoriale Italiana,
Cusano Milanino 1983.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. L. Muraro, La Signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, La
Tartaruga, Milano 2006, p. 234, n. 22.
8. E. Verga, Storia della vita milanese, Moneta, Milano 1909.
9. Cit. in www.antipapismo.it.
10. E. Verga, Storia della vita milanese, cit.
11. Ibidem.
12. L. Anfosso, Storia dell'archibugiata tirata al cardinale Carlo Borromeo in Milano la sera
del 26 ottobre 1569, Sacchetti, Milano 1913.
13. Cit. in www.antipapismo.it.


Capitolo 9.
Un Golem per la nobildonna
Clelia Simonetta, sedicesimo secolo.

Mary Shelley, l'autrice di Frankenstein, ne avrebbe tratto certamente
ispirazione. E in effetti ci fu chi, inglese come lei, ne fu talmente
suggestionato da perdere la testa, e la vita. Perch le leggende che
girano intorno alla villa che prende il nome dalla sua famiglia, una
delle tante che si trov a possederla nel corso dei secoli, non lasciano
vie di mezzo: o ci si ride sopra, bollandole come credenze popolari
dettate dall'ignoranza, dalla superstizione ma anche, nella fattispecie,
dall'invidia unita al timore reverenziale per quei potenti che
tutto possono in barba al popolino; oppure ci si crede ciecamente,
finendo col restarne conquistati.
La villa oggetto di tante fantasie (solo fantasie?)  l'attuale sede
della Civica Scuola di Musica del Comune di Milano, nonch
suggestiva scenografia di raffinati concerti di musica classica. La
famiglia che le diede il nome - a dispetto di chi la precedette o la
segu nel tempo, come pure di chi la costru -  quella dei Simonetta,
nobile famiglia calabrese che a Milano accumul enormi poteri e
ricchezze tra Quattro e Cinquecento. Dinastia di diplomatici, ministri
e cardinali al servizio degli Sforza, i Simonetta si estinsero alla fine
del diciassettesimo secolo; ma all'apice della propria fortuna, non vi era lusso
o ambizione che non potessero permettersi.
Ecco dunque, fra gli altri, Cicco Simonetta assurgere addirittura a
reggente del Ducato, prima di cadere in rovina per volont di Ludovico
Sforza; ed ecco la favolosa villa, edificata dal cancelliere del
Moro, Gualtiero Bascap, all'inizio del sedicesimo secolo fuori dalla cinta
muraria dell'epoca e quindi, al tempo, immersa nelle campagne e
concepita come luogo di svago e delizie fra le pi raffinate.
All'interno della villa, stanze eleganti e sontuosamente arredate ruotavano
intorno a un bagno turco, autentica rarit per quell'epoca, collocato
con ricercata ostentazione proprio all'ingresso; intorno alla residenza,
uno splendido giardino all'italiana allietava gli ospiti con i suoi
colori, le sue fragranze e gli stagni nei quali sguazzavano rare specie
ittiche. Insomma, un paradiso in terra, che fece gola alle famiglie
pi in vista di Milano, dai Cicogna ai Gonzaga, fino ai Simonetta
che la acquistarono verso la fine del Cinquecento.
A stupire i visitatori era, oltre allo sfarzo della residenza estiva, un
sorprendente gioco di rimandi vocali che ne percorreva i sotterranei.
Alla breve distanza d'un miglio fuori di Porta Tanaglia  posta
la Simonetta, visitata da forestieri per la singolarit di un eco, che
scaricando una pistola o altra arma da fuoco, ripete pi di trenta
volte: cos descriveva l'eccezionale fenomeno una guida di Milano
ancora alla met dell'Ottocento(1). Ma c' chi sostenne di aver udito
ripetere una parola o un suono fino a settantacinque volte. Roba da
gridare al miracolo. O alla diavoleria.
Va da s che chi poteva vantare di possedere cotanto edificio ne
traeva ancor maggiore prestigio. Fu cos anche per i Simonetta,
che per preferirono destinare la villa a uso e consumo pressoch
esclusivo di una giovane discendente del loro lignaggio, Clelia.
Giovane, bella e rimasta assai prematuramente senza partito - il
marito la lasci vedova poco dopo il matrimonio - Clelia Simonetta
univa alle sue doti estetiche una certa facilit, chiamiamola cos, di
costumi che ne faceva insieme il sogno, a portata di mano e il pi
delle volte facilmente realizzabile, di molti uomini e l'incubo delle
loro rispettive famiglie e compagne, timorose di diventare vittime
di tradimenti e di scandali.
Per questi motivi, Clelia fu spedita fuori da Milano, in quel
giardino di delizie negli immediati dintorni. Villa Simonetta doveva
apparire la soluzione ideale: una residenza sontuosa e degna della
condizione sociale della giovane donna, comoda da raggiungere ma
nel contempo abbastanza lontana perch Clelia potesse dedicarsi
ai suoi piaceri e divertirsi senza dare nell'occhio, n offrire materia
di pettegolezzo.
Ben presto Villa Simonetta divenne sinonimo di feste sfrenate e
piccanti. Balli, giochi e banchetti riservati all'aristocrazia cittadina
degeneravano spesso in vere e proprie orge, che lasciavano spazio a
ogni genere di trasgressione, complici le sale eleganti, gli ambienti
lussuosi, l'abbondanza di cibo e bevande; ma soprattutto l'ampio
giardino circostante, che garantiva incontri amorosi al riparo da ogni
sguardo, e i vapori del bagno turco, tappa obbligata per ognuno dei
tanti amanti occasionali della padrona di casa.
Fin qui, la vicenda di Clelia Simonetta sarebbe n pi n meno
quella di una libertina ante litteram, una giovane viziata e viziosa
che si era presto dimenticata della moderazione imposta dalla vedovanza
per ricercare ogni genere di piacere terreno. Ma intorno
alla sua figura si sarebbero presto levate voci decisamente sinistre:
non pi racconti boccacceschi sulle sue amorose imprese, bens
leggende nere, cariche di morte e di orrore.
La prima di queste leggende vuole che per alcuni amanti la trasferta
nella villa si sia risolta in un viaggio di sola andata. Nessuno, dopo
che si erano recati a convegno della bella Clelia, li vide fare ritorno.
Uno, due, tre amanti... la lista degli scomparsi si sarebbe allungata
fino a contarne undici. Tutti uomini, tutti appetiti dalla padrona di
casa, tutti - fu la conclusione cui pervennero alcuni di quelli che
ci ragionarono sopra in cerca di una risposta all'enigma - sedotti
e non abbandonati, bens uccisi dalla stessa donna alla quale avevano
regalato qualche ora di piacere. Clelia Simonetta come una
mantide religiosa in sembianze umane, o come un assassino seriale
ante litteram.
Non , questa, l'unica leggenda del genere. Al contrario, se ne ritrovano
altre, neppure tanto distanti nel luogo e nel tempo. Si  gi vista
la vicenda di Bianca Maria Scappardone; fra gli altri esempi, si dice
che nel castello di Poppi, nell'Aretino, una tale Matelda uccidesse
i suoi amanti dopo una notte d'amore: il suo spettro si aggirerebbe
ancora nella Torre del Diavolo di Camaldoli. Mentre a Torino  nota
la leggenda secondo la quale Maria Cristina di Borbone, figlia del re di Francia Enrico quarto andata in sposa a Vittorio Amedeo primo di Savoia, si servisse della sua residenza, il Castello del Valentino, per ricevervi gli amanti e sbarazzarsene facendoli precipitare in pozzi e trabocchetti comunicanti con i sotterranei del castello: da qui i fantasmi delle vittime uscirebbero di notte per aggirarsi nei giardini dei dintorni.
Amore, morte, vita dopo la morte... Alle suggestioni popolari, nel
caso di Villa Simonetta si aggiungevano le straordinarie doti architettoniche
dell'edificio che le erano valse il soprannome di Villa
dell'Eco. E gli echi sinistri provenienti dai sotterranei sembravano
proprio rimandare le voci dei poveri amanti caduti nella trappola
mortale tesa da Clelia a loro danno.
Ma perch la bella e ricca nobildonna si sarebbe macchiata di tanti delitti? Le ipotesi messe in campo nel corso dei secoli sono tante, una pi inquietante dell'altra. C' chi vede nella donna una sadica
allo stato puro, che traeva il massimo piacere dall'uccidere i suoi
partner sessuali; altri preferiscono pensare a una forma di morbosa
gelosia che la spingeva a quel gesto estremo pur di non condividere
con altre i propri amanti. C' anche chi ha messo in collegamento
queste voci con la morte precoce del marito di Clelia, sulla quale
per la verit non esistono certezze.
Ma la spiegazione sicuramente pi originale, e al tempo stesso
impressionante,  tutt'altra, e fa di Clelia un unicum fra le assassine
seriali di ogni epoca. Perch la nobildonna, come altre del suo
tempo, sarebbe stata un'appassionata di quella particolare forma di
conoscenza dell'universo che  l'alchimia, allora annoverata come
una scienza pari alle altre, se non addirittura superiore. E come alchimista
praticante, la Simonetta avrebbe finalizzato i suoi studi e le
sue pratiche alla pi ambiziosa fra le volont demiurgiche dell'uomo:
creare un essere vivente a propria immagine e somiglianza,
ricorrendo al proprio ingegno e alle proprie mani. In altre parole, il
Golem della tradizione ebraica.
Il Golem  una creatura, in particolare un essere umano, fatta in
modo artificiale in virt di un atto magico, mediante l'uso di nomi
sacri(2); come ha osservato l'antropologo Massimo Centini, si
tratta di una sorta di creatura fatta dall'uomo secondo il metodo
adottato da Dio per dare vita ad Adamo: un essere ambiguo, forgiato
con il potere della magia. L'ambiguit che lo contraddistingue 
determinata dall'ambivalenza del suo comportamento nei confronti
dell'uomo: infatti, pu essere un umile servitore, ma anche un violento
e malvagio nemico(3).
La tradizione moderna del Golem aveva avuto inizio intorno alla
met del quindicesimo secolo; ma proprio all'epoca di Clelia risale la sua versione
pi nota, quella ambientata nel ghetto di Praga: qui un rabbino
vissuto tra il 1525 e il 1609 avrebbe dato vita a una di queste creature
sotto l'impero di Rodolfo II. Non a caso quest'ultimo, oltre che
protettore degli ebrei e della loro cultura, era un appassionato di arti
occulte e di alchimia, peculiarit strettamente legate alla creazione
del Golem. Che, dunque, era tornato di moda negli anni in cui
visse l'erede dei Simonetta.
Per riuscire nell'intento, l'apprendista stregona milanese aveva
bisogno anche lei dei pezzi necessari a costruire il suo Adamo.
Ed ecco cos spiegata - almeno in teoria, e sempre che queste
voci corrispondano al vero - la sua vocazione omicida, e insieme
la scomparsa di quegli sfortunati giovani caduti nelle sue grinfie,
adescati dai piaceri della carne e abbindolati dalle mollezze della
residenza oltremura per poi finire strangolati e infine smembrati.
Niente di pi facile, per la fame di magia dell'uomo rinascimentale,
che vedere in loro il ricettacolo da cui Clelia, novella demiurgo,
avrebbe tratto la materia prima - ossia membra umane vere e proprie
ottenute sventrando i cadaveri - per assemblare il mostro affinch
questo, come ogni buon Golem che si rispetti, la servisse fedelmente,
ciecamente, passivamente. I Golem non servivano che a questo:
erano degli schiavi agognati proprio perch asserviti in tutto e per
tutto al loro creatore-padrone, privi di una coscienza e di una morale.
Non risulta che la Simonetta sia mai stata accusata per le pratiche
crudeli che le vennero attribuite, n tantomeno processata o condannata,
anche se c' chi sostiene il contrario, affermando che pag
con la vita i suoi eccessi nefandi. Allo stato, la fine della ragazza 
ignota. Ma forse a consolazione del suo mancato castigo, ecco che
gliene  stato attribuito uno post mortem. Il suo spirito aleggerebbe
da secoli e senza possibilit di trovare requie nella dimora che fu
teatro dei suoi eccessi palesi e di quelli segreti.
Accreditata dalla cultura romantica dell'Ottocento, particolarmente
sensibile a queste tradizioni popolari, la leggenda di Clelia sembra
abbia mietuto una ulteriore vittima nella persona di un giovane
gentiluomo inglese di passaggio a Milano, il quale sarebbe rimasto
talmente colpito dall'eco della villa che le era appartenuta da volerlo
riprodurre in patria, facendo erigere un palazzo appositamente concepito.
Peccato che nessun architetto e nessun progetto, per quanto
validi e costosi, sia mai riuscito a emulare quella magia fonica, il
che fin col causare la rovina economica e mentale del poveretto.
Sperperati tutti i suoi averi inutilmente, l'incauto giovanotto si risolse
al gesto estremo, chiudendo la sua esistenza terrena con un colpo
di fucile alla tempia. Dopo la morte, il suo spirito sarebbe tornato a
Milano, nei sotterranei della villa, cos da ascoltare per l'eternit il
prodigio che tanto aveva inseguito.
Il giovane inglese sarebbe stato dunque l'ultima vittima di Clelia.
L'eco che tanto l'aveva affascinato e allo stesso tempo tormentato,
fino a divenire una ossessione, non era altro che il riverbero del richiamo
suadente e irresistibile di questa sirena milanese. Che avrebbe
cos coronato col successo, nell'eterea cornice dell'oltretomba, il
sogno perverso di creare una figura umana a proprio uso e consumo,
senza pi volont e da manipolare a proprio piacere come una sorta
di manichino animato. Un Golem, appunto.
 Note.
1. L. Zucoli, Descrizione d Milano e de'principali suoi luoghi", Zucoli, Milano 1841, p. 170.
2 G. Scholem,La Cabala, Ed. Mediterranee, Roma 1982, p. 353.
3. M. Centini, Errata corrige. Dalla creazione del Golem al sogno di Victor Frankenstein,
Arethusa,Torino 2010, p. 8.


Capitolo 10.
Scope e martelli per le streghe
Francesco Maria Guaccio, 1570 ca. - 1640 ca.

Tempi bui, quelli della caccia alle streghe. Fenomeno erroneamente
e superficialmente collocato nel Medioevo - secondo il pregiudizio
illuminista dell'evo di mezzo come epoca pervasa da superstizione
e ignoranza -, esso conosce in realt il periodo della massima
espansione nel corso del Cinquecento, in particolare al termine del
Concilio di Trento, con la violenta e barbara ondata controriformistica
abbattutasi come un cataclisma sull'Europa. Basti pensare che
tra il 1450 e la met del Settecento (s, proprio il secolo dei Lumi),
migliaia di persone furono arse sul rogo, con una sentenza emessa
dal tribunale del Sant'Uffizio, sotto l'accusa verificata durante
processi-farsa, di stregoneria e patti col diavolo. Vittime ne furono,
per lo pi, le donne. La strega come adepta di Satana era un'immagine
che agitava i sonni tanto del popolo rozzo e ignorante, quanto
quelli, covati su pi comodi giacigli, di gente colta e aristocratica.
Fu proprio nella seconda met del Cinquecento che tornarono di
moda maghe, streghe, stregoni, diavoli et similia - certo gi noti al
folklore medievale, epoca in cui si colloca comunque l'instaurazione
del Tribunale del Sant'Uffizio, nel 1231, per volere di papa Gregorio nono, anche a Milano -, capri espiatori eccezionali da sfruttare
laddove ve ne fosse l'occasione, vi fosse un'opportunit di comodo
o, semplicemente, l'ignoranza impedisse di spiegare fenomeni
perfettamente comprensibili alla mente umana, ma sfuggenti ai
paradigmi di allora, in un'epoca stravolta da rivoluzioni religiose e
da mutamenti di carattere socio-economico (come la diffusione di
carestie ed epidemie, le frequenti rivolte sociali, l'incremento della
popolazione femminile). Quello di uccidere la strega, presenza fisica
e concreta di Satana nel mondo, in quanto sua alleata e concubina,
era divenuta la nuova crociata, il dovere sacrosanto per ogni cristiano,
in difesa dell'integrit della propria anima e della Chiesa. E
quella che oggi ci appare come un fenomeno frutto - direbbe Freud
- di un'isteria di massa, fu invece una questione di estrema gravit
storica, che cost dolore, sofferenza e morte.
E nel confezionare arresti, retate, processi, condanne gli uomini
del tempo - s, gli eredi dell'Umanesimo e del Rinascimento - furono
metodici, persino scientifici, in un certo senso, arrivando
alla compilazione di testi - saggi e compendi - ricchi di casistiche,
esempi, classificazioni, tipologie, illustrazioni e metodi ad usum
iudicis, si potrebbe dire, ossia libri ai quali gli inquisitori avrebbero
dovuto fare riferimento ogni qual volta si trovassero al cospetto di
un caso di stregoneria. Non sia mai che si compissero errori nell'individuare
una strega e nel non punirla o, viceversa, nel condannare
un'innocente! La Chiesa disponeva di un testo ufficiale, il Canon
episcopi, che non ammetteva dubbi in merito alla questione: le
streghe esistevano realmente, vietato dubitarne. E fra gli studiosi
che lavorarono a tali indagini e si trovarono a redigere un esempio
di tali manuali, vi fu anche un frate milanese.
Francesco Maria Guaccio (ma altre fonti lo riportano come Guazzi
o Guazzo) nacque a Milano.  ignota la data di nascita esatta, che
dovrebbe aggirarsi intorno al 1570, come del resto latitano nel buio
dei tempi altri dati circa la storia del personaggio. Ci che sappiamo
sul suo conto, senza dubbio alcuno di sorta,  che fu un fanatico
persecutore delle streghe, reputato un vero e proprio esperto quanto
a conoscenze sulla stregoneria e la demonologia. E che, per mano
sua, finirono al rogo moltissime vittime innocenti.
Il Guaccio apparteneva all'ordine di Sant'Ambrogio ad Nemus.
Secondo alcune testimonianze, oper come lettore di teologia e
prest la propria competenza anche in qualit di inquisitore.
L'esperienza - come si dice - se la costru sul campo, durante una
serie di spostamenti un po' per tutta Europa: si tratt di veri e propri
viaggi di studio, compiuti allo scopo specifico di apprendere il pi
possibile sulla stregoneria e sull'idolatria verso il diavolo. Poco,
tuttavia, ci  noto circa tali spostamenti.
Nel 1607 - su questo le fonti (per lo pi, atti notarili) appaiono
concordi - il nostro si trova sulle sponde del Verbano, tra le mura
dell'eremo di Santa Caterina del Sasso, comeprovincialis
provinciae Mediolanensis Ordinis Sancti Ambrosii ad Nemus, insomma
una sorta di delegato ufficiale in rappresentanza del suo ordine.
La sua presenza, insieme a quella di altri quattro frati ambrosiani,
era finalizzata per ad asportare una sacra reliquia dalla salma del
beato Alberto Besozzi, che un racconto a met tra storia e leggenda
vorrebbe fondatore dell'eremo. Fra l'altro, nella sala del capitolo di
Santa Caterina, vi sarebbe una decorazione che rimanda proprio al
nostro Guaccio: uno stemma, raffigurante un leone rampante, reca
la scritta Gracie al Guaccio.
Ad ogni modo, l'anno successivo il frate pubblic il Compendium
maleficarum, una rassegna sintetica - per chi non mastica la lingua
di Cicerone - di ogni genere di malefci messi in atto da streghe,
stregoni, maghe e maghi in connubio col demonio. E vi lavor in
due edizioni successive, per apportare arricchimenti e migliorie.
Innanzi tutto, le fonti. Gi, perch il Compendium non pretendeva
di essere un'opera nuova, inedita, che spiccasse per una particolare
e ricercata originalit. Non voleva essere il Malleus maleficarum,
monumentale testo del 1487, scritto dai domenicani Heinrich Kramer
e Johann Sprenger, cui invece si rif. Questo rester il testo fondamentale
per l'inquisizione negli anni a venire. Da notare che nel
titolo di quest'ultima opera compare il sostantivo maleficarum",
al femminile, e questo perch era certezza degli autori che la parola
femina derivasse dalla crasi tra f (fides, nel latino classico,
ossia fede) e minus, cio minore. Insomma, il solito pregiudizio
contro la donna, che per sua stessa natura era inferiore all'uomo
anche nella veracit e intensit della sua fede. Non c' da stupirsi
che vittime degli inquisitori fossero pi streghe che non stregoni.
Solo per dare un'idea delle dimensioni della caccia alle streghe e
della ferrea convinzione dei suoi seguaci, si ricordi che il Malleus
conobbe trentaquattro edizioni e fu stampato in numero di trentacinquemila
copie. Un record, per i tempi.
Torniamo ora al testo del Guaccio, a suo modo anch'esso un best
seller del tempo. E - lo dice il nome - un compendio, quindi una
summa, un'elencazione, una sintesi compilata a fini divulgativi (e
non solo specialistici), ritenuta utile per una scienza che aveva
assunto, con il primo Seicento, proporzioni tali da richiedere l'aiuto
di volenterosi riduttori(1), che contribuissero, nei pi svariati modi
possibili, alla diffusione delle conoscenze sulla piaga che devastava
l'Europa controriformista. Ecco che allora il contributo offerto dal
Guaccio  un testo di tipo enciclopedico, per presentare, in forma
stringata, ma ben poco ragionata (non viene discussa alcuna questione
teorica, non  sollevata alcuna questione: le streghe esistono,
punto), il succo delle conoscenze attuali, dopo aver attinto - stando
a quanto rivela lo stesso frate - a trecentoventidue fonti. Fra queste,
gli scritti di Nicolas Remy, le Disqustiones magicae (1600) di Del
Rio e il Formicarius di Nieder (1476). Vi sono per anche grandi
autorit del passato, come il filosofo e matematico Pitagora, fondatore
di una setta che porta il suo nome; il poeta classico per eccellenza,
Publio Virgilio Marone, autore dell'Eneide; Tertulliano, esponente
della patristica; il filosofo e teologo Tommaso d'Aquino, massimo
esponente della Scolastica medievale; il celebre umanista Pico
della Mirandola, autore dell'orazione-manifesto dell'Umanesimo-
Rinascimento, De hominis dignitate (sebbene, in questo caso, persista
il dubbio che Guaccio abbia confuso il celebre umanista col meno
degno nipote, Giovanfrancesco Pico, autore del De imaginatione e
persecutore di streghe).
La prima edizione risale, appunto, al 1608: il frate, nella dedicatoria,
afferma di aver scritto il trattato (in latino) nel periodo in cui
soggiornava a Kleve, nell'odierna Germania nordoccidentale, alla
corte del duca Giovanni Guglielmo. Vi era stato chiamato in virt
della sua fama di esperto in materia di stregoneria e di consulente
di inquisitori, per contribuire col proprio parere al processo istituito
contro un frate, su cui pendeva un'accusa affilata come la proverbiale
spada di Damocle: aver pronunciato malefci contro il duca, il quale
giaceva pressoch esanime, in preda ad atroci dolori, nel suo letto,
a causa di una malattia ignota. Per tale patologia, il frate milanese
formul una diagnosi in linea col gusto dell'epoca: il duca si era
ammalato a causa dell'influsso di Satana, ormai padrone del suo
corpo, in conseguenza di un mercanteggio di anime.
In occasione del processo, il Guaccio ebbe modo di incontrare
personalmente una delle massime autorit del tempo per quanto
concerneva il proprio campo, Nicolas Remy, noto per aver pronunciato,
in qualit di procuratore generale della Lorena, pi di duemila
condanne contro streghe bruciate al rogo nell'arco di trent'anni. Il
Remy espresse addirittura la propria entusiastica approvazione per
la pubblicazione del Compendium, pronto gi dal 1605. Un elogio
non del tutto disinteressato, dal momento che, fra le sue fonti principali,
il Guaccio - si ricordi - cita l'opera principale del procuratore,
ossia il Daemonolatreiae libri tres (1595), consistente in un'ampia
casistica desunta dai processi.
Il manuale del frate milanese, dunque, non brillava per nuove
conoscenze. E neppure per capacit di disquisire teoreticamente
sugli argomenti trattati. Non era neppure un'opera di immediata
comprensione: l'interpretazione di alcuni passi agit non poche
lezioni negli atenei europei del tempo.
Una doverosa precisione riguarda la terminologia adoperata dal
Guaccio. Egli  molto meno preciso dell'uomo medioevale nel
distinguere tra magia e stregoneria. Un errore del nostro? Un'imperdonabile
lacuna dovuta all'ignoranza in materia? Niente di tutto
questo. Guaccio si dimostra solo figlio del suo tempo, della cultura
uscita dalle sale del Castello del Consiglio di Trento, di una mentalit
per cui il sovrannaturale rappresentato da un mago o da uno
stregone, da una strega o da una maga, pur con le diverse accezioni,
era ugualmente condannabile. Cosa che non avvenne quando ebbe
inizio la persecuzione contro la stregoneria, forma diabolica di
eresia. Lo attesta la bolla Summis desiderantes affectibus, emanata
da papa Innocenzo ottavo il 5 dicembre 1484, incipit ufficiale della
crociata contro le streghe avviata dalla Chiesa. Lo stesso pontefice
avrebbe poi nominato i domenicani Kramer e Sprenger inquisitori,
con l'autorizzazione di perseguire con tutti gli strumenti necessari le
streghe. Nelle citazioni riportate dal Guaccio, tuttavia, il documento
papale compare come Bulla contra Maleficos, ossia bolla contro gli
stregoni. Stregoni, si badi, non maghi, che la cultura dell'Umanesimo-
Rinascimento riconosceva alla stregua di filosofi-scienziati. Marsilio
Ficino, il celebre filosofo esponente dell'Accademia neoplatonica
di Firenze voluta da Cosimo de' Medici, era l'astrologo ufficiale
proprio di papa Innocenzo ottavo.
La seconda edizione del Compendium vide la luce a diversi anni di
distanza, nel 1624, stampata nella tipografia del Collegio Ambrosiano.
L'imprimatur della curia fu concesso il 3 febbraio. Dunque,
il manuale a uso e consumo degli inquisitori (ma non solo) godeva
del rispetto e del placet delle massime autorit (cosa che non era
accaduta per l'edizione del 1608), fra cui il cardinale Federico
Borromeo. Non  chiaro se l'ordine di rivedere la precedente edizione
fosse giunto proprio dalla curia. Di certo c' che, all'epoca
della peste del 1629-1631 (la cosiddetta peste manzoniana), il
compendio del Guaccio fu uno strumento estremamente utilizzato
per smascherare e punire i famigerati untori. Dalli all'untore, al
rogo la strega: nessuna differenza sostanziale. Per ogni male, ogni
cultura, ogni societ non fa altro che trovare chi colpire per scaricare
le responsabilit e rassicurare la coscienza collettiva.
Alla persecuzione rivolta contro gli untori - e si vedr a breve la
celebre vicenda di Gian Giacomo Mora, modesto barbiere scambiato
per untore a causa degli unguenti che usava in bottega per il suo
mestiere - contribu del resto anche lo stesso Guaccio. Nell'incipit
della seconda edizione (all'interno della dedica al conte Antonio
Serbelloni), egli assimila in modo esplicito le pratiche magiche e
stregonesche all'azione degli untori, impegnati nel contagio del
morbo. Non solo. Proprio frate Guaccio present un discreto numero
di denunce, che alimentarono processi su processi.
Di fatto, l'ordine in cui viene organizzata la materia non muta tra le
due edizioni. Si tratta, ancora, di un manuale in tre libri; ogni libro
si suddivide in vari capitoli e ogni capitolo consta di una sezione
teorica corredata da una pratica. Il libro nasce da una serie di testimonianze
dirette e indirette. Nella sezione dottrinaria, il Guaccio si
profonde in copiose e ridondanti citazioni, che riportano all'autorit
della Bibbia e degli antichi, ad avvalorare le proprie conoscenze e
affermazioni, n si risparmia in esempi, dai pi atavici a quelli a
lui contemporanei. Il primo libro  un'introduzione a tutta l'opera,
giacch viene spiegato il nerbo della materia, con i fatti salienti, come
ad esempio il tanto discusso volo delle streghe, della cui esistenza il
Guaccio  certo. Altra cosa che ritengo vera  che le streghe vengono
veramente trasportate da un luogo a un altro a opera del Diavolo, il
quale sotto le sembianze di una capra o altro animale fantastico, le
trasporta al sabba e assiste alle oscenit che commettono(2). Le streghe
possono volare grazie ai loro poteri, talvolta sono portate in aria da
una folata di vento da esse stesse provocata, oppure si avvalgono di
oli e unguenti, che si spalmano recitando formule fisse. Di certo, per,
nell'immaginario popolare la strega non levita, ma vola a bordo di
una scopa, simbolo fallico per eccellenza e strumento gi in uso in
alcuni riti pagani legati al culto della Grande Madre.
Fra gli esecrabili misfatti compiuti dalle streghe, compare l'infanticidio.
Un certo Johan, mugnaio di Welferdingen - racconta il
Guaccio -, aveva un bimbetto d'un anno che era la sua gioia. Agathe
di Pittelingen e Maria di Hoheneck lo sottraggono di nascosto nella
culla e lo mettono su una pira eretta su un erto monte detto La Grise.
Ne estraggono poi, con cura, le ceneri e le bagnano con rugiada
delle spighe di grano e delle erbe, formando una pasta friabile, da
spargere sulle viti e sulle piante, in modo da ucciderle in pieno fiore
e impedire che diano frutto. L'uccisione di un bambino finalizzata,
insomma, all'esecuzione di un maleficio, volto a rendere sterile il
terreno e a non produrre il grano, base dell'alimentazione. La strega 
la nemica numero uno della societ:  causa di morte, di distruzione,
di carestie, riduce i bravi cristiani alla fame, permette a Satana di
minacciare la sopravvivenza stessa dell'umanit.
Fra gli altri argomenti trattati: quale sia la potenza dell'immaginazione,
quali siano le varie forme di magia, quali gli effetti reali
prodotti dalla magia, quali mirabilie i maghi siano in grado di realizzare
attraverso l'aiuto del diavolo, quali forme possa assumere il
diavolo, quanto siano subdole le streghe, capaci di materializzarsi
in qualsiasi momento, persino in sogno; e poi, ancora, i sortilegi e le
imprecazioni in grado di scatenare piogge, grandinate e tempeste; la
capacit dei maghi di trasformare l'aspetto di un corpo in un altro e
l'arte dei maghi di dotare anche gli animali della parola. Si legga dal
Compendium la testimonianza del Guaccio: Si legge che nel 1546
a una certa Margherita di Esseling il ventre gonfi di una circonferenza
spropositata [...]. Partor dal grembo vermi spropositati e pi
di 150 serpenti. Il fatto fu considerato portentoso, ma fu prodigio di
demoni, compiuto dalla madre della ragazza per denaro. Non solo.
L'autore si sofferma sulle fasi e le modalit del patto di sottomissione
al diavolo, nonch sui particolari del sabba, che racconta
a partire da testimonianze dirette. Bernardo da Como - scrive
Guaccio nell'edizione del 1626 - narra che a Mendrisio, nella
diocesi di Como l'inquisitore Bartolomeo di Ornate, il potest e il
notaio stavano processando alcune streghe. Volendo appurare se
era vero che si recavano fisicamente al sabba usc un gioved e si
rec nel luogo indicato da una di esse [...]. L giunti scorsero molte
persone radunate davanti al diavolo. Quale zelo! Un patto che
non permette rettifiche, del tutto vincolante, che nega la scelta e il
rifiuto alla strega che a Satana si  sottomessa. Negarsi a un sabba 
impossibile, tanto che se qualcuna accampa pretesti per non recarsi
al sabba, il demone non la trascina a forza, ma pur lasciandola a
casa, le infligge dolori cos lancinanti, nella mente e nel corpo, che
non ha pi requie [...]. Per far cessare i dolori la donna  costretta
a confessare e a impegnarsi, sotto giuramento, di non rifiutarsi pi
di andare al sabba. La strega, insomma - sostiene il Guaccio - 
schiava di Satana, che su di essa ha tutti i poteri.
Il sabba e la caccia alle streghe: un connubio letale e mortifero agli
occhi dell'inquisizione, che sul rituale del sabba insisteva in modo
particolare. Sabba (dall'ebraico shabat) era un termine che, in
origine, indicava una festa, la tregenda, ossia la festivit della luna
piena. La parola  poi passata a indicare il raduno delle streghe
intorno a Satana, che si svolgeva - nella credenza popolare - nella
notte tra sabato e domenica, in uno spazio aperto, come un campo,
lontano da case e dalla comunit. Racconta Guaccio che prima di
recarsi al sabba, esse si spalmano sul corpo un unguento composto
di sostanze ignobili, quali il grasso di bambini uccisi e, cos unte,
sogliono viaggiare su un bastone, una scopa, una canna, un forcone,
una conocchia, cavalcando i quali si portano da una localit all'altra.
O altrimenti salgono in groppa a un toro, a un cane, per recarsi al
convegno; o, anche, se il luogo  vicino, ci vanno a piedi. Una volta
insieme, queste figlie del diavolo accendono un fal tetro e pauroso
e il dimonio presiedendo la congrega in forma di mostro o di cane
orripilante, siede in trono, ed esse vanno ad adorarlo.
Il primo atto del sabba consisteva nel rendere omaggio al diavolo,
che prendeva parte alla riunione sotto il suo aspetto iconografico
tradizionale, ossia una bestia orrenda di fattezze caprine. Nell'intermezzo
tra le corna, recava una candela accesa, da cui ogni strega
prendeva fuoco per la propria. Dopo di che, ognuna di esse rendeva
conto al diavolo dei malefici eseguiti, prima di concedersi
un banchetto, ricco di ogni sorta di cibi putridi, vivande che il
Guaccio descrive cos repellenti che, a guardarle o ad annusarle,
anche lo stomaco pi attanagliato dalla fame ne ha nausea [...]. Il
vino, simile a sangue nero e guasto, viene versato in coppe sudice
[...]. Qualcuno sostiene che viene servita anche carne umana.
La vista dei partecipanti era offuscata, dall'ebbrezza tanto quanto
dalla sfrenatezza. Seguivano danze licenziose (probabilmente non
stona l'accostamento ai riti dionisiaci), in cerchio, caratterizzate
da un ritmo regolare e martellante, quasi ipnotico, con movimenti
compiuti all'incontrario, verso sinistra, che culminavano in una
colossale orgia, e dalla quale era vietato allontanarsi, nonostante
la stanchezza che comportava. Non a caso, a chiudere il sabba, le
streghe si concedevano atti di estrema libido.
Dalle pagine del Compendium non  esente (anzi, a ben vedere,
occupa la parte iniziale) la trattazione degli sfrenati aspetti della
licenziosit insita nei rapporti sessuali tra maghi con demoni (temporaneamente
sotto fattezze femminili) da un lato e, dall'altro, di
maghe con demoni in natura maschile. E il coito col demonio era
una delle accuse pi gravi per cui poteva essere allestita la pira del
rogo. Quindi, a bordo di scope, andavano a prelevare i bambini dai
loro letti, per praticare malefici usando i loro corpi; facevano violenza
ai defunti, profanando le loro tombe. Arrivavano persino a cibarsi
dei loro cadaveri. Penetravano nelle chiese (le cui campane - si
diceva - suonassero da sole all'approssimarsi di una strega in volo)
per compiere atti sacrileghi contro l'ostia. Il fatto, per, che desta
maggiore orrore in tutto questo  che tali accuse consegnarono a una
morte lenta e orribile migliaia di donne che confessarono di aver
fatto questo e di peggio, quando invece si trovavano nelle proprie
case, insieme alle proprie famiglie, nel pieno del sonno dei giusti.
Come il sabba, ogni fatto viene spiegato da Guaccio con descrizioni
minuziose e dettagliate, e corredato da esemplificative illustrazioni
(una trentina) in forma di xilografia, per rendere intelligibili
e immediatamente chiari anche a chi fosse analfabeta i concetti,
talvolta criptici, spiegati nel testo. Il secondo libro  incentrato sui
vari tipi di malefici che le streghe hanno il potere di infondere, con
un'apertura dottrinaria sui legami esistenti tra antiche pratiche folkloriche
e ataviche credenze popolari (ad esempio, rituali connessi
con l'antica venerazione della dea Diana) con le pratiche messe in
atto dalle streghe. Il terzo libro  quello che, nel corso degli anni
che separano la prima dalla seconda edizione, conosce correzioni,
revisioni, sostituzioni e aggiunte. Non a caso, il nostro lo ripresenta
in versione extralarge, in ben quattordici capitoli da quattro che
erano in origine. Di tutto il compendio,  la parte meno teorica e
pi pratica, giacch volere del compilatore  quello di offrire agli
inquisitori un manuale pronto all'uso, al fine di illustrare i rimedi,
sia naturali sia di origine divina, contro i potenti sortilegi stregoneschi.
Si spiega, fra le altre cose, quali benedizioni pronunciare per
disinfestare i campi dai parassiti, per liberare gli armenti dai malefici,
per scacciare le tempeste che finivano per rovinare i raccolti.
A chiudere il Compendium  un esorcismo, che si articola in un
lunghissimo elenco di formule, e utile contro ogni genere di trappole
tese dal diavolo, che nel compendio  descritto dotato della
capacit di apparire all'improvviso e, altrettanto all'improvviso, di
scomparire. L'adorazione del demonio, stando al compendio del
frate, non seguiva un preciso rituale, ma poteva avvenire secondo
diverse modalit. Le streghe non lo adorano sempre nello stesso
modo. A volte piegano supplici le ginocchia, a volte stanno ritte ma
volgendogli le spalle o a gambe in su e testa all'indietro. Offrendogli
poi candele nere come la pece, o anche il cordone ombelicale dei
neonati, gli baciano - in segno di rispetto - il didietro.
Eccola, la vis imaginationis, la forza dell'immaginazione, ma nel
senso, nell'unico senso in cui  possibile intenderla in un contesto
come la crociata contro la stregoneria: la capacit di ammettere
l'inammissibile, e di farlo affermando che ci  frutto tanto dell'evidenza
dei sensi quanto della ragione. Senza contare - fatto per
nulla marginale - che la condanna a morte della strega portava
anche alla confisca dei suoi beni, divisi tra Chiesa e autorit politiche.
Ecco, allora, il potere dell'inquisizione, che costrinse milioni
di vittime a riconoscere la stessa follia, ad ammettere come vere
palesi menzogne che il dolore fisico delle torture, forse, conduceva
a credere persino reali. E si trattava di donne, per lo pi esperte
nelle propriet curative di erbe medicinali, che oggi definiremmo
erboriste. Si trattava anche di levatrici, che intervenivano a interrompere
gravidanze indesiderate. Eccole, le pericolose streghe da
annientare. E che arrivavano a confessare tutto. Tutto, purch quel
dolore cessasse. Tutto, benedicendo la morte. Esito, l'ennesimo,
della demonizzazione del femminino.
 Note.
1. S. Abbiati - A. Agnoletto (a cura di), La stregoneria. Diavoli, streghe, inquisitori dal Trecento
al Settecento, Lazzati, Milano 1991, p. 270.
2. Questa e tutte le citazioni che seguono sono tratte da F. M. Guaccio, Compendium maleficarum (1608-1627), a cura di L.
Tamburini, Einaudi, Torino 1992.


Capitolo 11.
La stretta Bagnera o White Chapel?
Antonio Boggia, 1797-1861.

Serial killer, prima che la criminologia avesse coniato tale termine
e ne avesse prodotto una definizione. Serial killer, prima ancora che
la criminologia vedesse la luce, partorita dalla sua madre putativa, la
fisiognomica di Cesare Lombroso, il quale, del resto, contemporaneo
agli eventi che ci si accinge a riferire, non si fece scappare l'occasione
di studiare da vicino un simile caso, di certo tanto esemplare dal
punto di vista della sua scienza, quanto mostruoso e ributtante per il
senso morale che all'umanit  - o dovrebbe essere - connaturato.
Il caso di Antonio Boggia, del resto, fece notizia e non cattur
l'attenzione solo degli addetti ai lavori (medici, inquirenti, giudici
o giornalisti), ma anche quella della gente comune, dell'uomo della
strada, dei milanesi che ogni giorno con la propria vita facevano
pulsare il cuore di una vecchia Milano, chiusa ancora entro gli
angusti (se non geografici, almeno spirituali) confini dell'impero
austro-ungarico, negli anni del suo canto del cigno.
Quattro omicidi gli furono riconosciuti, ad Antonio Boggia. Pi
svariate truffe, tentate o realmente compiute. Che cosa?, si chieder
a questo punto, indignato, un lettore purista in materia di assassini
seriali. In effetti, omicidi associati a truffe, reati la cui natura e matrice
risiedono meramente in un fattore economico, non sono la prassi,
quando si affronta la vicenda criminale di un assassino che agisce da
pluriomicida. Il background del serial killer, spesso (ma non sempre),
 rappresentato da un ambiente familiare disagiato, nel quale il futuro
assassino sia cresciuto, vittima di abusi da parte di genitori spesso, a
loro volta, alle prese con la giustizia. Il suo pattern comportamentale
 tipico: ci che lo spinge a uccidere (molto pi spesso le vittime sono
donne, piuttosto che uomini)  una pulsione sessuale, che sfugge a
ogni controllo nel soggetto che, per cos dire, la subisce e la scarica
sulla vittima. E spesso il suo accanimento si sfoga contro le parti anatomiche
connesse alla sfera sessuale. All'omicidio seguono sovente
atti di necrofilia. Dopo di che, il corpo viene nascosto e non  affatto
raro il caso dell'assassino seriale che lascia segni della sua presenza
e del suo operato, per essere identificato con una etichetta (il serial
killer dello zodiaco, per esempio) ed essere rintracciato.
Romanzi, serial televisivi e film hanno reso ormai il fenomeno
dell'omicidio seriale un qualcosa di scontato: il romanzo che
parla di un serial killer tanto pi vender quanto pi il protagonista
cattivo (che poi  il solo a interessare realmente il lettore) sar spudoratamente
sadico, dietro il volto da bravo ragazzo. Idem dicasi
per i prodotti televisivi e cinematografici. Siamo tutti figli di Seven
e del Silenzio degli innocenti. Nessuno ammetterebbe di voler uscire
a cena col dottor Hannibal Lecter, eppure a catalizzare l'attenzione
del pubblico - e ci che lo spettatore cerca avidamente nelle seconde,
terze e successive visioni - sono gli occhi di Kevin Spacey,
di Anthony Hopkins, come  stato per quelli di Gary Oldman nei
panni del Dracula di Bram Stoker, il cui morso pi di una fanciulla
del pubblico avrebbe desiderato tutto per s (anche se nel caso del
vampirismo parlare di serial killer non  del tutto corretto). Il
fascino del male... Attrazione dovuta a quegli indiscutibilmente
magistrali attori, o alle nostre pulsioni pi censurate?
Ma qui siamo alla storia contemporanea, nutrita di esempi che,
purtroppo, la cronaca ha contribuito a rendere tristemente famosi. Il
mostro di Firenze, Donato Bilancia, Michele Profeta... La cronaca
italiana pi volte ha raccontato a caratteri neri il sangue versato da
questi assassini, che sconvolgono la sensibilit collettiva e che la
gente, frettolosamente, definisce mostri.
Ecco, la storia di questi mostri italiani pare iniziare proprio a
Milano, con Antonio Boggia. Possiamo considerarlo milanese a tutti
gli effetti, giacch la natia Urio, nel Comasco, che gli diede i natali
il 23 dicembre del 1799, fu presto abbandonata proprio per la citt
lombarda, nella quale l'uomo aveva tentato la fortuna come piccolo
imprenditore edile (forse disponeva di beni famigliali), ma senza successo.
In seguito al fallimento economico, le necessit contingenti del
quotidiano lo avevano costretto a ripiegare su lavori manuali, come
muratore e carpentiere, a cottimo. Un uomo come tanti. Un lavoratore
come tanti. Apparentemente. Abitava coi suoi figli (ma era vedovo) in
via Nerino. E chi lo conosceva, ne parlava come di un bravo cristiano,
di una persona tranquilla. I vicini lo vedevano frequentare la chiesa di
San Giorgio a Palazzo. Forse pregava per la moglie defunta? Oggi un
criminologo farebbe follie per scoprire la natura e la verit dei rapporti
con la compagna, alla luce degli eventi successivi alla sua morte.
Fra i mestieri tentati dal Boggia per mettere insieme il pranzo con
la cena c'era stato anche un incarico svolto presso Palazzo Cusani,
dove aveva allora sede il comando militare asburgico: qui il Boggia,
per qualche tempo, era stato l'addetto all'accensione delle stufe.
Pare inoltre che, a un certo punto, avesse preso a frequentare le
vendite all'asta, dove era conosciuto. In effetti, nel giro di qualche
tempo, il Boggia, da manovale che era, era diventato amministratore
di un condominio, ubicato in via Santa Marta 2824 (seguendo
la numerazione asburgica dei civici). Lo stesso condominio dove,
per la prima volta, era comparso per svolgere dei lavori di muratura
per un'anziana signora, vedova, che l risiedeva in un appartamento
al secondo piano. Ester Maria Perrocchio sarebbe stata l'ultima
vittima del Boggia (uccisa 1' 11 maggio 1859) e primo anello della
catena, che avrebbe consentito agli inquirenti di giungere fino al
nostro, riconoscendogli, oltre all'assassinio della Perrocchio, altri
tre omicidi. Nella fine di questa vicenda vi  tutto il senso del suo
inizio. Ed  dunque dalla fine di tutto che occorre partire.
Era il 26 febbraio del 1860. Presso un ufficio del Tribunale civile e
criminale della citt, quel giorno giunse una denuncia: tale Giovanni
Maurier - decoratore di ceramiche presso la ditta Richard e abitante
nel quartiere della parrocchia di San Cristoforo al Naviglio - dichiar
che sua madre, la signora Perrocchio, era scomparsa. Raccont
che quella mattina si era recato a farle visita, senza trovarla in casa.
Fatto di per s non eclatante, se la medesima cosa non fosse accaduta
anche tempo prima. E in entrambi i casi l'uomo aveva chiesto
notizie della madre ai custodi del condominio, i signori Trasselli,
i quali, la prima volta, avevano addotto quale ragione dell'assenza
della signora Ester un suo soggiorno sul lago di Como. Avevano
aggiunto che la donna era partita gi da qualche settimana e aveva
lasciato detto cos. Come lo stesso pittore dichiar, l'uomo quella
volta credette a tale versione. Non correvano buoni rapporti tra lui
e la madre, che descrisse come una donna bizzarra, e nulla di pi
facile che fosse partita senza avvisarlo. La seconda volta, per, le
risposte dei custodi circa un nuovo soggiorno lariano della Perrocchio
erano suonate lacunose alle orecchie del Maurier, che si era cos
convinto a sporgere denuncia all'autorit giudiziaria piemontese,
appena instauratasi a Milano.
Come si arriv a estrarre dal cilindro il nome del Boggia? Ad agganciarlo
fu lo stesso Maurier. Per quanto era riuscito a saperne
sugli ultimi giorni milanesi della madre, aveva appreso che era stata
vista in compagnia di quel Boggia, che per conto della signora - non
solo residente, ma proprietaria dell'intero stabile - aveva eseguito dei
lavori di manutenzione al tetto dell'edificio. Secondo gli inquilini,
i due erano in grande confidenza e si erano conosciuti poco tempo
prima che la donna sparisse. Si erano incontrati quando la Perrocchio
aveva chiesto informazioni sulla presenza di un bravo muratore nel
quartiere. Dopo tale incontro, per, la signora non era stata pi vista.
Mentre il Boggia, nominato - a quanto pareva - amministratore dalla
stessa Perrocchio, era diventato il plenipotenziario del condominio.
Maurier si mise alla ricerca di questo tale Boggia. Quando lo trov,
gli chiese notizie circa la madre. E il Boggia ripropose la versione
dei custodi Trasselli: Ester Perrocchio si trovava in vacanza sul lago
di Como e per sua decisione egli era diventato amministratore della
palazzina. A riprova di quanto affermato, Boggia mostr al Maurier
alcune lettere firmate dalla madre, in cui veniva confermata la versione
presentata dall'uomo. Ancora una volta, il carattere eccentrico che
il pittore aveva sempre riconosciuto alla madre bast come elemento
per credere alle parole del Boggia. Il quale, convocato dalla polizia
nella questura di via san Gottardo, mostr alle autorit il mandato
con cui ufficialmente la donna lo aveva nominato amministratore
unico. E la cosa sembr finire l e morire nel nulla.
Qualche tempo dopo, per, fu il Boggia a cercare Maurier. Doveva
comunicargli le nuove volont della madre, la quale, avendo deciso
di trasferirsi in pianta stabile sul lago di Como, aveva pensato di
affittare l'intero palazzo a un solo inquilino, fatta eccezione per il
proprio appartamento, che sarebbe rimasto in comodato d'uso al
figlio. E il Maurier, nell'apprendere di questo inatteso dono della
madre, non si preoccup oltre della sua assenza e chiuse in un baule i
sospetti sul Boggia. Occorreva per che l'atto fosse rogato, in modo
tale che il Maurier desse il proprio assenso al comodato e potesse
riscuotere un anno di affitto anticipato dal nuovo, unico inquilino.
I due si recarono, insieme a un terzo uomo (compare di Boggia),
dal notaio, un certo Cattaneo, per mettere tutto nero su bianco. Il notaio,
per, rimise tutto in discussione. Inform il Maurier di che cosa
era accaduto la prima volta che aveva visto il Boggia: era il giorno
in cui si era presentato per la procura in compagnia di un'anziana
donna, spacciata come Ester Perrocchio (in realt, si trattava della
cugina dello stesso Boggia), e di un altro uomo. Il notaio, tuttavia,
si era subito insospettito per lo strano comportamento della signora,
per le sue risposte evasive e tentennanti, per una lucidit mentale che,
insomma, non brillava di luce propria. Sospettando una
circonvenzione di incapace, il notaio aveva segnalato il fatto alla Procura. E si
era rifiutato di stilare l'atto, cosa che invece aveva fatto il secondo
notaio (scelto questa volta a Como), tale Bolza, al quale il Boggia,
con la sedicente signora Perrocchio, si era quindi rivolto.
La denuncia dell'avvocato alla Procura rest priva di seguito, poich
ormai la donna risultava residente a Como, quindi sotto altra giurisdizione.
Ma due denunce convinsero un giudice del Tribunale milanese,
tale Crivelli, ad aprire un'inchiesta a carico del Boggia. E che cosa
trov, spulciando fra le carte degli archivi, il bravo giudice? Una bella
denuncia per tentato omicidio, risalente a qualche annetto prima, al
1851 per la precisione, sporta da un contabile, tale Comi, proprio a
carico di Antonio Boggia, residente in via Nerino. Che cosa raccontava
la denuncia? Il Comi aveva riferito di essere stato convinto dal Boggia
a recarsi nel suo laboratorio, sito in un budello della vecchia Milano,
una di quelle vie a elle nel dedalo di stradine del cuore della citt, non
a caso detta stretta Bagnera, a pochi passi da via Torino, procedendo
dal centro verso il Carrobbio. Una viuzza dove non riuscirebbero a
passare con agio due persone nello stesso momento, e al tempo priva
di illuminazione, quasi da sembrare una di quelle Street (curiosa questa
assonanza con l'italiano stretta...) della Londra vittoriana, regno
di prostitute e balordi, dove qualche signore si avventurava solo alla
ricerca di vizi illeciti nell'alta societ. Come quelle vie del quartiere
di White Chapel, insomma, dove per anni ag indisturbato Jack th
Ripper, lo sventratore terrore di tutte le passeggiatrici.
Nella stretta Bagnera il Boggia possedeva un magazzino affacciato
sulla claustrofobica viuzza, dotato di una cantina, chiusa a
ogni accesso esterno: per entrarvi occorreva percorrere una scala
interna. Il pretesto addotto dal Boggia era stato facile da trovare: il
Comi era un contabile, dunque il Boggia si era limitato a chiedergli
una revisione dei propri conti. Nel magazzino-laboratorio, mentre
stava svolgendo il proprio lavoro, seduto allo scrittoio, il contabile
ricevette un colpo di scure alla testa. Il Comi ne rest solo
tramortito, tanto da riuscire a darsela a gambe, inseguito da un Boggia, la
cui ira avrebbe fatto invidia alle Furie. Sulla strada, il Comi si era
imbattuto per sua fortuna in un finanziere, che ferm il Boggia.
In seguito alla denuncia, Boggia era stato arrestato e processato.
Tuttavia, il suo comportamento in carcere e durante il processo, che il
Boggia us pr domo sua, riusc a convincere il giudice, con comportamenti
bizzarri, urla, attacchi di ira repentina e lamenti provocati - a
detta sua - da laceranti emicranie, della propria infermit mentale.
La sceneggiata funzion. Tanto pi che i vicini lo conoscevano e
lo descrissero come un uomo timorato di Dio. E sembrava assurdo,
per la mentalit dell'epoca, che un uomo onesto potesse compiere
volontariamente un efferato omicidio. Al massimo, il Boggia - per
il giudice - poteva essere stato colto da raptus. L'evento, tuttavia,
non si sarebbe ripetuto. E del resto, alle autorit interessava colpire
coloro che cospiravano contro l'impero, piuttosto che delinquenti
comuni. Boggia fu giudicato pazzo e internato nel manicomio della
Senavra. Uscito da qui, nessuno lo aveva pi cercato. E per una
decina d'anni se ne stette buono, bravo e zitto. Fino al caso della
signora Ester. Un'occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
Il giudice Crivelli fece convocare Boggia per interrogarlo. E il
nostro pens di rigiocare la carta della follia: disse di non essere
in grado di rispondere alle domande, il suo mal di testa, che lo costringeva
a notti insonni, glielo impediva, e poi non ricordava, non
ricordava nulla, buio totale nella sua memoria.
Fu poi la volta dei portinai e dei vicini della Perrocchio. I
Trasselli dissero di aver visto il Boggia, l'ultima volta, il giorno che
era venuto a lavorare nella palazzina. Il custode aggiunse per un
particolare interessante: il Boggia gli aveva chiesto di fargli avere
alcuni secchi d'acqua. Che cosa doveva mai pulire? Un'inquilina,
poi, raccont - se lo ricordava proprio bene, aveva nitida l'immagine
nella mente - di averlo visto mentre scendeva le scale portando in
spalla una cesta, che sembrava anche pesante.
Il Crivelli si sent vicino alla verit. Ordin la perquisizione del
condominio, certo che l avrebbe trovato i resti della Perrocchio. E
cos fu: il suo cadavere, privato della testa e delle gambe (ecco che
cosa conteneva la gerla!) e in stato di decomposizione, era stato
sapientemente murato in un sottoscala. Dopo di che Boggia, rientrato
nell'appartamento della donna, ne aveva asportato i preziosi,
poi rivenduti a un commerciante. Quindi, insieme alla cugina e a
un complice, si era recato dal notaio Cattaneo per rogare la procura,
ma senza successo.
Il giudice aveva fatto centro. Boggia, condotto sul posto, riconobbe
la Perrocchio, ammise di averla uccisa a colpi di scure nel suo
appartamento il giorno stesso in cui vi si era recato per i lavori e il
sangue era stato tolto con l'acqua fornita dal portinaio, che per fu
scagionato da Boggia. Se solo il giudice Crivelli avesse conosciuto
il Luminol!
Per chiudere il cerchio, ora, occorreva sottoporre a perquisizione
il magazzino che il Boggia possedeva nella stretta Bagnera. E le
prove arrivarono copiose. Non solo furono ritrovate le false lettere
che l'uomo si faceva scrivere spacciandole per quelle della signora
Perrocchio (vergate, in realt, dall'esperta mano di un suo complice
calligrafo presso il tribunale), ma saltarono fuori anche altri
documenti, altri mandati, che riconducevano a un commerciante di
granaglie, un certo Giuseppe Marchesotti, la cui scomparsa era stata
segnalata qualche anno prima. Il Boggia neg tutto, ma il Crivelli lo
mise con le spalle al muro per altri due possibili omicidi, concernenti
due uomini anch'essi scomparsi da una decina d'anni e che erano
stati visti intrattenere rapporti col sospettato: un operaio, Angelo
Serafino Ribbone, e Pietro Meazza, un bottegaio di ferramenta,
anch'egli desaparecido dopo un incontro col nostro. Va bene. Il
Crivelli aveva scovato un pluriomicida. Eccolo, il nostro primo
serial killer. Ma i corpi?
I locali della stretta Bagnera furono rivoltati come un calzino.
Fu individuata una stanza, che era nascosta alla vista di chiunque
passasse per strada o si trovasse all'interno del magazzino. E che
cosa conteneva quella stanza senza finestre n pertugi? Vi erano tre
cadaveri, le cui identit riportavano proprio a Ribbone (ucciso nel
1849), Marchesotti e Meazza (i cui delitti furono compiuti entrambi
l'anno seguente), tutti selvaggiamente mutilati e smembrati. Come
e perch erano avvenuti quei delitti?
Il Ribbone conosceva Boggia, in quanto questo era stato il suo
datore di lavoro. Dalla procura firmata dall'operaio si pot ricostruire
la dinamica dei fatti. Il Boggia avrebbe ricevuto l'incarico
dal suo ex dipendente di recarsi sul lago di Como e riscuotere da
una sua congiunta, che l abitava, una somma pari a 1400 svanziche
(una bella somma, rapportata alla valuta del tempo), che Ribbone
le avrebbe lasciato a mo' di deposito. Il Boggia era entrato in possesso
di quella cifra, ma aveva dovuto penare. Il documento rogato
dal notaio milanese Gaslini non era stato riconosciuto valido dalla
parente di Ribbone, che quindi non aveva dato uno spicciolo di
quella somma. Allora Boggia si era rivolto a un secondo notaio, il
lodigiano Terzaghi. Solo a questo punto la parente dell'operaio si
era decisa a consegnare a Boggia quanto richiesto. Anzi, il Boggia
l'aveva tranquillizzata affermando che Ribbone necessitava di quel
denaro per sposarsi .
Nessuna delle due procure era stata firmata da Ribbone. Forse per
ingenuit, perch semplicemente si era fidato, o perch la fortuna
rende l'uomo fin troppo loquace, il manovale aveva raccontato al
suo capo che disponeva di una discreta sommetta, che custodiva
per lui la cugina che abitava nel Comasco. Tanto era bastato perch
i congegni della mente criminale di Boggia iniziassero a mettersi
in moto per elaborare un piano. Con una semplice scusa (magari
un bicchierino insieme, perch no?), Ribbone era stato attirato da
Boggia nel suo locale della stretta Bagnera e qui, a colpi di scure,
barbaramente ucciso. Al che l'omicida, coi suoi compari, aveva
iniziato l'iter fra i notai per ottenere il documento necessario a ottenere
il denaro dalla cugina della vittima.
Quanto al Marchesotti, il Boggia lo aveva adocchiato alle aste pubbliche,
di cui il commerciante pareva assiduo frequentatore, come
lui. Il commerciante di granaglie era stato probabilmente attirato in
trappola dal Boggia, che gli aveva fatto intravedere un facile guadagno
attraverso un investimento, per il quale era necessario un capitale
iniziale di quattromila svanziche.  certo che il Boggia fosse riuscito
a scucire tale somma al commerciante. Altrettanto certo, che dopo il
15 gennaio 1850 dell'uomo si erano perse le tracce. I suoi vicini nel
quartiere di San Marco lo avevano visto uscire di buon'ora e mai pi
rientrare. Un suo conoscente, un certo Castiglioni, il giorno prima
gli aveva prestato la somma richiestagli da Boggia. E con Boggia
era stato visto in un'osteria dalle parti di Ponte Vetero. Ne erano
seguite due denunce. A impensierirsi per la sua assenza erano stati
la madre e il Castiglioni stesso, che non era pi tornato in possesso
della somma prestata. Alle denunce non segu nulla. L'ipotesi che
prese corpo fu quella della fuga del Marchesotti, con la somma in
tasca, chiss dove. Invece la sua presunta fuga era finita nella stretta
Bagnera, a colpi di scure.
Nell'aprile dello stesso 1850, il terzo omicidio. Pietro Meazza,
fabbro nella zona del Carrobbio, aveva conosciuto Boggia attraverso
una comune conoscenza. Galeotto fu tale Binda, che pens di
mettere in contatto i due, poich la bottega di Meazza stava navigando
in cattive acque. Boggia gli era stato descritto come un uomo
serio e affidabile, ma soprattutto dotato di un fiuto infallibile per
gli affari, coi quali si era costruito la sua fortuna in breve tempo. Le
carte ritrovate dalla polizia nel magazzino di Boggia, a tal riguardo,
consistevano nel mandato con cui Meazza avrebbe nominato Boggia
suo amministratore e questo, in qualit di amministratore, aveva
venduto la bottega al Binda.
Anche in questo caso, la scomparsa di Meazza non era caduta
nel vuoto. Era stata denunciata. E, insieme alla scomparsa, anche una
truffa: un commerciante, che aveva poi acquistato la bottega da
Binda, lamentava di non essere stato adeguatamente pagato. Unica
differenza rispetto ai precedenti casi: Meazza, quella procura, l'aveva
firmata davvero, prima di scomparire. Anch'egli vittima della scure
di Boggia nell'antro degli orrori della stretta Bagnera.
Boggia fu subito arrestato. In carcere ripet il copione della prima
detenzione. Urlava, si contorceva per i dolori (lo attestarono i compagni
di cella), diceva di non poter dormire, di essere vittima della
sua mente, che gli ordinava di fare certe cose, e che poi gli doleva
cos tanto... La recita, per, questa volta non convinse nessuno. Il
processo inizi il 18 novembre 1861 e si tenne alla presenza di molti
curiosi. Quando la storia del mostro della stretta Bagnera inizi a
essere diffusa dalla stampa, catalizz l'attenzione di tutta la citt, dai
sobborghi delle bettole ai banchetti in case aristocratiche. I teatrini
per il popolino erano presi d'assalto, quando veniva rappresentata
la storia del mostro.
L'istruttoria dur solo cinque giorni. Questi, i capi d'accusa: quattro
omicidi, un tentato omicidio, truffe varie ed eventuali, sostituzione
di persone in atti pubblici. Nella sentenza si legge che il Boggia
appariva come una persona di modi calmi, con un esteriore aspetto
quasi di bonariet, esatto osservatore delle pratiche religiose,
estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze(1). E quanto
inganna l'apparenza! Nulla  pi profondo della superficie, insegna
il filosofo Friedrich Nietzsche. Un insegnamento perfetto per la
personalit di un soggetto come Antonio Boggia, assassino seriale
ante litteram, non certo scevro di rituali maniacali e patologici, ma
fondamentalmente assassino a scopo di lucro, fatto anomalo nel
pattern comportamentale del seriale puro. E che da un omicidio
ricavasse sempre un bel tornaconto in termini economici, peraltro,
prova quanto n la follia n il tanto decantato raptus c'entrassero
con la sua vena criminale, ispirata da precisi calcoli e meticolosa
organizzatrice dei suoi atti.
La linea della difesa fu demolita. E fu respinto anche il ricorso in
appello. Re Vittorio Emanuele II non concesse la grazia. Antonio
Boggia fu condannato a morte per impiccagione. A Milano, al tempo,
non esisteva la figura di un boia. Furono decine e decine i cittadini
che offrirono la propria mano per togliere la vita al mostro della
stretta Bagnera. Offerte che, va da s, le autorit declinarono. Il boia
preposto all'esecuzione arriv dal vicino Piemonte. L'esecuzione
ebbe luogo nell'aprile del 1862, nello slargo tra Porta Lodovica e la
Vigentina, alla presenza di un nutrito pubblico che, come ai tempi
della Rivoluzione Francese, era il massimo dell'eterogeneit: assistettero
al macabro spettacolo non solo donne di ogni classe sociale,
ma anche bambini! Tutti, proprio tutti volevano vedere in volto il
criminale, la belva in fattezze umane che aveva scatenato per la citt
una fitta caccia al mostro.
Il corpo fu sepolto nel cimitero appena fuori Porta Lodovica. Prima
della sepoltura, per, ne fu asportata la testa e consegnata all'Ospedale
Maggiore, la Ca' Granda, per studiarne il cranio. Fra gli scienziati
vi era Cesare Lombroso. Il risultato di tali studi culmin nel responso
dei medici, per cui la conformazione del cranio del Boggia rispettava
i canoni tipici di un soggetto dalla personalit criminale. Quello
stesso Lombroso che deplorava il rinvio al manicomio quale misura
detentiva. Pena cui lo stesso Boggia peraltro era stato sottoposto.
L'invio loro ai manicomi - sosteneva lo scienziato -  seguito da
altri malanni [...]. D'altronde essi vi portano tutti i vizi delle classi
immorali d'onde sortirono [...]. Chi non sentirebbe orrore di avere
avuto un figlio compagno nel dormitorio con Boggia?(2).
La sua vicenda fu raccontata da Giovanni Luzzi nel saggio Il giallo
della stretta Bagnera. Era il Boggia la belva umana, il mostro, o,
pi semplicemente, un alienato?, si chiede Luzzi(3). S, forse sarebbe
d'aiuto pensare che una morte impartita con cos tanta brutalit e
ferocia possa essere solo il frutto di una mente disturbata. Come dire:
Basta non imbattersi in un folle e sar salvo!. Magari. Esistono
soggetti, come il Boggia, nei quali una mente alterata non pu essere
riconosciuta come la sola fonte di gesti aberranti. Si uccide, e lo si
fa in modo cruento, e pi volte, anche per i soldi, come no.

Note.
1. L. Crovi, Storia del primo serial killer italiano, il Giornale, 22 agosto 2013.
2. C. Lombroso, L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed
alla psichiatria (Cause e rimedi), Fratelli Bocca, Torino 1897.
3. G. Luzzi, Il giallo della stretta Barriera, Meravigli Libreria Milanese, Milano 1999.
 
Capitolo 12.
L'antipatriota
Filippo Rossi, 1820-1870.

Non  fra i personaggi pi noti nella storia del nostro Risorgimento.
Ma fu anche a causa sua se i patrioti di una delle pagine pi
celebrate, e pi drammatiche, di quella storia sono stati individuati,
arrestati, incriminati e infine condannati a morte. La loro unica
colpa? Aver complottato contro il regime austriaco per perseguire
l'ideale dell'indipendenza della loro terra dalle autorit di Vienna,
sulla base degli ideali mazziniani.
Filippo Rossi quegli ideali non li ha mai condivisi. Anzi, li ha
sempre strenuamente combattuti, partendo dal presupposto che
Mazzini e le sue idee erano quanto di pi pericoloso potesse esserci
per le sorti dell'impero. Non a caso, i mazziniani erano in cima alla
lista nera delle autorit austriache. Quasi come se si trattasse di un
temibile gruppo terroristico dei giorni nostri.
Per questo, quelle idee e quegli uomini che le seguivano andavano
perseguiti con ogni mezzo. E la condanna che li attendeva era una
sola: la pena di morte. A queste regole Rossi si atteneva fedelmente.
Di pi: rispettarle e farle rispettare era il suo dovere. Perch Filippo
Rossi era un tutore dell'ordine, un agente della imperialregia polizia
austriaca. E anche se milanese di nascita, aveva giurato fedelt alle
autorit di Vienna, scegliendo di servirle con devozione incrollabile.
Di lui, e della sua vita, sappiamo ben poco. Gli scarni particolari
biografici dei quali siamo a conoscenza ci riferiscono che era nato a
Milano nel 1820. Dagli almanacchi a stampa in uso all'epoca - una
sorta di vademecum della citt, con tutte le informazioni ritenute utili
al pubblico, dagli indirizzi di enti e istituzioni ai quadri dell'amministrazione
pubblica, con mappe e stradario a corredo - risulta che
nel 1843, dunque intorno ai ventitr anni di et, prestava servizio al
commissariato di polizia di via Santa Sofia. Le doti investigative e
la rettitudine in servizio non dovevano fargli difetto, se nel volgere
di appena tre anni era gi stato promosso commissario.
La sua era dunque una carriera ben avviata, quando sulla scena della
storia irruppe l'ondata rivoluzionaria del 1848, destinata a travolgere
l'intera Europa continentale e, quindi, anche Milano. Proprio
qui, anzi, l'anelito a maggiori libert civili legittimate da un testo
scritto e approvato in via formale (l'agognata Costituzione) si sald
alle aspirazioni autonomiste dalle autorit asburgiche, scrivendo la
celebre pagina delle Cinque Giornate. Fu allora che la fede del Rossi
nell'ideale che aveva sempre servito vacill paurosamente, come
accadde a molti altri impiegati e dirigenti della burocrazia austriaca.
Anche il commissario della imperialregia gendarmeria sub il fascino
della lotta coraggiosamente portata avanti a livello popolare
sulle barricate che sbarravano il passo ai soldati stranieri in ogni via
della citt. Ma come si risolse in un fuoco di paglia la rivolta, dopo gli
inaspettati successi iniziali, altrettanto repentino fu il cambiamento
di opinione del Rossi. Alla restaurazione del potere austriaco, e di
tutte le sue emanazioni sul territorio lombardo, il poliziotto riprese
servizio eseguendo alla lettera le direttive delle autorit, fortemente
determinate a spazzare via ogni residuo focolaio di propaganda e di
azione politica contrarie.
Le armate del generale Radetzky, prudentemente allontanate dalla
citt in fermento, vi fecero tranquillamente ritorno pochi mesi dopo,
e l'anno seguente assestarono il colpo decisivo ai piemontesi, a
Novara, mettendo la parola fine alla prima guerra di indipendenza
nazionale. Mentre i patrioti italiani riponevano le loro speranze nel
cassetto in attesa di tempi migliori, gli austriaci avevano mano libera
per perseguitarli su tutto il territorio dell'impero, tornato ai confini
sanciti fin dai tempi del Congresso di Vienna. E in questa opera di
persecuzione Rossi era destinato a recitare un ruolo di primo piano
a Mantova, dov'era stato trasferito.
Proprio nella citt virgiliana si era raccolto un gruppo di ferventi
mazziniani. Ne facevano parte sacerdoti, professionisti, impiegati,
commercianti: uomini di Chiesa e rappresentanti della media e alta
borghesia cittadina, disposti a sfidare i severi divieti imposti dalle
autorit asburgiche per non spegnere la fiamma della speranza di
un avvenire indipendente da esse.
Una sera di dicembre del 1850, nella casa del conte Livio
Benintendi (futuro parlamentare del Regno di Sardegna e poi del Regno
d'Italia), si riunirono una ventina di cittadini. Tre di loro vennero
eletti promotori della causa risorgimentale: il loro compito era fare
proseliti nei diversi ambienti sociali. Don Enrico Tazzoli si incaric
di fare propaganda per la loro causa nelle file del clero, Attilio
Mori nel ceto nobiliare e Carlo Marchi (poi sostituito da Giovanni
Acerbi) fra gli studenti.
I rischi che correvano erano enormi: la pena per chi cospirava e
faceva opera di propaganda contro l'ordine costituito era una sola,
quella di morte, e i cospiratori ne erano perfettamente consapevoli.
La giustizia austriaca, dal canto suo, non faceva sconti a nessuno:
ancora troppo vivo era nelle autorit imperiali il ricordo della sollevazione
popolare del 1848, durante la quale si erano viste voltare
le spalle dalla gran parte della popolazione lombardo-veneta, per
acconsentire a provvedimenti di clemenza. Il tempo della carota,
se mai vi era stato, era finito per sempre, cedendo il passo a quello
del bastone.
Se ne ebbe un esempio, proprio a Mantova, sul finire del 1851,
quando nella valletta di Belfiore, davanti a uno degli ingressi della
citt, venne fucilato un sacerdote, don Giovanni Grioli, condannato
- pur in mancanza di prove certe - per aver esortato alcuni soldati
austriaci a disertare. Il religioso, mantovano, trentenne e coadiutore
della parrocchia di Cerese, alle porte della citt, era in effetti a capo
della cellula del locale comitato insurrezionale. In casa gli vennero
trovate diciotto copie di bollettini fuorilegge di ispirazione mazziniana:
quanto bastava per spedirlo davanti al plotone di esecuzione.
 probabile che l'entusiasmo con il quale i cospiratori portavano
avanti la loro causa fosse pari alla loro disinvoltura; in altre parole,
la fiducia in una nuova e prossima rivolta popolare li avrebbe portati
ad abbassare eccessivamente le cautele. In compenso, molti di loro
si distinsero per coraggio e abnegazione, e si rifiutarono di vuotare
il sacco anche dopo essere stati arrestati e torturati.  il caso, fra gli
altri, proprio del Grioli, che si port nella tomba i segreti dei quali
era al corrente.
La sua pubblica esecuzione inaugur la lunga e triste sequela di
fucilazioni che ebbero luogo nei mesi a venire a Belfiore, i cui martiri
erano destinati a divenire una icona del Risorgimento. A pagare con
la vita il loro patriottismo (e la devozione del Rossi alla causa opposta,
quella delle imperialregie autorit austriache) furono in tutto in
undici. Cos ricordano il loro sacrificio i versi (un po' ridondanti di
retorica, per la verit) del Carducci: Non mai pi nobil alma, non
mai sprigionando lanciasti / a l'avvenir d'Italia, / Belfiore, oscura
fossa d'austriache forche, fulgente, / Belfiore, ara di martiri(1).
Nonostante i rischi, nonostante il pugno di ferro delle autorit,
nonostante tutto, l'attivit dei Comitati insurrezionali mantovani
prosegu. A sgominarne i piani, e troncare le vite di quanti ne facevano
parte, intervenne una catena di eventi innescata, come spesso
capita nelle vicende umane, da un caso.
Allora come oggi, nei territori dell'impero circolavano banconote
false. La loro diffusione era particolarmente radicata nel
Lombardo-Veneto. Delle indagini fu incaricato, fra gli altri,
il commissario Rossi.
In seguito a una segnalazione, il poliziotto si rec a casa di Luigi
Pesci, esattore comunale di Castiglione delle Stiviere. Il Pesci risultava
essere un uomo poco socievole - le sue relazioni si limitavano
ai commercianti e ai modesti possidenti con i quali entrava in contatto
in ragione del suo lavoro - e un po' spendaccione, al punto che
gestiva con poca prudenza anche i beni della moglie(2). Di tendenze
ordinarie, l'esattore delle tasse non era stato coinvolto nei
fatti del 1848 e non sembrava interessarsi minimamente di politica:
Occupato fino all'eccesso nell'interesse - si legge in un rapporto
della polizia - nessuno avrebbe mai creduto che egli potesse non gi
implicarsi, ma nemmeno pensare a mene antipolitiche(3). Insomma,
il Pesci non era un patriota. Ma dalla perquisizione in casa sua salt
fuori, infilata nella cannuccia vuota di un portapenne d'argento, una
cartella di 25 lire del prestito nazionale mazziniano.
Il prestito era stato bandito con lo scopo dichiarato di raccogliere
fondi per sostenere la liberazione del Paese dagli austriaci. Che cosa
ci faceva quella cartella in casa dell'esattore comunale? Con ogni
evidenza, Luigi Pesci pensava di ricavarne un utile materiale, non
certo di sostenere le mire politiche alle quali mirava quel foglio. Ma
tutto questo, alla polizia austriaca, non interessava. Rossi voleva
sapere da chi si era procurato quella cartella. E non ci pens su due
volte ad arrestare l'uomo e a interrogarlo, con metodi certamente
sbrigativi.
Messo alle strette, Pesci croll quasi subito e fece un nome: quello di
un prete, don Ferdinando Bosio. Era stato lui a vendergli la cartella.
Nessuno allora poteva saperlo, ma quella indagine avrebbe portato
molto lontano, e su un terreno assai pi delicato di un traffico di
banconote false. Perch Rossi, anche se venduto agli austriaci,
era un buon poliziotto. Sapeva fare bene il suo mestiere e il fiuto
non gli mancava. Com' stato osservato, lo zelo (Rossi), il caso
(rinvenimento del portapenne, incertezza del Pesci), il cedimento
(sua confessione quasi immediata) avevano messo in moto un
meccanismo infernale che si sarebbe fermato solo sulle forche di
Belfiore(4).
Fu la volta del povero Bosio finire sotto il torchio dei gendarmi. Il
sacerdote resistette assai pi del Pesci: ci vollero venticinque giorni
di interrogatori serrati per avere il sopravvento sulla sua forza di
volont. Esausto, don Ferdinando confess, a sua volta, un altro
nome: don Enrico Tazzoli. E con lui l'inchiesta si imbatt non pi
in un pesce piccolo, ma in un pezzo da novanta. Gi, perch don
Enrico aveva alle spalle una nutrita serie di quelli che oggi definiremmo
precedenti specifici.
Nato a Canneto sull'Oglio, professore di filosofia nel seminario
vescovile, don Tazzoli era stato arrestato nel convulso 1848 dopo una
predica in chiesa contro i tiranni. Il sacerdote aveva fatto riferimento
alle potenze imperiali all'epoca del sacco di Mantova del 1630,
ma a nessuno era sfuggita l'allusione agli austriaci del suo tempo.
Anche se non condivideva la visione religiosa di Giuseppe Mazzini
(assai distante da quella cristiana), don Tazzoli aveva sposato con
entusiasmo la sua causa politica: definiva l'amore per la patria la
sua seconda religione e guardava alla Giovine Italia come l'unico
movimento in grado di realizzare i piani risorgimentali.
Impegnato nell'assistenza umanitaria e nell'educazione popolare,
Tazzoli era divenuto la guida pi autorevole del gruppo rivoluzionario
di Mantova. E, disgraziatamente per loro, aveva annotato in un
registro i nomi di tutti gli affiliati del gruppo, con relativi versamenti,
gli incassi e le spese. Il documento cadde nelle mani della polizia
dopo il suo arresto e, seppure scritto in codice, venne decifrato.
Per il ligio Rossi, si trattava di un altro colpo eccezionale messo
a segno nella sua sempre pi fulgida carriera di esecutore degli
ordini del governo austriaco. Il commissario stava per dare luogo a
una vera e propria retata che avrebbe spazzato via per sempre ogni
opposizione politica di ispirazione mazziniana nel territorio di sua
competenza.
 quello di cui si resero conto gli stessi cospiratori, che pervennero
a una drastica decisione. Se non volevano correre il rischio di essere
arrestati, imprigionati e condannati a morte, dovevano assolutamente
fermare le indagini. E per raggiungere tale scopo, c'era un solo
modo: Rossi andava tolto di mezzo.
Con l'aiuto del comitato mazziniano di Brescia, i congiurati mantovani
pianificarono un attentato ai danni dell'odiato commissario di
polizia. L'agguato mortale sarebbe dovuto avvenire a Mantova nel
corso del Carnevale: nessuna occasione appariva pi propizia per
avvicinare Rossi all'uscita dal teatro dove si recava ad assistere agli
spettacoli, sparargli e quindi fuggire, approfittando della confusione
generata nelle vie dal passeggio di uomini e donne in maschera e di
invitati a feste e veglioni.
Il commando omicida era formato da tre patrioti bresciani, ai quali
si aggiunse il medico mantovano Carlo Poma. Nato nel 1823, Poma
prestava la sua opera all'ospedale civile della sua citt natale. Divenuto
seguace delle idee di Mazzini, si era legato alla societ segreta
fondata da don Tazzoli ed era stato fra i fondatori del comitato insurrezionale
cittadino. Era a casa di Poma che si riunivano gli associati e
venivano depositati i libri proibiti dalle autorit per il loro contenuto
anti-austriaco. Suoi complici nella pianificazione dell'attentato a
Filippo Rossi erano il pittore Ettore Camillo Biseo, l'oste Giuseppe
Squintani e Tito Speri, un giovane laureato in legge che era stato fra
i protagonisti delle dieci giornate di Brescia del 1849.
L'agguato, per, era destinato a non avere mai luogo, nonostante
due tentativi in due sere consecutive. Forse presentendo possibili
rischi per la propria incolumit, o forse per un caso, Rossi comparve
sempre in compagnia di alcuni ufficiali austriaci, che gli fecero
involontariamente da scorta. Almeno, questa fu la versione degli
uomini armati che avevano il compito di farlo fuori. Ma il diretto
interessato li avrebbe poi smentiti, dichiarando in sede processuale
di ricordare poco di quelle sere (non si era accorto di nulla) e di
essere tornato a casa entrambe le volte da solo.
Pu darsi che i membri del commando ci avessero ripensato. Forse,
a rifletterci bene, l'omicidio di un commissario di polizia non
avrebbe risolto i loro problemi, ma anzi li avrebbe aggravati. Fatto
sta che in seguito Rossi venne comunque a conoscenza di essere
stato bersaglio dei patrioti dopo l'arresto di uno dei congiurati, Luigi
Castellazzo, il quale durante un interrogatorio era crollato, rivelando
tutto quello che sapeva in proposito.
Consapevole dello scampato pericolo, Filippo Rossi non aveva
pi ostacoli sul suo cammino, nel quale il senso di giustizia doveva
mescolarsi al desiderio di vendetta personale. Sotto i suoi ordini, la
polizia procedette a una raffica di arresti da Mantova a Brescia, da
Verona a Venezia. I cospiratori vennero rinchiusi nelle carceri del
Castello di San Giorgio e in quelle della Mainolda, una caserma che
gli austriaci utilizzavano come carcere fin dal 1815. La sorte dei
prigionieri era segnata. E non era, per tutti, una bella sorte.
Per estorcere loro confessioni e notizie utili alle indagini, vennero
affidati alle cure del colonnello Alfred Kraus, un giudice che non
esitava a ricorrere a torture morali e fisiche. Fra queste, Kraus praticava
la somministrazione in dosi massicce di belladonna, un'erba
medicinale contenente atropina: si tratta di una sostanza che agisce
direttamente sul sistema nervoso provocando allucinazioni e che
pu portare al coma e, di qui, alla morte.
Alcuni dei prigionieri non resistettero a lungo e morirono in seguito
alle sevizie. Quanti sopravvissero, furono giudicati dal Consiglio
militare di guerra austriaco, che tra la fine del 1852 e l'inizio
dell'anno seguente eman una serie di condanne alla pena di morte,
da eseguirsi mediante impiccagione.
Fra i primi a salire sul patibolo fu don Tazzoli, condannato per
alto tradimento. Le autorit austriache si erano preoccupate di far
precedere la sua esecuzione capitale da un provvedimento della
Chiesa che disponeva la sconsacrazione del sacerdote, ma il vescovo
di Mantova, Giovanni Corti, si rifiut di procedere in tal senso.
Gli austriaci allora si rivolsero direttamente al papa, Pio nono, il quale
eman l'ordine speciale tanto atteso. Ubi maior, il vescovo Corti
si vide costretto a leggere personalmente la formula di condanna, a
ritirare i paramenti sacri dai quali l'ormai ex prete venne spogliato
e a raschiare con un coltello la pelle delle dita che avevano sorretto
l'ostia dell'eucaristia, come prevedeva il rituale ecclesiastico.
Don Enrico Tazzoli aveva quarant'anni. Insieme a lui vennero giustiziati
Angelo Scarsellini, di ventinove anni, macellaio e possidente
di Legnago, nel Veronese, che era uno dei capi del comitato rivoluzionario
di Venezia e aveva procurato clandestinamente delle armi
dall'estero, servendosi di carrettieri; Giovanni Zambelli, veneziano
di ventotto anni e pittore; e il gi citato Carlo Poma, condannato
per alto tradimento, con l'aggravante di essere stato fra i promotori
dell'attentato a Rossi.
Stessa sorte tocc, pochi mesi dopo, ad altri quattro congiurati: il
conte veronese Carlo Montanari, trentanovenne, ingegnere e possidente
terriero, coinvolto nell'attivit della societ segreta di Verona;
un letterato veneziano, Bernardo de Canal, di ventotto anni; don
Bartolomeo Grazioli, nato a Fontanella di Casalromano, quarantasettenne
arciprete di Revere e capo del locale circolo rivoluzionario,
che risultava aver diffuso cartelle del prestito mazziniano e proclami
eversivi; e Tito Speri, a carico del quale gravavano varie accuse,
ma che pag con la vita il coinvolgimento nel mancato attentato al
commissario Rossi.
Non era ancora finita. Nei giorni seguenti sarebbe caduto Pietro
Frattini, trentunenne di Legnago, scrivano di un avvocato, che
aveva partecipato alla difesa della Repubblica Romana rimanendo
gravemente ferito negli scontri a Villa Doria Pamphilj; e, ancora due
anni dopo, Pietro Fortunato Calvi. Quest'ultimo, nato a Briana di
Noale trentotto anni prima e gi capitano dell'esercito austriaco, era
estraneo agli ambienti cospiratori mantovani; ma dopo aver preso
parte, distinguendosi per valore, alla difesa della Repubblica Veneta,
fu accusato di aver guidato un tentativo insurrezionale nel Cadore
e, in quanto fucilato a Mantova, venne accomunato agli altri Martiri
di Belfiore. Quanto al Frattini, fu l'unico popolano della congiura
stroncata da Rossi. Dal testo della sua sentenza di condanna, risulta
che il giovane scrivano aveva ricevuto dai congiurati l'incarico di
affittare una casa che doveva servire da stamperia clandestina e da
nascondiglio per i cospiratori. La sua esecuzione ha i contorni della
violazione del diritto, se si pensa che fu portata a termine (il 19 marzo
1853) nonostante l'amnistia entrata in vigore in concomitanza con
l'onomastico dell'imperatore.
Tale era l'odio degli austriaci per questi oppositori interni, che
ne impedirono la sepoltura in luoghi benedetti. Dobbiamo a un
religioso, monsignor Luigi Martini, le ricerche dei loro corpi e la
trasmissione ai posteri dei loro ricordi, raccolti dal Martini nelle
vesti di confessore di quasi tutti i condannati.
Il commissario Filippo Rossi aveva vinto su tutta la linea. Del
comitato mazziniano di Mantova non esisteva pi traccia, n un sostenitore
era rimasto in vita. L'ordine asburgico era stato restaurato,
anche se per pochi anni ancora. E lui si poteva prendere a ragione
gran parte del merito. Glielo riconobbero anche i suoi superiori, che
lo elevarono di grado a commissario superiore dirigente di polizia.
Rossi continu a esercitare fedelmente il suo ruolo prima a Pavia
e poi a Bergamo, dov'era stato via via trasferito. Evidentemente,
altre piazze avevano bisogno del suo contributo per soffocare lo
strisciante patriottismo tricolore. Neppure l'esito avverso - a lui e
alla casa degli Asburgo - della seconda guerra di indipendenza lo
fece ricredere: le incertezze e il cambio di campo del 1848 erano un
ricordo, un ingombrante ma superato inciampo di giovent. Restava
solo un problema, e non di poco conto: la Lombardia, dopo il 1859,
non era pi austriaca, ma era stata annessa al regno sabaudo.
Autentico esule in patria, il commissario della imperialregia gendarmeria
dovette fare le valigie e lasciare per sempre la sua terra,
Milano come la Lombardia. Sugli ultimi anni della sua vita, le notizie
tornano a rarefarsi. Non conosciamo la data e neppure l'anno esatto
della sua dipartita, che dev'essere comunque avvenuta dopo il 1870.
Ma sappiamo che prima di allora prest servizio come consigliere
al commissariato del quartiere Chiadino di Trieste, citt-simbolo,
insieme con Trento, delle terre ancora irredente. E che ricevette un
altro, altissimo riconoscimento: fu nominato cavaliere dell'Ordine
imperiale di Francesco Giuseppe.
Filippo Rossi, insomma, rimase fedele alla causa austriaca fino
all'ultimo. Ma non sopravvisse a lungo al completamento di quel
processo indipendentista e unitario al quale si era opposto per tutta
la vita. Alla sua morte l'Italia, anche a suo dispetto, si era infine
formata, quasi tutti i territori lombardo-veneti che erano appartenuti
all'impero asburgico erano entrati a far parte del nuovo Stato
e Roma ne era gi la capitale. Insomma, la storia aveva fatto il suo
corso irrefrenabile. Spazzandolo via come un sassolino in un fiume
in piena.
 Note.
1. G. Carducci, Cadore, in Rime e ritmi, 1899.
2. R. Giusti (a cura di), Compromessi politici nel Mantovano (1848-1866), Provincia di Mantova,
Mantova 1966, p. 145.
3. Cit. in M. Vignoli (a cura di), Quanta schiera di gagliardi, Comune di Castel Goffredo,
Castel Goffredo 1998, pp. 41,42.
4. C. Cipolla, Belfiore. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a
Mantova del 1852-1853, Angeli, Milano 2006, p. 199.


Capitolo 13.
Fino all'ultimo
Francesco Colombo, 1899-1945.

Italiani contro. Nel nome di opposte strategie politiche e di ideologie
inconciliabili, ma anche di odi, rancori e vendette personali. Nei seicento
giorni di Sal si consumarono insieme l'epilogo del fascismo,
il disastro del conflitto mondiale nel quale Mussolini aveva cacciato
l'Italia e le lotte intestine che laceravano il Paese tra chi guardava
al recente passato (i nazifascisti) e chi al futuro, ma da prospettive
molto diverse (cattolici e comunisti, monarchici e repubblicani,
azionisti e socialisti...). Difficile, quasi impossibile coltivare speranze
per il domani fra i rastrellamenti dei cosiddetti repubblichini,
le rappresaglie delle armate tedesche in ritirata, la guerriglia delle
bande partigiane, i bombardamenti alleati e le drastiche ristrettezze
quotidiane. C'era chi guardava ancora, nonostante tutto, a Hitler, che
aveva ripescato Mussolini per farne il suo fantoccio nell'Alta Italia;
chi a Stalin e al suo proconsole tornato da Mosca, Togliatti. Pedine
che si muovevano su una scacchiera infinitamente pi vasta dei loro
orizzonti, in una prospettiva che si era fatta rapidamente globale, e
alla quale davvero nessuno poteva pi sottrarsi.
In questo quadro di estrema incertezza, la fine del regime che aveva
dominato Milano per pi di vent'anni era ormai prossima, e gli stessi
fascisti ne erano consapevoli. Ma la prospettiva di una imminente
resa dei conti divideva anche loro. Da un lato i moderati cercavano
di salvare il salvabile contrattando la resa con le fazioni moderate
dei combattenti partigiani (cattolici, monarchici e altri), in nome
del realismo politico che avrebbe dovuto coalizzarli contro l'ala
partigiana delle Brigate Garibaldi. Dall'altro, gli estremisti, ovvero
gli ultimi fanatici mussoliniani, si dicevano pronti a combattere fino
all'ultimo e la cupa atmosfera di fine incombente non faceva altro
che esacerbare i loro animi, rendendoli ancora pi spietati e crudeli.
Francesco Colombo, per tutti Franco, era fra questi.
Fascista della prima ora caduto in disgrazia per le proprie miserie,
aveva colto negli eventi seguiti all'8 settembre l'occasione per la
rivincita. Si pose a capo di una personale squadra d'azione, si
autoproclam colonnello e si present come baluardo del governo di
Sal contro i suoi oppositori, nonch giustiziere dei tanti che, nella
difficolt dell'ora suprema, avevano tradito. In nome di propositi
forgiati sugli ideali di onore e fedelt, divenne uno dei pi attivi
persecutori di partigiani, segnando con la violenza e col sangue i
colpi di coda del regime agonizzante.
Franco Colombo  dunque il fascista dell'ultimo fronte, del fronte
della disperazione(1). La sua squadra, che ribattezz in seguito
Legione autonoma mobile Ettore Muti, era una delle tante polizie
private che affiancarono quella ufficiale e le autorit tedesche al di
sopra della Linea Gustav, e poi di quella Gotica. Una relazione del
15 settembre del 1944 compilata dalla Questura di Milano e inviata
al prefetto, censiva ben nove polizie fasciste operanti a Milano.
Quella di Colombo era la pi nutrita e la meglio organizzata.
Per metterla insieme, Colombo aveva assemblato altre squadre
di irriducibili fascisti che aveva raccolto ai suoi ordini, infilandoci
detenuti comuni prelevati dal carcere di San Vittore e dal riformatorio
di Vimodrone. Avanzi di galera, letteralmente, molti dei quali
giovanissimi. E ai quali non doveva essere parso vero poter riguadagnare
la libert anzitempo per indossare una divisa, prestandosi
a qualunque soperchieria.
La legione prendeva nome da Ettore Muti, icona fascista caduto
in circostanze mai chiarite nel corso del suo arresto a Roma a opera
dei carabinieri, nell'agosto del 1943. Il motto della formazione era
siam fatti cos (come dire: rassegnatevi, niente e nessuno ci potr
mai cambiare), che era anche il titolo di un bollettino di stampa
ufficiale. Pass alla storia come la pupilla del Duce, ovvero la preferita
di Mussolini fra le bande - tali erano, al di l delle apparenze,
polizie, legioni, uffici politici e reparti di servizi speciali
che costellavano la fosca galassia militar-poliziesca dell'ultimo
fascismo - divenute il braccio armato dei nazifascisti. Il Duce in
persona ricevette Colombo a Gargnano per complimentarsi con lui
e ricambi la visita recandosi nella sede della Muti a Milano, dove
sal sulla torretta di uno dei mezzi corazzati di cui disponeva la
legione e vi tenne un discorso.
Che cosa faceva, in concreto, la Muti per ingraziarsi in tale misura
Mussolini,  presto detto. Indagava sul conto dei sospettati di antifascismo.
Rastrellava le aree extraurbane in cerca di partigiani. Dava
la caccia a disertori e oppositori veri o presunti. Procedeva ad arresti,
interrogatori ed esecuzioni sommarie. Forniva manovalanza per le
rappresaglie ordinate dalle autorit nazifasciste. Il tutto sfruttando
a fondo i poteri militari e inquisitori che si era attribuita. Quanto ai
metodi adottati dai legionari di Colombo nel perseguire, torchiare e
punire gli oppositori al fascismo, basti dire che mossero a indignazione
le stesse autorit fasciste che se ne servivano. Tutto avveniva
infatti all'insegna della brutalit e della prevaricazione, in nome di un
cieco fanatismo e in barba a ogni seppur minimo anelito di umanit.
Il segretario cittadino del Partito fascista repubblicano,
Aldo Resega, chiese a Colombo almeno di selezionare gli uomini al suo
comando, per escludere i pi violenti. Per tutta risposta, si sent
dire da Colombo che con i suoi balordi egli avrebbe fatto piazza
pulita dai traditori, dai gerarchi vigliacchi, dall'antifascismo(2).
Perfino quell'aguzzino spietato che fu il capitano delle ss Theodor
Svecke, capo della Gestapo a Milano, contestava a Colombo i
metodi eccessivamente sbrigativi dei suoi uomini, ma si guard
bene dall'intervenire, ritenendo non conveniente sollevare uno
scandalo nell'opinione pubblica ai danni della Muti(3).
Come poteva Franco Colombo imporre la propria volont perfino
all'occupante nazista? Di quali protezioni godeva? E chi era, in
definitiva, questo campione di atrocit e vessazioni? Le risposte,
ancora una volta, sono nella sua storia personale.
Descritto come milanesone rude e alla mano, nonch millantatore
incallito(4), ancora giovanissimo Colombo aveva militato
nel sindacalismo rivoluzionario milanese. Ragazzo del '99 (era
nato a Milano il 26 luglio di quell'anno), aveva preso parte alla
Grande Guerra come aviere, con il grado di caporale. Squadrista
della squadra d'azione Randaccio, nell'immediato dopoguerra
si era distinto nella repressione, a suon di botte e bastonate, degli
oppositori al nascente regime che popolavano il suo quartiere, quello
di Porta Ticinese, alla periferia sud del capoluogo.
Il Ticinese del primo dopoguerra era sicuramente un quartiere
rosso, con una rete consolidata di sezioni socialiste e comuniste, di
cooperative, di mutue, ma anche un quartiere con una malavita radicata
e combattiva(5).  proprio qui che, a met degli anni Venti, Colombo
fond un gruppo rionale del Partito nazionale fascista. Il gruppo, che
aveva sede in via De Sanctis 11, venne intitolato a Ludovico
Montegani, un aviatore milanese morto in un incidente aereo nel 1923.
Come presidente del circolo fascista, Colombo si un a un gruppo
di squadristi nel seminare il terrore fra artigiani e commercianti
del quartiere: quanti si dimostravano ostili al regime appena
instauratosi, si ritrovavano il laboratorio o il negozio distrutto. Ma a
Porta Ticinese, diversamente da quanto accadde in altri quartieri di
Milano e in altre citt, la resistenza ai fascisti era dura a cedere,
e si registrarono numerose aggressioni anche ai danni dei fascisti.
Poco alla volta, questi ultimi riuscirono comunque ad avere il
sopravvento, e imposero nel quartiere una sorta di racket: i negozianti
amici potevano contare sul sostegno, anche finanziario, del
Montegani, con i fascisti sempre pronti a fare piazza pulita dei
concorrenti, o devastando i loro negozi o proibendo ai proprietari
degli stabili di rinnovare l'affitto. Con questa pratica, nel giro di
breve tempo Colombo e i suoi uomini si arricchirono considerevolmente,
finendo con l'attirare su di s troppe attenzioni.
Alcuni rapporti della Questura riferirono della vita dispendiosa
condotta da quelli del Montegani, che trascorrevano le loro giornate
al bar, in compagnia di belle donne. Comportamenti ed eccessi intollerabili
agli occhi di Mussolini, che in nome della normalizzazione
borghese del Paese non si fece problemi a sacrificare Colombo e i
suoi, estromettendoli dal partito.
Gi nel 1926 il gruppo rionale presieduto da Colombo sub una
indagine amministrativa. Ipotesi d'accusa: malversazioni finanziarie.
Degli accertamenti contabili fu incaricato un legale, Alessandro
Garavaglia. Quando Colombo convinse l'avvocato a incontrarlo insieme
a uno dei suoi uomini, Giuseppe Carbone, il colloquio degener
quasi subito, anche a causa del fatto che Carbone aveva decisamente
alzato il gomito. A un certo punto, Carbone pens bene di troncare
la discussione mettendo mano alla pistola che aveva con s e spar a
Garavaglia, uccidendolo. Riconosciuti da un testimone, Colombo e
Carbone furono arrestati quasi subito: Colombo il giorno stesso, Carbone
poco tempo dopo in Liguria, dove aveva tentato di nascondersi.
Entrambi finirono rinchiusi a San Vittore con l'accusa di omicidio
volontario. Solo la confessione di Carbone permise a Colombo di
essere prosciolto dall'accusa. Ma quanto avvenuto non deponeva
certo a favore del nuovo regime, e cos anche Colombo fu espulso
dal partito.
Costretto a rinunciare alla militanza politica, Colombo visse
nell'ombra fino alla vigilia della guerra, conducendo modesti commerci
dai quali ricav soltanto una condanna (a sei mesi di reclusione)
per bancarotta fraudolenta, cui se ne aggiunse un'altra per violazione
degli obblighi di assistenza familiare. L'ora della riscossa per
l'ex squadrista caduto in disgrazia arriv dopo la prima dissoluzione
del regime fascista seguita alla notte del Gran Consiglio, quando
fiut nell'aria un vento a lui nuovamente favorevole. Radun allora
attorno a s gli stessi militanti con i quali, vent'anni prima, aveva
imposto la legge del pi forte al Ticinese e li trasform in una
banda di spietati torturatori e assassini, pronti a seguire Mussolini
nella sua disperata avventura finale.
La Squadra d'Azione Ettore Muti nacque ufficialmente il 18
settembre 1943. A fornirle nome, quadri e sede - un cinema abbandonato
in via Rovello, nel centro di Milano, che dopo la guerra
diventer la sede del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler - fu Colombo
in persona, che per l'occasione disegn anche l'uniforme del corpo
(una cupa divisa grigia e un basco nero con un teschio di latta in
mezzo alla fronte) e si promosse colonnello. Ai suoi ordini, contava
tremila fra ufficiali, graduati e arditi. A fornire i soldi necessari per
comprare tutto quello che serviva a quel piccolo esercito (divise,
armi, veicoli, perfino un paio di carri armati) e a pagare i militi ai
suoi ordini, provvide il ministero dell'Interno.
Come Legione autonoma, la Muti non dipendeva direttamente
da alcuna istituzione, autorit o comando. Com' stato osservato
dallo storico Silvio Bertoldi, i battaglioni che la formavano, armati
e obbedienti al loro capo, rappresentavano un corpo franco di cui
nella RSI non esisteva altro corrispettivo all'infuori della Decima
MAS del principe Junio Valerio Borghese(6).
Ben presto, questa polizia entr in conflitto non solo con gli antifascisti,
ma anche con le autorit cittadine. Gi alla fine del 1943, il
direttorio del Partito fascista repubblicano decise di inquadrare tutte
le squadre d'azione nelle file della Guardia nazionale repubblicana
(GNR) dopo averle emendate degli elementi meno controllabili. Fu
soltanto a causa della escalation di attentati messi in atto dai Gruppi
d'azione patriottica (GAP), dei quali cadde vittima fra gli altri lo stesso
segretario del PNF milanese Aldo Resega, se il piano non fu messo
in pratica e Colombo pot cos continuare a spadroneggiare in citt.
Il precipitare degli eventi, del resto, non faceva che dargli ragione
quando sosteneva: Basta con la bont [sic!], con la generosit: qui
ci fanno fuori tutti!(7).
Preso, di fatto, il comando di Milano per conto del governo di Sal,
Colombo provvide a nominare il successore di Resega, scegliendo il
suo fedele consigliere politico Dante Boattini, il quale accanton da
subito ogni progetto di scioglimento della Muti per inquadrarla nella
GNR, come voluto dal suo predecessore e come sarebbe accaduto per
altre polizie improvvisate che agivano sistematicamente attraverso
soprusi e violenze. Ma i contrasti tra la Muti e le pi alte autorit
fasciste continuarono, tant' vero che poche settimane dopo vennero
arrestati alcuni suoi uomini di spicco, tra i quali il vicecomandante
Arrigo Alemagna, che venne rimpiazzato da Ampelio Spadoni, un
ex caposquadra della Milizia.
Gli arresti erano stati ordinati da Benito Mussolini in persona; ed
 quanto meno singolare, visto che la Muti era, per sua stessa ammissione,
la sua pupilla. Ma la contraddizione  solo apparente,
e si spiega con i metodi sempre pi violenti dei legionari, tali da
inasprire sempre pi il conflitto con gli antifascisti e rendere impossibile
qualsiasi conciliazione postbellica. E Mussolini sapeva,
a guerra da tempo compromessa, che correva il rischio di dover
rendere conto, prima o poi, del proprio operato, e di quello dei suoi
sostenitori pi fanatici.
Forte degli appoggi politici dei quali godeva sulla piazza milanese,
Colombo dal canto suo andava avanti per la sua strada, senza sentire
ragioni. A nulla erano valse le rimostranze del nuovo federale di
Milano, Vincenzo Costa, che anzi aveva dovuto incassare perfino
la nomina di Colombo a questore, su decisione del ministro degli
Interni, Guido Buffarmi Guidi.
Con le spalle ben protette in alto loco - fra i suoi estimatori figurava
anche il capo della polizia, Tullio Tamburini -, la Muti poteva
cos non solo mantenere, ma addirittura allargare il proprio raggio
d'azione. Alcuni reparti della Legione furono distaccati a Cuneo e
nel Vercellese, sotto il comando di Spadoni, che sulla base di chiss
quali meriti o competenze aveva ottenuto da Colombo il grado di
tenente colonnello (e in seguito divenne perfino questore, proprio
come lui). In Piemonte i legionari presidiavano i luoghi sensibili
e partecipavano al rastrellamento dei combattenti partigiani nelle
campagne e sulle colline. Franco Colombo in persona prese parte a
una di queste operazioni nel Pavese. Rimedi anche una lieve ferita
nel Cuneese, dov'era caduto insieme ai suoi uomini in una imboscata.
Ma la pagina di sangue pi drammatica - e foriera di nuovi rancori
e future vendette - fu scritta dalla Muti a Milano. Qui, il 10
agosto 1944, lo scoppio di due bombe collocate dai partigiani su un
camion della Wehrmacht fermo in viale Abruzzi provoc la morte
di sei cittadini italiani, fra i quali una donna, e il ferimento di altre
undici persone: fra queste, l'autista del veicolo, unico milite tedesco
coinvolto nell'attentato, che riport solo una lieve ferita al volto.
Immediata scatt la rappresaglia ordinata dalle autorit tedesche,
che si tradusse nella fucilazione di quindici partigiani detenuti a San
Vittore. Le vittime sacrificali furono prelevate dal carcere, portate a
piazzale Loreto e qui messe in fila davanti al plotone di esecuzione,
che era formato da legionari della Muti. I corpi dei partigiani fucilati
furono lasciati per ore sotto gli occhi della folla, come monito contro
altri attacchi all'alleato germanico. Pochi mesi dopo, nello stesso
posto, sarebbe avvenuto lo scempio dei cadaveri di Mussolini e degli
ultimi suoi fedelissimi.
Ma nel clima di odio e di terrore che pervadeva Milano in quei mesi
terribili andarono in scena anche episodi paradossali. La lotta fratricida
che si consumava con la guerra civile non metteva contro solo
partigiani e nazifascisti, ma divideva anche i due fronti al loro interno.
Sono noti, sebbene faticosamente riemersi dopo anni di silenzi e
coperture, gli scontri armati tra le Brigate Garibaldi e le altre formazioni
partigiane(8); ma sono altrettanto certi - e se ne sono gi visti
alcuni esempi - i contrasti sorti nelle file dei repubblichini, laddove
l'operato di alcune bande al servizio delle autorit di Sal superava
ogni limite.  il caso della famigerata banda Koch, che dopo
essere stata costretta a lasciare Roma scelse come sede Milano per
continuare ad arrestare, torturare e uccidere gli oppositori politici
all'ultimo fascismo. Ma cos facendo si attir nemici giurati non
solo fra gli antifascisti ma nei pi alti vertici della Repubblica, che
si risolsero a ordinare l'arresto di tutti i componenti del reparto
speciale agli ordini di Pietro Koch. A eseguire l'ordine, ancora
una volta, furono scelti quelli che probabilmente erano gli unici in
campo a poterlo (e a volerlo) fare: i legionari della Muti. Ai quali - a
quanto risulta - si unirono per l'occasione partigiani delle Brigate
Matteotti al comando di Corrado Bonfantini.
E s che gli uomini di Colombo facevano le stesse cose degli sgherri
di Koch: procedevano ad arresti e detenzioni arbitrarie, praticavano
violenze fisiche e psicologiche sui detenuti nel loro covo in via
Rovello, ma non solo. Fra le loro attivit c'erano sequestri di merci
che rivendevano al mercato nero, assalti ai depositi di carburante,
rastrellamenti di mano d'opera coatta da spedire nelle fabbriche in
Germania, repressione di scioperi degli operai. E quando proprio
non sapevano che cosa fare, i militi della Muti sfilavano per le vie
del centro di Milano, perfettamente inquadrati e spavaldi, cantando
a squarciagola, in una ostentata dimostrazione della loro organizzazione
e fedelt all'ideale fascista.
Le sfilate in pubblico non erano l'unica attivit propagandistica
cui ricorrevano i legionari per ingraziarsi l'opinione pubblica. La
Muti aveva aperto a Milano un magazzino di alimentari, vestiti e
stoffe a disposizione delle famiglie pi povere. Per non parlare della
creazione del battaglione RR (Redenzione e Ricostruzione),
composto in minima parte da volontari e per il resto da persone ostili
al regime, ma non quel tanto che bastava per eliminarli, sbatterli
in galera o deportarli in Germania. Scopo di questo battaglione
davvero singolare era offrire a quelle persone la possibilit di redimersi
dalle loro colpe, lavorando in laboratori a loro riservati o
svolgendo attivit utili in tempo di guerra, quali lo sgombero delle
macerie dopo i bombardamenti e il taglio degli alberi per ricavarne
legna da ardere. Nel marzo del 1945 gli inquadrati nel battaglione
RR avevano superato il migliaio.
L'efficienza della legione nel servire la causa fascista  fuori discussione.
Essa disponeva di un ufficio politico, un ufficio investigativo
e persino di un ufficio stampa. E nel 1944 - si era sullo scorcio finale
dell'anno - gli uomini al comando di Colombo misero a segno un
colpo eccezionale ai danni del movimento partigiano.
Il capo dei servizi investigativi inquadrati nella legione, il sedicente
conte di Toledo (sulla cui reale identit permangono ancora oggi
dei dubbi), venne incaricato di rintracciare un disertore e si imbatt
nell'appartamento di Francesco Brambilla, un anonimo professore
che era nientemeno che il segretario di Ferruccio Parri, il capo della
Resistenza. Da una perquisizione saltarono fuori documenti preziosissimi:
si trattava dell'archivio quasi completo del Comitato di
liberazione nazionale. Elenchi, rapporti e programmi che potevano
compromettere molti oppositori del fascismo e mettere in scacco
l'attivit del CLN. A farne le spese fu, fra gli altri, lo stesso Parri, che
pochi giorni dopo venne catturato in via Vincenzo Monti e portato
all'Albergo Regina, dove aveva sede la polizia delle SS. I militi tedeschi
si complimentarono con i camerati della Muti e brindarono
insieme a loro al successo dell'operazione.
Ma era la classica vittoria di Pirro, perch l'epilogo della guerra
- civile e mondiale - era gi segnato. E un vero e proprio fuoco di
paglia era stato l'entusiastico bagno di folla che aveva accolto Mussolini
nella sua ultima uscita in pubblico, il 12 dicembre del 1944,
al Teatro Lirico. In quell'occasione a fornire la guardia d'onore del
Duce era stata proprio la Muti.
La fine di Franco Colombo si intrecci con quella della sua creatura,
e dello stesso Mussolini. All'approssimarsi del crollo del
regime, il colonnello lo invit a ritirarsi nel ridotto della Valtellina,
dove l'ex Duce aveva vagheggiato un'ultima, strenua resistenza.
Ma Mussolini in cuor suo sperava di consegnarsi in qualche modo
agli Alleati. E nella sua fuga da Milano verso la Svizzera a scortarlo
c'erano, fra gli altri, legionari della Muti con alcuni carri leggeri.
Ancora oggi le ultime, concitate fasi della vita di Colombo sono
oggetto di discussione fra gli storici, che offrono ricostruzioni discordanti.
La pi accreditata vuole che Colombo sia partito a sua
volta da Milano il 26 aprile 1945 in direzione di Como con i resti
della sua legione, circa duecento uomini. Dopo aver concordato
con il CLN di avere via libera, la mattina del 27 la colonna si trov
la strada sbarrata dai partigiani nei pressi di Cernobbio. Prima di
procedere a sciogliere la colonna, Colombo cos parl ai suoi uomini:
Abbiamo tenuto duro fino in fondo. Ci siamo battuti, duramente,
perch nessuno pensasse che la nostra sconfitta fosse dovuta a vilt;
perch l'onore  necessario a un popolo per sopravvivere; perch
l'Italia riprendesse quel posto segnato da millenni di storia. Ma ora
ho il dovere di impedire inutili spargimenti di sangue(9). Parole piene
di orgoglio per il proprio operato, del quale Colombo non si pent
mai. Resta da capire quanto sia stato utile il sangue che aveva
sparso, impunito, per un anno e mezzo, ai danni degli antifascisti...
Colombo si un poi a una delegazione della quale faceva parte, fra
gli altri, l'ex vice segretario del Partito fascista repubblicano Pino
Romualdi, che era diretta a Menaggio per raggiungere Mussolini.
Ancora una volta, nonostante un lasciapassare concordato dai servizi
segreti americani con il CLN, il gruppo venne fermato a un posto di
blocco partigiano, a Cadenabbia. Colombo fu subito riconosciuto
e arrestato, fra urla, insulti e spintoni. Tenuto prigioniero a San
Fedele d'Intelvi, vi fu trattenuto per due giorni. Poi, il 29 (secondo
altre fonti il 28, quindi nello stesso giorno in cui Mussolini venne
fucilato a Giulino di Mezzegra), venne condotto a Lenno per essere
fucilato nello stesso luogo dove, alcuni mesi prima, era caduto un
comandante partigiano: un muretto lungo la via Regina. Davanti ai
partigiani del plotone d'esecuzione, disse soltanto: Femm dum
prest (Facciamo in fretta)(10).
Per la cronaca, gli altri vertici della Muti vennero processati per i
loro crimini dopo la Liberazione, ma se la cavarono con condanne
tanto pesanti quanto virtuali. Nel corso del dibattimento furono
ricostruite le tante violenze ed efferatezze compiute dalla legione.
A carico di Spadoni e dell'altro vicecomandante, Alceste Porcelli,
vennero provati almeno quattro omicidi volontari e descritte minuziosamente
le torture fisiche e psicologiche alle quali avevano
sottoposto i prigionieri. Il primo venne condannato a ventiquattro
anni di reclusione, Porcelli a trent'anni. Ma l'amnistia Togliatti
ridusse le loro pene a periodi detentivi molto pi brevi di quelli
ordinati dai giudici.
 Note.
1. L. Fantini, Gli ultimi fascisti: Franco Colombo e gli arditi della Muti, Selecta, Pavia 2007,
p. 24.
2. V. Costa, L'ultimo federale. Memorie della guerra civile 1943-1945, Il Mulino, Bologna
1997,p.41.
3. L. Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, Da-
tanews, Roma 1997, p. 155.
4. L. Fazzo, Quella sporca guerra al Ticinese tra politica, racket e bastonate, la Repubblica,
22 settembre 2004.
5. Ibidem.
6. S. Bertoldi, Colombo il braccio violento di Sal, Corriere della Sera, 1 settembre 1994.
7. R. Occhi, Siam fatti cos! Storia della Legione Mobile Ettore Muti", Ritter, Milano 2002,
p. 89.
8. Vedi ad es. A. Accorsi - D. Ferro, Fratelli di sangue (Porzs, 7 febbraio 1945), in Iid., Gli
attentati e le stragi che hanno sconvolto l'Italia, Newton Compton, Roma 2013, pp. 79-86.
9. R. Occhi, Siam fatti cos!, cit., p. 163.
10. L. Fazzo, Quella sporca guerra al Ticinese, cit.


Capitolo 14.
Sinfonia di morte
Mario Carit, 1904-1945.

Mi fecero piegare, poi infilarono un manico di scopa tra le braccia
e il costato e cominciarono a picchiarmi sul petto, sui piedi, sui
testicoli. Cosa facevi in piazza San Firenze?. Per ore sempre la
solita domanda e le botte [...]. Alla fine, anche se avessi voluto, non
avrei potuto parlare. Ero gonfio da tutte le parti. Mi portarono in
cella a braccia perch non riuscivo a stare in piedi e a camminare(1).
 il racconto di Bruno Bigazzi, fiorentino, imprigionato e torturato
dai fascisti nell'estate del 1944, quand'era diciottenne.
Bigazzi ha condiviso il suo terribile destino con tanti altri partigiani
e oppositori del regime ormai agonizzante: uomini e donne, vecchi
e giovani, che furono arrestati e sottoposti a tremende violenze fisiche
e psicologiche per estorcere loro chiss quali segreti. Dall'altra
parte, nelle vesti degli aguzzini, c'erano i componenti di una delle
frange paramilitari pi spietate che agivano nell'impunit garantita
loro dalla protezione delle autorit repubblichine e, soprattutto, dei
tedeschi che occupavano il Centro-Nord della Penisola. Si trattava
della cosiddetta banda Carit, che doveva quel nome apparentemente
paradossale al suo capo, Mario Carit: un ex squadrista che
dopo l'8 settembre si era ritagliato la sua fetta di potere facendo leva
sulla ferocia, la sottigliezza e il fanatismo che lo avevano sempre
contraddistinto. Lo storico Silvio Bertoldi riassume cos la vicenda
personale di quest'uomo:
Lombardo [era nato a Milano nel 1904, n.d.a.], figlio di ignoti, cresciuto a
Lodi, passa a Firenze dove si mette in luce nel 1920, intruppandosi con gli
squadristi. Trova un lavoro di piazzista, poi diventa elettricista in un negozio
di radio. Ma viene licenziato perch ruba e allora, forse con i soldi rubati,
apre un negozio per conto suo, che fallisce presto. Si salva trasformando il
retrobottega in una bisca e in un recapito per avventure galanti: pagano per
venirci e Carit incassa. Quando scoppia la guerra, migliora ancora il singolare
sistema di campar la vita senza far nulla. Scopre che basta denunciare alla
federazione i sospetti di antifascismo, quelli che ascoltano Radio Londra.
Diventa agente provocatore e spia(2).
All'anagrafe il suo nome risultava Mario Carit del fu Ges,
evidente nome di trovatello dal momento che combinava quelli di
Maria, di Ges e di una delle virt teologali. Ancora minorenne, si
era distinto come squadrista sparando su un comizio, commettendo
il primo omicidio e ricattando insieme ad altri camerati i negozianti
di Milano affinch pagassero la protezione da guai peggiori.
Reduce della campagna di Grecia, dove ha guidato una compagnia
di Camicie Nere, Carit era noto nei circoli federali e dell'OVRA (l'organizzazione
introdotta dal regime per la vigilanza e la repressione
degli antifascisti) per l'affidabilit e l'impegno che aveva speso
nei compiti pi sordidi che gli era toccato adempiere. Pare che per
denunciare coloro che, in barba ai divieti del regime, ascoltavano
Radio Londra, facesse leva sulle confidenze che gli facevano alcuni
clienti del suo laboratorio di radioriparazioni.
Da un simile elemento non c'era da aspettarsi proprio nulla di
buono. E il soggetto in questione non avrebbe tardato a dimostrare
di quali vigliaccherie fosse capace. Gli serviva solo un'occasione.
Che si concretizz con i gravi fatti dell'estate 1943.
Alla caduta del fascismo, Carit rimase a Firenze, dove alloggiava
in una fastosa dimora in via Giusti che era stata sequestrata a un
ricco israelita. Nel capoluogo toscano, si arruol nella 92esima legione
della MVSN (la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale),
ricostituitasi il 17 settembre del 1943, cinque giorni dopo la liberazione
di Mussolini dal Gran Sasso. Nelle file della legione Mario Carit
aveva il grado di seniore, equivalente a un maggiore dell'esercito;
ma, soprattutto, era a capo dell'Ufficio politico investigativo, che
in seguito prese la denominazione di Reparto di servizi speciali.
Di quali indagini e servizi speciali si occupava quell'ufficio, 
presto detto: contrastare l'antifascismo - particolarmente radicato
a Firenze e dintorni - con tutti i mezzi possibili, anche e soprattutto
quelli pi duri e spregevoli.
A dispetto del nome di banda con il quale pass alle cronache
nel dopoguerra e quindi alla storia, il reparto, oltre che di fatto
completamente autonomo, era una struttura ben organizzata e assai
articolata, con una precisa distribuzione dei compiti fra gli aderenti
e una struttura gerarchica codificata. C'erano un comando e alcune
squadre, addetti agli interrogatori e altri allo spionaggio, e ancora
guardie del corpo e addetti ai servizi pi diversi, dall'amministratore
al cuoco, dal garagista all'autista personale di Carit.
Pi precisamente, la banda Carit era comandata da uno stato
maggiore, del quale faceva parte fra gli altri il famigerato Pietro
Koch, gi a capo della omonima banda distintasi per le torture e gli
omicidi compiuti ai danni degli oppositori del fascismo a Roma,
che in seguito replic a Milano. Nel reparto agli ordini di Carit, un
gruppo si occupava degli interrogatori, un altro di rastrellamenti e
spedizioni punitive; poi c'erano gli informatori, le spie e le guardie
personali del capo; infine, tre squadre: la Perotto (dal nome di uno
dei componenti, Mario Perotto), la Manente (da Emo Manente)
e i cosiddetti Quattro Santi (Natale Cardini, Valerio Menichetti,
Luciano Sestini e Arnolfo Natali).
Tanto per dare un'idea di quanta santit vi fosse fra loro, basti dire
che la prima squadra era detta dagli stessi componenti squadraccia
della labbrata, espressione popolare toscana usata per indicare un
violento colpo sulle labbra dato col dorso della mano aperta, e la
seconda squadraccia degli assassini. Gi perch, al di l delle denominazioni
ufficiali che sembravano quasi farne un corpo regolare
di polizia politica, la banda raccolta da Mario Carit annoverava
efferati criminali e fanatici ex squadristi: nelle sue file confluirono
delinquenti di ogni specie, ladri e rapinatori, assassini e stupratori,
in gran parte toscani, che avevano aderito alla Repubblica Sociale
Italiana solo per beneficiare di un colpo di spugna sui loro reati. In
definitiva, com' stato osservato dallo storico della Resistenza Carlo
Francovich, un mondo complesso e variopinto, che raccoglieva la
schiuma del vizio e della crudelt(3).
Alcuni componenti della banda soffrivano di turbe psichiche, altri
- specie gli addetti alle torture - facevano largo uso di cocaina e di
morfina, oltre che di alcolici. In tutto, circa duecento delinquenti (dai
sessanta iniziali) che per mesi si accanirono con rara efferatezza su
quanti capitarono loro a tiro, ricorrendo a ogni genere di abuso fisico
e psicologico e macchiandosi di ripetute violazioni a ogni norma
di procedura formale e morale, procedendo ad arresti arbitrari e a
esecuzioni sommarie.
Quando giravano per le strade o davano la sveglia ai prigionieri,
gli sgherri della banda cantavano una canzone, una sorta di inno,
che iniziava cos: Eccoci qua, siam tutti qua / siam del reparto
Carit / se qualcuno ci toccher / botte, botte
in quantit(4). Ma non
di sole botte si macchiarono i componenti della banda. Chi cadeva
nelle loro grinfie subiva torture fisiche, come scariche elettriche e
unghie strappate, e psicologiche: ad esempio, gli veniva impedito
di riposare tra un interrogatorio e l'altro, mentre nel corso delle
torture gli aguzzini si abbandonavano a festini a base di droghe e
vino, balli e abbuffate, per irridere e annientare psicologicamente i
prigionieri. Ancora peggiore era il trattamento riservato alle donne,
umiliate, sottomesse, ferite nell'animo prima ancora che nel fisico.
Quanti ebbero la fortuna di sopravvivere alle torture, vennero per
la maggior parte fucilati o deportati nei lager tedeschi.
A tanta violenza e vilt fecero da contrappeso il coraggio e la dedizione
alla causa di molti partigiani che neppure sotto atroci sofferenze
rivelarono quello che sapevano e che poteva compromettere
altri compagni di lotta. Citiamo, fra tutti, il caso del gappista Bruno
Fanciullacci, seviziato con particolare brutalit con pugnalate sferrate
al basso ventre: riuscito a scappare, venne nuovamente arrestato e
mor volando da una finestra al secondo piano, non si sa se nel tentativo
di scappare ancora, o con la volont di porre fine per sempre
alle proprie sofferenze.
Fra gli episodi pi gravi dei quali si macchi la banda, nel luglio
1944 gli uomini di Carit uccisero ben diciassette persone, tutte
civili, nell'arco di una settimana. I delitti consumati alla luce del
sole si accompagnavano a ricatti, prepotenze, minacce ma anche
a operazioni portate a termine in maniera pi sottile.  il caso
delle azioni di spionaggio condotte nelle file partigiane attraverso
l'infiltrazione di spie: operazione nella quale il Carit si mostr
particolarmente abile.
Una delle spie al suo servizio riusc addirittura a farsi accreditare
presso la commissione per l'assistenza ai prigionieri alleati del
Partito d'azione, guidata da Agostino Dauphin e della quale faceva
parte anche una giovanissima Oriana Fallaci: la futura scrittrice e
giornalista era allora appena quattordicenne. Grazie alla posizione
che si era conquistato nella commissione del partito, l'informatore
al soldo di Carit scopr che una delle cellule pi attive nell'opera
di soccorso ai prigionieri alleati era quella di Ferdinando Pretini, il
parrucchiere per signore pi elegante della citt.
Il Pretini - scrive ancora Francovich - serviva tutta l'aristocrazia
di Firenze e la famiglia reale, quando era di passaggio in citt o si
trovava a San Rossore. Nonostante questo, aveva continuato ad
essere un antifascista e un repubblicano(5). Nel novembre del 1943
Pretini venne arrestato insieme con alcuni collaboratori e torturato
selvaggiamente per dieci giorni. La soldataglia di Carit lo massacr
di botte. Gli versarono acqua bollente in gola, gli infilarono un coltello
in un labbro, minacciarono di recidergli un orecchio. Per farlo
crollare e convincerlo a fare i nomi dei suoi compagni, arrivarono
perfino a dirgli che la moglie e la nipote erano state fucilate, e a
simulare la sua stessa fucilazione.
Fra gli strumenti di tortura c'erano un cerchio di ferro, che veniva
stretto intorno alla testa del prigioniero sottoposto a interrogatorio,
e pinze, per strappare le unghie o i lobi delle orecchie. Uno degli
azionisti venne massacrato personalmente da Carit, che per picchiarlo
indoss i guantoni da boxe; a un altro spense una sigaretta
su una ferita che aveva sul volto.
A volte, l'aguzzino si fingeva mosso a compassione per le sue
vittime, traendole in inganno con sadica perversione.
Soffro nel vederti soffrire, dice il Carit all'inizio dell'interrogatorio.
E trova il tono sincero, sembra davvero che faccia il suo mestiere contro
voglia. Oppure entra in una sala di tortura mentre i suoi sono al lavoro: Ma
no, cosa fate,dice, ma gli fate male. Il torturato si volge a guardarlo come
un salvatore, lui si avvicina. Ma  pallido questo ragazzo, su bisogna fargli
coraggio. E gli rovescia sul viso le sue dure mani, e mentre picchia si esalta,
si eccita,  l sopra la vittima, urla: Ammazzarli questi cani, danno la loro
parola come se l'avessero ancora, maledetti, hanno rovinato l'Italia(6).
Teatro di questi orrori divennero via via una villetta requisita a
una famiglia israelita, al civico 22 di via Benedetto Varchi, poi
Villa Malatesta, in via Ugo Foscolo, e infine, dal gennaio del 1944,
l'edificio in via Bolognesi 67, presto ribattezzato dalla vox populi
Villa Triste come altri luoghi usati dai repubblichini e dai nazisti
per le loro violenze. A Milano, in particolare, prese questo nome la
villa in via Paolo Uccello 17-19, vicino a piazzale Lotto, nella quale
spadroneggiava la banda del gi citato Pietro Koch.
Nello stabile fiorentino di via Bolognesi gli sgherri di Carit occupavano
il sotterraneo, che trasformarono in una vera e propria
sala di tortura, mentre dividevano i primi due piani con il servizio
di sicurezza tedesco (SD). Per coprire le urla dei malcapitati che
venivano torturati nel corso degli interrogatori, la banda ricorreva
a uno stratagemma: far suonare un pianoforte da uno dei suoi
componenti pi ambigui, un monaco benedettino, padre Ildefonso
(al secolo Epaminonda Troya), di dichiarate simpatie nazifasciste.
Cos, chi passava da via Bolognesi poteva ascoltare le innocenti
note delle canzonette suonate da padre Ildefonso anzich le grida
disumane che provenivano dai sotterranei. E chiss se, col tempo, i
fiorentini non avessero mangiato la foglia, collegando quei concerti
improvvisati a quanto stava avvenendo davvero in via Bolognesi.
Quando si trattava di martoriare qualche prigioniero, Mario Carit
non si tirava mai indietro. Anzi, si faceva aiutare dalle figlie,
due ragazze che si dimostrarono sue degne discendenti: agivano
con spietatezza, si univano alle torture per poi concedersi a diversi
elementi della banda, dei quali divennero amanti.
Giorgio Bocca descrive quello che definisce il caposcuola dei torturatori
come alto, robusto, crudele(7), mentre Agostino Dauphin,
che ebbe la sventura di cadere prigioniero di Carit, ci ha lasciato
questa descrizione:
Vestiva in borghese, ma a guisa sportiva: camicia alla Robespierre e calzoncini
corti. Sui capelli, nerissimi, spiccava una candida ciocca in mezzo
alla fronte, rivelatrice di anomalie del sistema nervoso; questa fronte era
bassa, il grugno suino. Notai subito la bocca sensuale, carnosa, sul viso floscio
e giallastro, lo sguardo costantemente collerico, i pugni che stringeva
continuamente parlando. Il viso, di una asimmetria sconcertante, gli orecchi
callosi, piccoli, accartocciati, il mento prominente dalle favolose mascelle che
avrebbero fatto fare a Lombroso salti di gioia, e anch'io, per quanto estraneo
agli studi di medicina legale e sebbene distratto da altre meditazioni, non
seppi trattenermi dall'ammirare quello splendido campione di delinquente(8).
Davvero Carit sembrava fare di tutto per farsi odiare. E di conseguenza
temeva per la propria vita: aveva sempre paura di finire
vittima di un agguato partigiano, o della vendetta di un parente o
di un compagno di lotta di qualcuno fra i tanti prigionieri sui quali
aveva infierito. Per questo in pubblico non indossava mai alcuna
divisa, ma preferiva spostarsi in abiti borghesi; anche se viaggiava
sempre sotto scorta, cambiava continuamente percorsi e veicoli: fra
questi, si serv anche di un'autoambulanza.
A causa delle tante efferatezze commesse dai suoi uomini, il Carit
a un certo punto dovette prendere carta e penna per scrivere una lettera
nientemeno che a Benito Mussolini in persona per giustificare
gli atti commessi dal suo reparto. Ben lungi dallo scusarsi o dal
proporsi di rivedere il proprio comportamento, nella missiva il capo
della banda ricord al Duce, quasi rinfacciandoglielo, che senza la
violenza non sarebbe mai riuscito a prendere il potere.
D'altro canto, con i suoi metodi brutali, Carit e i suoi uomini
si dimostravano fedeli alla causa al di l di ogni remora, e tornavano
comodi anche ai tedeschi, che se ne servivano come meglio
credevano, dividendosi i compiti nella persecuzione dei partigiani
e delegando volentieri buona parte del lavoro sporco, come gli
interrogatori dei prigionieri a suon di botte e altre violenze fisiche.
I cronisti dell'epoca, in comune con alcuni storici, arrivano addirittura
a definire il corpo fiorentino come facente parte delle SS
italiane, anche se pass alle effettive dipendenze delle SS solo poco
prima della fine della guerra, nel febbraio del 1945, con il nome di
Reparto speciale italiano.
Una cosa  certa: nel corso dei seicento giorni la banda
neutralizz, in un modo o nell'altro, sia in Toscana che in Veneto, pi
combattenti della Resistenza di qualunque altro reparto nazifascista,
riuscendo anche a sgominare interi gruppi organizzati. Come
quando, fin dai primi giorni della propria attivit,  riuscita a fare
con il primo comando militare istituito dal CTLN [Comitato toscano
di liberazione nazionale, n.d.a.], grazie a una spia che [...] ha potuto
procurare i documenti che hanno consentito l'arresto di tutti i suoi
componenti, pi alcuni collaboratori sorpresi nella stessa casa(9).
Nel luglio 1944, in seguito all'avanzata verso Nord degli Alleati,
la banda lasci Firenze per continuare le sue truci attivit dapprima
a Bergantino, in provincia di Rovigo, e poi a Padova, nel Palazzo
Giusti di via San Francesco. Ma prima di ripiegare a nord del Po,
Carit e i suoi uomini si impossessarono di ingenti ricchezze che
sottrassero alla sede cittadina della Banca d'Italia (ben 55 milioni di
lire) e alla Sinagoga cittadina. Oltre a denaro e preziosi, si portarono
via quadri e mobili di pregio che erano appartenuti a famiglie ebree.
La fine della guerra coincise con l'uscita di scena di Mario Carit.
Un congedo fosco e sanguinoso, perfettamente in linea con la sua
condotta durante l'effimera Repubblica di Sal.
Il reparto da lui guidato si sciolse il 27 aprile 1945. Riparato
insieme alle figlie in Alto Adige, dove forse contava su coperture
e amicizie negli ambienti tedeschi, l'ex maggiore si nascose in un
alberghetto di Castelrotto, sull'Alpe di Siusi: si trattava del maso
Sielber, di propriet della famiglia Plantscher. Con s aveva un
autentico tesoro: denaro e preziosi sottratti alle vittime delle persecuzioni
nazifasciste, e che potevano tornargli enormemente utili
per comprare silenzi e complicit.
Prima cura del delinquente - scrisse un giornale dell'epoca alla notizia della
sua morte -, appena messe al sicuro le sue zanne ancora insanguinate sotto il
tetto di una compiacente seppur effimera ospitalit, fu quella di nascondere
il suo tesoro. Chiam la figlia pi giovane della famiglia, Frida Plantscher e
le affid una busta di cuoio contenente un milione e quattrocentomila lire in
liquidi, duecento monete d'argento di vario conio, due orologi d'oro, quattro
anelli d'oro, di cui uno con brillante di raro valore. Il tutto venne in un primo
tempo nascosto dalla signorina Frida in una mangiatoia della stalla del maso(10).
Ma nel maggio del 1945 gli Alleati lo scoprirono e nella notte tra il
18 e il 19 fecero irruzione nella stanza dove alloggiava insieme alla
sua amante, Emilia Chiani. Vicino al letto Carit teneva una pistola
che fece in tempo a impugnare e a usare: nel corso della sparatoria
con i militari, la donna rimase ferita e un soldato americano perse
la vita (altre fonti(11) riferirono di due soldati uccisi e diedero per
morta l'amante) prima che Carit venisse abbattuto da una raffica
di mitra. Le ricostruzioni sulla dinamica dello scontro a fuoco non
chiarirono mai se l'amante di Carit fosse stata colpita dai soldati
o dallo stesso ex torturatore fascista, forse mosso dall'intento di
liberarsi di una possibile testimone a suo carico; n se Carit fosse
stato davvero ucciso o se, vistosi ormai senza scampo, si fosse tolto
la vita. Mentre  certo che le due figlie uscirono illese, dal momento
che il padre le aveva alloggiate in un altro edificio poco distante.
E il tesoro di Carit? Secondo quanto fu possibile accertare, Frida
Plantscher lo distribu tra alcuni amici, trattenendone una parte per
s. Ma quando lo vennero a sapere i carabinieri, dagli accertamenti
salt fuori una seconda borsa zeppa di banconote da 1000 e da 500
lire che Carit aveva nascosto nel sottotetto del maso: qui per l'umidit
aveva danneggiato le banconote, rendendole inutilizzabili.
Al processo contro i misfatti della banda Carit, celebrato in Corte
d'Assise a Lucca, finirono alla sbarra quasi in duecento fra quanti
erano stati rintracciati e arrestati dopo la guerra. Quattro ex membri
della banda vennero giustiziati a Padova gi nell'inverno del 1945.
A rappresentare in tribunale la parte civile fu il giurista Piero Calamandrei.
Nel giudicare questi vivi - afferm Calamandrei - non
dimenticate questi morti; non dimenticate questa folla di ombre
invisibili ma presenti che si affollano qui in quest'aula ad attendere
il vostro giudizio(12). Ma la sentenza, emessa nel luglio 1951, lasci
l'amaro in bocca a molti che reclamavano pene severe per tutti. Ci
furono,  vero, alcuni condannati all'ergastolo e altri a trent'anni di
reclusione, ma altri si videro affibbiare pene minori e altri ancora
vennero assolti per insufficienza di prove, o con formula piena. Un
ulteriore, drastico ridimensionamento delle pene arriv in seguito
a condoni e amnistie. Giustizia, insomma, fu fatta solo in parte.
Fra i 178 imputati c'era anche una delle figlie di Mario Carit,
Franca, che fu condannata a sedici anni; mentre la sorella dell'ex
maggiore, Isa, usc assolta.
 Note.
1. G. Sgherri, Vi racconto le torture e le violenze dei fascisti, l'Unit, 24 aprile 2003.
2. S. Bertoldi, Sal. Vita e motte della Repubblica Sociale Italiana, Rizzoli, Milano 1976, p. 252.
3. C. Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze 1962, p. 89.
4. G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, Feltrinelli, 
Milano 2012, edizione digitale.
5. Cit. in F. Selvatici, Gli orrori di Villa Triste e la schiuma della crudelt, la Repubblica,
7 agosto 2007.
6. G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, cit.
7. Ibidem.
8. Cit. in A. Cazzullo, Viva l'Italia!, Mondadori, Milano 2010, p. 118.
9. G. Frullini, La liberazione di Firenze, Sperling e Kupfer, Milano 1982, p. 28.
10. Alto Adige, giornale del Comitato di Liberazione, 24 maggio 1945.
11. Ibidem.
12. G. Sgherri, Quando a Firenze la banda Carit uccise uomini e bambini in piazza Tasso,
l'Unit,25 aprile 2004.


Capitolo 15.
Rapine e pallottole fra le macerie
Ezio Barbieri, 1922-, Sandro Bezzi, 1923-1946.

Tanto malvagi, in fondo, non erano. Specialmente se messi a confronto
con i loro successori, che tra gli anni Sessanta e i Settanta
avrebbero macchiato di sangue le strade della metropoli con una
leggerezza e una continuit destinate a scioccare profondamente
l'opinione pubblica. Ma non erano neppure degli stinchi di santo,
come certa letteratura a posteriori dai toni eccessivamente agiografici
tende spesso a idealizzarli.  un fatto che rubavano, rapinavano,
minacciavano; com' altrettanto vero che di rado ricorrevano alla
violenza fisica. Ed  probabilmente quest'ultimo tratto distintivo
che suscita in loro favore simpatie un po' facili.
I loro anni erano quelli miseri e grigi dell'immediato dopoguerra.
Anni di vendette e di dolori, nei quali l'incalcolabile strascico di lutti
e distruzioni lasciato in eredit dal conflitto mondiale si sommava
alle difficolt materiali che segnavano la vita quotidiana pressoch
di tutti. Solo che, a quelle difficolt, non tutti facevano fronte allo
stesso modo. Speranze e illusioni facevano i conti con una realt
ancora scomoda da accettare per alcuni storici: ovvero, che i confini
tra la lotta partigiana, condotta in nome di un ideale, e quelli della
criminalit comune si erano fatti sempre pi labili, fino a confondersi.
E le stesse armi che erano servite a combattere i nazifascisti
tornavano ora utili per perseguire meri fini materiali: reperire di che
mangiare e sfamare i propri familiari, in alcuni casi; rincorrere agi
e modelli di vita altrimenti inarrivabili, in altri.
Insomma, la Milano uscita a pezzi dalla guerra dal punto di vista
materiale, ma anche da quello sociale, politico e morale, era una citt
che sarebbe stata ancora a lungo percorsa da bande armate capaci
di sfuggire a qualsiasi controllo delle rinascenti autorit, e pronte a
mettere a repentaglio la vita, e i beni, di chiunque. Fra queste bande,
una in particolare si distinse per la sua audacia, spinta fino all'incoscienza,
di cui i suoi capi si mostrarono ben forniti.
I giornali dell'epoca la battezzarono la banda dell'Aprilia nera,
dall'auto - una Lancia Aprilia color della notte pi buia - che la banda
usava per le sue scorribande. E un dettaglio che non pass inosservato
era che quell'auto aveva come targa il numero del centralino della
polizia, che allora era il 777: un po' come se oggi girasse un'auto di
banditi targata 112 o 113. Dettagli come questo erano una pacchia per
i cronisti di nera e per i lettori che - in mancanza della televisione, di
l da venire - si abbeveravano ai loro articoli per conoscere le gesta
dei criminali che osavano violare tanto la pace finalmente conquistata,
quanto le armi degli occupanti anglo-americani.
La sua prima impresa clamorosa la banda la mise in atto poco dopo
il 25 aprile, facendo leva sul clima di totale caos e incertezza che
pervadeva Milano come molte altre citt del Nord. L'insurrezione
generale era gi avvenuta, Mussolini aveva fatto la sua fine col contorno
da macelleria messicana di piazzale Loreto, la resa dei conti
finale dopo vent'anni e passa di regime era in pieno svolgimento.
La sera del 30, poco dopo le 20,00, una Lancia si mise di traverso
sulla strada alle spalle della Questura. Un azzardo notevole, ma i
banditi avevano fatto bene i loro conti.
Armi alla mano - uno dei due impugnava una pistola - una coppia
di improvvisati tutori dell'ordine prese a fermare i pochi passanti in
giro a quell'ora, nell'atto di chiedere loro i documenti per un normale
controllo. Ma non era un posto di blocco come gli altri. Quanti ci
si imbatterono si sentirono rivolgere, con cortesia unita a fermezza,
una richiesta decisamente singolare: dovevano consegnare tutto
quello che avevano in tasca, dopodich erano liberi di andarsene. I
pi capitarono nella via a piedi; solo una vittima venne fermata alla
guida di un'auto.
Il prelievo forzoso dur in tutto una decina di minuti: quanto
bast ai banditi per mettere insieme qualche soldo per poi allontanarsi,
prima che qualcuno desse l'allarme. Il colpo fece sensazione.
Per le modalit, innanzitutto. I banditi avevano mostrato notevole
sangue freddo, sfruttando a proprio vantaggio la vicinanza con la
Questura per trarre in inganno i malcapitati passanti; ma anche una
bella dose di fortuna, dal momento che non incrociarono nessuna
pattuglia della polizia (quella vera).
Per i tutori dell'ordine quel colpo fu una beffa colossale, compiuta
impunemente quasi sotto il loro naso. Ma era evidente che un simile
gesto non era alla portata di chiunque, il che restringeva il cerchio
dei sospettati.
In effetti, oltre a fortuna e freddezza serviva una buona dose di faccia
tosta e di esperienza. Tutti ingredienti che a quelli dell'Aprilia
nera non mancavano di certo.
Fra i membri della banda c'erano due nomi, fino allora sconosciuti
ai giornali, che invece erano ben noti agli archivi della polizia. Si
trattava di Ezio Barbieri e di Sandro Bezzi.
Ezio, ventiquattro anni [ nato il 1 novembre 1922, n d a.], milanese di Porta
Garibaldi, capelli impomatati e baffetti alla Clark Gable, figlio del gestore di
una mescita di vino a buon prezzo,  un fascista che ha militato con convinzione
nella Giovent italiana del littorio ma, al momento di partire volontario per la
guerra, ha preferito dedicarsi a un'impresa molto pi remunerativa: la borsa
nera. Sandro, pi giovane di un anno,  invece figlio di un operaio dell'Alfa
Romeo e di politica non si  mai interessato(1).
La vera passione di Bezzi era il pugilato, che aveva anche praticato
ma senza successo. Aveva una moglie, Carmen, una giovane e attraente
cantante di periferia che aveva sposato anche se la famiglia
di lei non voleva saperne. E pur di tornare da lei, Sandro non esit
a disertare dalla Marina, dove si era arruolato nel 1942 contro la
volont del padre, che sognava studiasse per diventare meccanico.
Arrestato, dopo l'8 settembre era stato prelevato in carcere dai tedeschi
e spedito in un campo di lavoro in Germania.
Insomma, la guerra che per Barbieri aveva rappresentato una opportunit
da sfruttare (con i traffici sottobanco di beni ricercatissimi
quali benzina, sigarette e pneumatici), per Bezzi era stata solo un
incubo. Anche perch, quando dopo la fine del conflitto aveva potuto
fare ritorno a casa per riabbracciare la moglie, lei non c'era pi: lo
aveva lasciato per un altro. Ma anche a Barbieri, che in giovent
aveva fatto diversi mestieri, dal tipografo al barbiere al fattorino,
abbandonati uno dopo l'altro nel volgere di breve tempo, non tutto
era filato liscio durante la guerra.
Uno screzio con un milite delle Brigate nere, suo complice nei
traffici illegali, era finito a pistolettate. Il milite era morto, Barbieri
ancora una volta se l'era cavata. E aveva potuto cos continuare a
sottrarre derrate alimentari dai depositi, che - pare - a volte distribuiva
alla gente comune, per permetterle di sfamarsi.
Il destino li fece incontrare in una balera di Porta Magenta, una
sera di agosto del 1945. A quel tempo Barbieri - che aveva sempre
mantenuto ben salde le sue radici nel quartiere dell'isola, cuore della
ligra (la storica malavita milanese), dov'era nato in via Borsieri -
aveva gi raccolto intorno a s un discreto numero di criminali fra
pregiudicati, disertori ed ex militanti della Repubblica di Sal come
delle brigate partigiane. A conferma che, in nome di grossi interessi
materiali, non esiste steccato ideologico che tenga. Rubavano auto,
svaligiavano magazzini e depositi, assaltavano banche e negozi
a ripetizione. Decine di colpi, rapidi e perfetti nella loro esecuzione,
portati a termine servendosi di veicoli rubati a loro volta, e senza
mai farsi beccare dalla polizia o dai soldati alleati che giravano assai
pi numerosi per le strade.
I membri della banda non erano gli unici a beneficiare dei lauti
bottini che ne derivavano. Dopo ogni colpo, si ritrovavano in un bar
e prendevano ciascuno la propria parte, dividendo poi il resto fra la
gente pi bisognosa del quartiere. Un modo efficace di guadagnare
popolarit, ma anche di garantirsi coperture e silenzi.
Bezzi, dal canto suo, praticava la stessa attivit criminale, ma su
scala decisamente pi ridotta. L'ingresso in un gruppo di fuorilegge
ampio, organizzato e particolarmente spregiudicato coronava il suo
sogno di entrare a far parte di un giro che gli permettesse di lavorare
in grande. Fu quello che la banda fece per mesi, prima che i due
venissero beccati, insieme, dalla polizia: erano in un appartamento
in via Clefi 1, a Porta Magenta, dov'erano andati a vivere insieme
alle loro donne. Una comune di sesso, soldi, delinquenza e piaceri,
come le serate trascorse nei night, a bere e ballare, sperperando i
frutti del loro lavoro.
Le strade di Milano non furono mai tanto insicure come nel periodo in cui
impervers la banda Barbieri-Bezzi. Le rapine erano continue, anche in pieno
giorno, anche in centro. L'Aprilia nera arrivava, scendevano due o tre uomini,
uno restava al volante. In pochi minuti poteva essere svuotata la cassa di un
negozio, di una banca, poteva essere strappata la borsa di un portavalori, poteva
essere rapinato un passante che si riteneva avesse con s somme di danaro
rilevanti. Poi, tutti in macchina e l'Aprilia in pochi istanti spariva alla vista(2).
Fra i tanti colpi messi a segno dalla banda, ve ne fu uno ai danni di
una banca nel quale i banditi ricorsero a un espediente decisamente
originale per distrarre guardie e cassieri: farsi precedere all'interno
della banca da una ragazza completamente nuda, che come previsto
cattur l'attenzione di tutti, permettendo ai rapinatori di svuotare le
casse senza farsi notare e di sfuggire indisturbati.
L'idillio fin bruscamente la notte in cui gli agenti si presentarono
alla porta. Era il 2 novembre del 1945. A fare la soffiata, pare, era
stato tale Giacomo Regonini, sedicente nobile col vizio della
cocaina, ladro ed ex fascista, finito in manette poche ore prima in un bar di corso 22 Marzo.
Per nulla intenzionati a consegnarsi ai poliziotti come due agnellini,
Bezzi e Barbieri misero mano all'arsenale che avevano con
s. Imbracciarono i mitra e spararono, uccidendo due agenti. Poi
tirarono alcune bombe a mano per coprirsi la fuga, lanciandosi da
una finestra e tentando di scappare sui tetti. Ma vennero circondati
e ammanettati.
Il loro soggiorno a San Vittore non dur pi di due mesi. Del resto,
non era facile tenere dentro a lungo due tipi come loro. Nella notte
tra il 4 e il 5 gennaio 1946, i due dell'Aprilia nera evasero, insieme
ad altri cinque detenuti. Ma da quel momento non fecero pi coppia:
la loro amicizia si era irrimediabilmente compromessa. A Bezzi
non piacevano le spacconate di Barbieri, al quale il primo attribuiva
anche la colpa di averli fatti cadere nelle mani della polizia. Per di
pi, Barbieri aveva scaricato su Bezzi tutte le colpe dell'inferno
scatenato al momento del blitz degli agenti in via Clefi. E nel corso
della fuga da San Vittore, Bezzi gliela fece pagare, non aiutandolo
quando Barbieri si trov in difficolt.
Tornati uccel di bosco, i loro destini presero strade opposte. Quella
di Barbieri era fatta di altri colpi, arresti e fughe; mentre Bezzi trov
la morte di l a breve.
Un mese dopo l'evasione, Barbieri fu nuovamente arrestato, a
Novara. Che avesse un debole per le donne era risaputo, e difatti
venne ammanettato e portato in Questura, a Milano, in compagnia di
una ragazza, di nome Fulvia. Ma non appena arrivato negli uffici di
via Fatebenefratelli, riusc a svignarsela dalla finestra di un bagno.
In mano agli agenti restava la sua ultima compagna, che divenne
l'esca gettata dalla polizia per riacciuffare il bandito. Solo che questo
fu pi svelto, o pi accorto, e non abbocc all'amo. O meglio,
una notte riusc a portarsi via Fulvia dal suo appartamento in via
Cibrario, vicino a viale Monza, nonostante fosse sorvegliato dagli
agenti. Altri dettagli da gettare in pasto al pubblico per corroborare
la leggenda del bandito spietato e romantico.
Anche Bezzi and a trovare la sua bella, che abitava in via Morandi
13, proprio dietro via Cibrario. Ma non si dimostr accorto come
l'ex compagno, n altrettanto fortunato.
Nell'appartamento della sua ragazza, Bezzi coordinava il lavoro
della nuova banda che aveva messo insieme a Milano. Sfortuna volle
che nello stesso palazzo abitasse la fidanzata di un giovane tenente
della Mobile. Allarmato dai movimenti sospetti all'ultimo piano,
l'agente fece mettere sotto controllo lo stabile. Pare che gli fosse
addirittura capitato di sentire discorsi compromettenti fatti da alcuni
membri della banda al telefono, il cui apparecchio funzionava in
duplex con quello della fidanzata, alcuni piani pi sotto. Ma forse
si tratta di una leggenda metropolitana, accreditata dalla polizia
per coprire un informatore o per sviare l'attenzione dei cronisti da
qualche altro elemento risultato decisivo nelle indagini.
Fatto sta che, una mattina di febbraio, Sandro Bezzi si fece beccare
mentre usciva dall'appartamento insieme ad Aramis Cordara, un
altro membro della banda di Barbieri. Ad attenderli c'erano decine
di poliziotti, appostati ovunque. Alla vista degli agenti, Cordara mise
mano al mitra che teneva sotto l'impermeabile, mentre Bezzi tent
di scappare a piedi. Cordara venne abbattuto dai poliziotti prima di
far fuoco, Bezzi cerc di aprirsi una via di fuga tirando una bomba
a mano, che esplose vicino a una passante, ferendola gravemente,
quindi sottrasse la bicicletta di un bambino che portava a spasso il
cane. Ma dopo aver infilato il sottopassaggio della ferrovia incapp
nelle raffiche di mitra sparate dagli agenti che lo aspettavano sopra
di lui, sul ponte. Quando Bezzi non era gi pi di questo mondo, la
bici prosegu la sua corsa ancora per alcuni metri.
La latitanza di Barbieri dur poche ore di pi. Quella stessa sera
la polizia, determinata a riscattarsi dalle tante brutte figure che quei
due le avevano procurato, fece irruzione in una trattoria a Pero, dove
Barbieri stava cenando. Anche stavolta il bandito - che aveva scelto
come nascondiglio una cascina di Rho - tent la fuga, ma venne
raggiunto a un braccio da una mitragliata. Fine della corsa anche
per lui, ma in carcere, anzich al cimitero come Bezzi.
Si disse che la concomitanza dei due blitz non fosse stata casuale.
Forse Barbieri era stato tradito da un complice di Bezzi, che lo
credeva colpevole della tentata cattura e quindi della fine del suo
capo. Ma non esistono conferme in proposito. Quel che  certo 
che il mito della banda dell'Aprilia nera era gi tramontato. Anche
se le imprese criminali di Barbieri non finirono l.
Nel carcere di San Vittore erano stipati tremila detenuti fra ex
fascisti, partigiani e delinquenti comuni. Una santabarbara pronta
a esplodere alla prima scintilla. La rivolta, puntuale, scoppi la domenica
di Pasqua del 1946, che cadeva il 21 aprile. Approfittando
dei turni di sorveglianza ridotti per le festivit, i carcerati saltarono
addosso alle guardie e si impossessarono delle loro armi. Solo la
pronta reazione di un agente di custodia, Salvatore Rap, imped loro
di fuggire in massa. Rap pag la dedizione al dovere con la vita, ma
il suo intervento a colpi di mitragliatrice fu decisivo per sbarrare la
via d'uscita dal carcere, in attesa di rinforzi.
Quando questi arrivarono, la situazione era drammatica. I detenuti
tenevano in ostaggio decine di agenti, ma vennero circondati
da centinaia di poliziotti, carabinieri e soldati: c'erano fanti e bersaglieri,
guastatori e paracadutisti. Sulle mura del carcere furono
puntati mortai e cannoni, mentre le autorit avviavano una faticosa
trattativa con i rivoltosi.
Ezio Barbieri divenne il portavoce dei compagni di prigionia. Chiese
la mediazione del cardinale Ildefonso Schuster e present le richieste
dei rivoltosi, a cominciare da quella pi ovvia ma anche meno accettabile:
un bel colpo di spugna sui crimini commessi e la libert per
tutti. Una condizione irricevibile per gli assedianti. Non and in porto
neppure il tentativo di coinvolgere nelle trattative la curia milanese.
Tre giorni dopo l'inizio della sommossa, alla vigilia del primo anniversario
della Liberazione, arriv l'ultimatum delle autorit: resa
incondizionata entro mezz'ora, a partire dalle tre del pomeriggio.
Circondati, stremati e con davanti a s la prospettiva di una inutile
carneficina, i rivoltosi si arresero. Dietro di loro lasciarono una lunga
scia di sangue - ben cinque morti e duecento feriti, nella pi grave
rivolta nella storia del carcere - che and ad aggravare le condanne
a loro carico. Altro che libert immediata.
A farne le spese fu anche Barbieri, che si vide condannare a trentanni
di reclusione. Praticamente, una vita. Invano l'ormai ex bandito reclam
di non essere stato n fra i promotori, n fra i capi della rivolta,
ma di essere stato scelto suo malgrado a rappresentare i detenuti nel
corso delle trattative. Non fu creduto neppure quando sostenne di aver
fatto di tutto per dissuadere i rivoltosi dall'abbandonarsi a violenze.
Caso raro nella storia del diritto italiano - specie di quella pi recente
-, Barbieri scont quasi interamente la sua pena. Riguadagn
la libert soltanto nel 1971, dopo aver trascorso venticinque anni
dietro le sbarre dei penitenziari di mezza Italia, e pure in qualche
ospedale psichiatrico giudiziario. Certamente i suoi tanti precedenti
come rapinatore avevano avuto il loro peso sia nella severit della
condanna, che doveva servire anche da monito per quanti intendessero
emularlo, sia nella sua esecuzione quasi per intero.
Mi sono chiesto anch'io tante volte perch sono diventato bandito - dichiar
dopo essere appena uscito di prigione - e ho pensato che l'unica ragione 
stata la Milano di ventisei anni fa. Sono diventato un bandito perch vedevo
tutte le mattine mia madre alzarsi alle quattro e fare la coda per ore per avere
mezzo chilo di pane. A volte si arrivava ai saccheggi dei negozi scoprendo
che le scorte alimentari erano esaurite. Milano era distrutta dalla guerra, interi
quartieri erano rasi al suolo. C'era una met della citt che viveva sull'altra
met, una prendeva all'altra e l'altra subiva(3).
L'uomo che alfine usc dal carcere non aveva pi nulla di quello
che vi era entrato, a cominciare dal carattere. Sparita ogni traccia di
esibizionismo, Barbieri avrebbe trascorso la sua seconda vita all'insegna
della riservatezza. Dietro le sbarre, nel 1968, aveva sposato
la sua ultima fiamma, Maria, una ragazza di Piacenza che gli aveva
scritto in carcere.
Nello stesso anno in cui sald il suo conto con la giustizia, Barbieri
lasci per sempre Milano, trasferendosi in Sicilia, nel Messinese.
Qui, ormai cinquantenne, si rassegn a condurre una vita onesta,
seguendo le orme paterne: apr infatti una bottiglieria a Barcellona
Pozzo di Gotto, dove risiede tuttora.
Dei due, il pi malvagio appare Bezzi. Come dimostra la sua
drammatica uscita di scena, con quella sequenza di atti violenti,
fino all'ultima corsa in bicicletta, con la polizia che gli  addosso,
corsa proseguita perfino dopo che l'uomo in sella era ormai morto,
crivellato dai colpi sparati dagli agenti. Una sequenza degna dell'epilogo
di un film neorealista. E difatti la sua vicenda ispir il film
di Alberto Lattuada Il bandito, con Amedeo Nazzari nei panni del
protagonista a fianco di Anna Magnani.
Bezzi, insomma, era davvero un duro, non era mai sceso a compromessi
con nessuno e non si sarebbe mai arreso, neppure se si fosse
visto senza alcuna via d'uscita. Come fece, per l'appunto. Barbieri,
per contro, che pure si era anche lui macchiato le mani di sangue, si
atteggiava a bandito gentiluomo, e in parte lo era. Non poteva fare
a meno delle armi, considerata la sua, chiamiamola cos, attivit; ma
preferiva usarle il meno possibile, cercando sempre una soluzione
alternativa. Una condotta che gli ha conquistato la simpatia di larga
parte dell'opinione pubblica e della stampa del tempo, e che gli ha
permesso di tagliare il traguardo delle novanta primavere, raccontando
a pi riprese le sue gesta della giovent.
Ma Barbieri aveva altre caratteristiche capaci di calamitare l'attenzione.
A cominciare dal suo aspetto, sempre ben curato col suo
pizzetto alla moschettiera, e dai modi spavaldi che ostentava anche
e soprattutto davanti ai flash dei fotografi: questi facevano a gara
per ritrarlo nei suoi gessati impeccabili quando compariva dietro le
sbarre dei gabbiotti nelle aule di tribunale. Anche quando entrava
in azione, Ezio Barbieri agiva sempre a volto scoperto. Ed era uno
che pensava in grande, sempre pi in grande, fino a correre enormi
rischi. Insomma, in lui la megalomania si accompagnava all'audacia
e all'esibizionismo, fino a quando la fortuna gli volt le spalle.
Se da Bezzi aveva tratto fonte di ispirazione il cinema, Barbieri -
oggi ultranovantenne -  divenuto col tempo protagonista di diversi
libri. Una sua fotografia campeggiava sulla copertina del saggio di
Franco Di Bella Italia nera, pubblicato nel lontano 1960; pi di
recente, Alberto Bevilacqua lo ha posto al centro del suo romanzo
La Pasqua rossa del 2003, che racconta la rivolta nel carcere di San
Vittore del 1946, mentre la sua intera vicenda personale  ripercorsa
nella biografia Il bandito dell'isola, uscita nel 2013.
 Note.
1. P. M. Fasanotti - V. Gandus, Mambo italiano. Tre lustri di fatti e misfatti 1945-1960, Tropea,
Milano 2000, p. 28.
2. P. Deotto, Una star del banditismo nella Milano del dopoguerra, www.storiain.net.
3. E. Boccianti - S. Ramacci, Italia giallo e nera, Newton Compton, Roma 2013, edizione
elettronica.


Capitolo 16.
Bandito a Milano
Renato Vallanzasca, 1950-.

Pluriomicida, autore di decine di rapine (lui stesso se n' attribuito
dalle cinquanta alle settanta), di sequestri di persona, assalti
sanguinosi, brutali regolamenti di conti, rocambolesche fughe ed
evasioni. Un curriculum criminale senza eguali, che gli  costato
quattro ergastoli e ducentosessanta anni di carcere. E poi le tante
donne, i piaceri ostentati, le minacce e le spacconate.
Se c' un bandito che pi di ogni altro nel nostro Paese  diventato
sinonimo di delinquenza,  Renato Vallanzasca(1). Negli anni Settanta
il suo nome ha fatto tremare tutta l'Italia. Seppure giovanissimo -
l'arresto che pose fine alla sua carriera criminale avvenne quando
aveva ventisette anni - ha riempito a lungo le pagine dei giornali,
che si sono prestati volentieri a fare da sponda ora alle dichiarazioni,
ora alle guasconate, ora alle confessioni autentiche o inventate di un
personaggio che indiscutibilmente ama far parlare di s.
Assecondando il proprio narcisismo Vallanzasca, che  uno dei detenuti
italiani di pi lungo corso, fa notizia anche dietro le sbarre.
Pubblica libri-intervista, rilascia dichiarazioni, scrive lettere aperte
ai giornali. Qualsiasi cosa, purch non cali il silenzio sulla sua figura
di ex re della Comasina e soprattutto sul suo desiderio di tornare
libero, oggi che ha superato la sessantina e ha trascorso dietro le sbarre
pi della met della sua vita. Per dire la sua, ogni pretesto  buono:
dalla disponibilit a commentare il film tratto dalla sua biografia,
alla volont di rispondere alle tante lettere che riceve in carcere, dal
desiderio di intraprendere una nuova attivit lavorativa che non lo
faccia ricordare solo come bandito, fino alle continue richieste di
permessi e della grazia.
Vallanzasca  fra i pochi sopravvissuti di un'epoca nella quale il
sangue scorreva a fiumi non solo nelle strade ma anche nelle carceri,
con rivolte e vendette consumate dietro le sbarre. Inevitabilmente
tagliato fuori dall'odierna malavita, come dall'intero mondo libero,
l'ex bandito  un pezzo di storia vivente della criminalit italiana,
sul quale pesano un'infinit di delitti e atrocit, da lui compiuti in
prima persona, oppure ordinati al nutrito gruppo di gregari dei quali
si circond in un arco di tempo assai ristretto.
C' chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare
Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro(2). In questa sua
celebre dichiarazione c' molto del personaggio-Vallanzasca. C'
l'ammissione che le cose, per lui, non sarebbero potute andare
diversamente da come sono andate; ma non  un alibi, o un modo
per alleggerirsi la coscienza: in quel sono nato ladro, semmai,
c' una sorta di orgoglio di essere delinquente. In effetti, ladro
Vallanzasca sembra esserlo sempre stato.
Nato in via Porpora, in zona Lambrate, nel 1950, figlio di una
merciaia e di un altro piccolo commerciante, Renato - come il
fratello Roberto, di quattro anni pi giovane e per lungo tempo suo
inseparabile compagno - alla nascita non viene riconosciuto dal
padre, sposato con un'altra donna, e prende cos il cognome della
madre. Trasferito da una zia (in realt, la prima moglie del padre)
al Giambellino, ancora adolescente  gi a capo di un gruppo di giovinastri
dediti a furti in case e negozi. Renato ruba per il piacere di
farlo: di molta di quella roba non ha bisogno, il resto se lo potrebbe
tranquillamente comperare.  l'inizio di una folgorante ascesa nelle
file del crimine, che riveler via via tutte le sfaccettature di questo
criminale. A cominciare da Vallanzasca il rapinatore.
Il bel Ren, come certa stampa prende a chiamarlo, comincia a
fare dentro e fuori il carcere minorile Beccaria e, precoce qual , entra
presto nel giro dei malavitosi della Comasina, quartiere alla periferia
nord della metropoli al quale, pur non essendovi nato n cresciuto, il
suo nome si legher indissolubilmente. I continui guai con la giustizia
non lo fermano, al contrario sembrano spronarlo a spingersi sempre
pi in l. Come per le rapine nei supermercati, che culminano in una
sparatoria con la polizia all'Esselunga di via Monterosa.
Fra i poliziotti della Mobile milanese che si occupano di rapine
ce n' uno che far molta strada: Achille Serra, futuro questore e
prefetto. Il bulletto della Comasina lo sfida a prenderlo, mettendo
in palio il proprio orologio, un Rolex d'oro. Una sorta di taglia al
contrario, offerta dal bandito al poliziotto. Serra riesce a incastrarlo con le tracce dei sacchetti che contenevano le ricevute e i soldi
dell'ultimo colpo, sacchetti che Vallanzasca ha gettato nella spazzatura
di casa e che la polizia ricompone con pazienza certosina,
per usarli come prova.
Per quella rapina Vallanzasca si becca una condanna pesantissima:
dieci anni. Mentre  in galera, nasce quello che rester il suo unico
figlio, Massimiliano, avuto da una donna che il bandito chiama Consuelo
e che  solo la prima di una lunga serie di conquiste femminili.
Oggi quel figlio ha quarantanni. Lo vedevo crescere in fotografia,
dietro le sbarre - ha ricordato -. Oggi non lo conosco. Lui non mi
vuol parlare.  uno dei grandi rimorsi della mia vita(3).
In seguito Vallanzasca rapiner ancora, seminando il terrore dal
nord al sud della Penisola. Gli verranno attribuiti anche molti colpi
non suoi. Ma in qualcuno di quelli che mette a segno davvero, ci
scapper il morto.
Quando riguadagna la libert - in anticipo sui tempi della condanna,
come vedremo tra poco -, il bandito raccoglie intorno a s una batteria
della quale diventa il leader indiscusso e carismatico. A farne
parte, oltre al fratello minore, ci sono l'amico fraterno Vito Pesce,
la compagna di questi, Angelina, il temerario Mario Cariuccio, l'ex
paracadutista Rossano Cochis, l'autista Antonio Colia e ancora, di
volta in volta, Claudio Gatti, Vincenzo Andraous, Antonio Furiato,
Antonino Faro, Mauro Addis... Molti di loro sono tossicodipendenti.
La banda dispone di un vero e proprio arsenale, con pistole, mitra,
fucili e bombe. Alcune di queste armi se le procura rubandole
agli stessi tutori della legge. I membri della banda circondano una
Volante in una via deserta della citt durante il turno notturno e puntano
le armi in faccia agli agenti, costringendoli a mollare le pistole
d'ordinanza. In qualche caso si prendono anche l'auto e le divise.
Alle tante rapine in banche e uffici postali si aggiungono i regolamenti
di conti con i rivali. Su tutti, il gruppo criminale messo in
piedi da Francesco Francis Turatello, detto faccia d'angelo,
che nella metropoli lombarda controlla le bische clandestine e il
mercato della prostituzione.
Vallanzasca l'evasore. Dopo la prima condanna, Vallanzasca in
galera non resta a lungo, mettendo a segno la prima di una serie di
evasioni leggendarie; anche se, per la verit, furono molte di pi
quelle tentate di quelle riuscite.
La prima volta prova a scappare la notte di Capodanno, nella maniera
pi classica: annoda le lenzuola e si cala dalla finestra della sua
cella a San Vittore, dopo aver segato le sbarre. Ma i cani abbaiano e
le guardie gli piombano addosso. Gli va male anche un paio d'anni
dopo, a Campobasso. Allora cambia strategia. Si procura una epatite
che lo porta dritto all'ospedale, dove convince l'agente che lo
sorveglia a lasciarlo fuggire dietro la promessa di 3 milioni di lire,
che non pagher mai.
Ben diverso - e pi cruento -  il tentativo di evadere da San
Vittore nel 1980, quando il carcere milanese  una polveriera zeppa di
detenuti comuni e politici, molti dei quali pericolosi. Con tre pistole
procurate da Vallanzasca dopo aver corrotto un secondino, sedici
detenuti del raggio di massima sicurezza prendono un ostaggio fra
il personale carcerario e arrivano fino all'uscita del carcere, dove
scoppia una sparatoria con le forze dell'ordine. Rimangono feriti in
molti: fra questi anche Vallanzasca, che viene ripreso pochi metri
fuori dal carcere e spedito nel penitenziario di massima sicurezza
di Novara.
Ma Vallanzasca non ha pensato solo a evadere in prima persona.
In alcuni casi non ha esitato ad assaltare le carceri per far fuggire
alcuni complici. Come a Lodi, dove riesce nell'intento di far evadere
Antonio Colia.
Ci prover ancora, a scappare: a Spoleto, a Nuoro (ancora in una notte
di Capodanno) e sul traghetto che lo porta da Genova in Sardegna,
destinazione il supercarcere nuorese di Badu 'e Carros. Gli riesce,
in maniera clamorosa e senza ferire nessuno, proprio sul traghetto.
La scorta, giovane e inesperta, non conosce la sua vera identit, gli
toglie le manette e lo chiude nella cabina sbagliata, che ha un obl.
Il bandito non si fa sfuggire l'occasione: prima che il traghetto salpi,
 gi sceso a terra, dileguandosi tra la folla.
 estate, e il bandito pi famoso d'Italia decide di prendersi una
vacanza, come tanti. Trascorre alcune settimane al mare, alloggiando
tranquillamente in una pensione di Grado, in Friuli-Venezia Giulia.
E quando viene fermato da una pattuglia dei carabinieri, capisce che
la sua vacanza  finita. Nonostante sia armato, si arrende senza colpo
ferire. Mi fermai - ha raccontato -. E chiesi al carabiniere quanti
anni avesse. Venti, rispose. Cos gli dissi: Hai fatto tredici. Sono
Renato Vallanzasca. E la mia lunga fuga fin l(4).
Vallanzasca l'assassino. Ben altro comportamento aveva avuto in
una circostanza identica all'inizio della sua escalation criminale, pi
di dieci anni prima. Dopo la prima fuga dal carcere, il bandito si 
fatto duro e spietato. E pronto a uccidere chiunque. E ben presto miete
la sua prima vittima: l'appuntato della Stradale Bruno Lucchesi,
freddato con un colpo di pistola sparato a bruciapelo a un posto di
blocco a Montecatini, in Toscana. Lucchesi lascia orfani due figli.
Una sera del 1976, in un bar di via Teano, nel cuore della Comasina,
una raffica di colpi stende un membro della sua banda, Mario
Magalini. Pare che avesse commesso uno sgarro: dopo una rapina, non
avrebbe diviso il bottino come doveva. Ma Vallanzasca ha sempre
sostenuto di non aver avuto niente a che fare con quel regolamento
di conti.
Poche settimane dopo, sotto i colpi della banda cade un passante,
il medico Umberto Premoli, 45 anni, ucciso senza esitazione per
impossessarsi della sua auto e scampare a un agguato teso dagli
uomini di una banda rivale, forse quella di Turatello.
Durante una rapina in banca ad Andria, nel Barese, perde la vita
un impiegato, Emanuele De Ceglie. Quattro giorni dopo, la banda
della Comasina  di nuovo a Milano, in piazza Vetra, per un sopralluogo
nei pressi dell'esattoria civica.  stato il luogo mitico della
mia infanzia - dir Vallanzasca -. La maestra ci port a vedere i
luoghi simbolo di Milano: il Duomo, la Scala, Brera. A me rimase
impressa l'esattoria di piazza Vetra, con quella montagna di soldi.
Ci pensavo da quando avevo dieci anni(5). Ma qualcuno li nota, si
insospettisce e chiama la polizia. Ne nasce una sparatoria furibonda
nei giardini della piazza, piena di bimbi in tenera et a passeggio
con i nonni. Per coprirsi la fuga, Vallanzasca non esita a strappare
un bimbo di tre anni dalle braccia del nonno e a farsene scudo finch
non  salito in auto.
A rimetterci la vita sono il braccio destro di Vallanzasca, Mario
Cariuccio, ventinovenne, originario di Lecce, e un agente di polizia,
il brigadiere Giovanni Ripani. Nato in provincia di Ascoli Piceno
ventisette anni prima, Ripani aveva preso servizio alle Volanti da
poche settimane; in procinto di sposarsi, aveva rimandato la data
delle nozze dopo la morte della madre.
In seguito, alcuni componenti della banda freddano a Paderno
Dugnano un vigile urbano, Paolo Ruggeri. Ma questo episodio, per
quanto grave, viene oscurato da quanto accaduto un mese dopo, il
6 febbraio del 1977, quando Vallanzasca viene intercettato da una
pattuglia della Stradale sull'autostrada Milano-Bergamo, all'altezza
di Dalmine. Il capo della banda  in auto con due complici per fare
un sopralluogo nei pressi dell'abitazione di Carlo Pesenti, il re
del cemento, potenziale bersaglio di un sequestro. Alla vista degli
agenti, i tre banditi aprono il fuoco, uccidendo Luigi D'Andrea,
trentunenne di San Nicola la Strada (Caserta), sposato e padre di due
bambine, e Renato Barbolini, di ventisette anni, nato a San Michele
all'Adige (Trento) e in procinto di sposarsi. Nella sparatoria muore
anche uno dei malviventi, Antonio Furiato, mentre Vallanzasca viene
colpito a una gamba.
L'ultimo omicidio commesso da Vallanzasca  anche il pi efferato.
Vittima, un suo ex complice, Massimo Loi, poco pi che ventenne.
Immigrato dalla Sardegna, Loi si  sposato e sta per diventare
padre. Come malvivente, ha fatto un errore dietro l'altro. Errori
imperdonabili, nell'etica criminale. Durante una rapina a Como, ha
chiamato Vallanzasca con il suo nome di battesimo. Si  fatto dare
un'auto di lusso da un concessionario sfruttando ancora il nome del
capo, ripetendo il gesto con una partita di droga acquistata dai clan
calabresi. Ma, soprattutto, ha fatto da autista a due malviventi che
hanno picchiato i genitori di Vallanzasca e devastato il loro appartamento
per farsi consegnare 100 milioni di lire. E quando  caduto
nelle mani della polizia, il giovane non ha perso tempo a vuotare il
sacco, facendo tutti i nomi dei complici.
Per punire il suo tradimento, la banda organizza una spietata esecuzione.
Mentre  in carcere a Pavia in attesa del processo, a Loi
viene recapitata in cella una pistola dentro una scatola da scarpe.
L'arma viene subito intercettata e questo gli costa il trasferimento a
Novara, proprio dove ci sono Vallanzasca e molti dei suoi gregari. Al
termine dell'ora d'aria, un gruppo di detenuti aggredisce gli agenti,
prendendone alcuni in ostaggio; ma il vero bersaglio  il povero
Loi, che viene massacrato a coltellate e decapitato. Nel corso della
stessa rivolta viene ucciso un altro detenuto, lo jugoslavo Bozidar
Vulicevic, di trent'anni.
Anni dopo Vallanzasca, che aveva sempre negato di aver preso
parte alla barbara esecuzione di Loi, ha fatto dietrofront, attribuendosene
la paternit.
Vallanzasca lo sbruffone. Durante i periodi di latitanza, il bandito
si  concesso pi volte alla stampa, facendosi beffe della polizia che
lo ricercava ovunque. Una volta ha telefonato a Radio Popolare,
in un'altra si  presentato di persona alla redazione del Corriere
d'informazione. Non sono una vittima della societ - ribadisce
in quell'occasione -. Sono nato ladro, fin da piccolo rubavo i soldatini
[...]. Addosso ho una pistola e una bomba a mano nella tasca
del cappotto. E un ananas, ha trenta metri di raggio.  una cosa che
ho in serbo per chi dice che il Vallanzasca  un bastardo boia che
ammazza la gente, per il quale  valida solo la legge della pistola(6).
Come ha dimostrato, il bandito pi ricercato d'Italia non si ferma
davanti a nulla. Una notte di dicembre va perfino in casa del suo
nemico giurato, Turatello, rapinando una delle sue bische clandestine
gremita di giocatori. L'affronto scatena una guerra senza quartiere
tra le due bande, che si affrontano a revolverate in bar e discoteche,
in ristoranti e cinema.
Ma quando i capi delle due bande rivali verranno entrambi catturati
e si ritroveranno nello stesso carcere, a Rebibbia, tra loro scoppier
la pace. Di pi: Vallanzasca e Turatello diventano amicissimi. Renato
gli chiede addirittura di fargli da testimone al matrimonio con la
giovanissima Giuliana Brasa. Le nozze vengono celebrate in carcere
tra abiti eleganti, caviale, una torta a sei piani e l'immancabile champagne.
Ma sono in carcere o in vacanza?, si chiedono in molti.
Anni dopo, il bandito si risposa, stavolta non in carcere n sotto i
flash delle macchine fotografiche, ma in segreto e in una sala comunale,
alla presenza di una nutrita scorta di poliziotti. La sua nuova
moglie  Antonella D'Agostino, sua amica d'infanzia.
Vallanzasca il rapitore. Per un breve periodo la banda di Vallanzasca
si  dedicata anche a un'attivit assai diffusa e redditizia in quegli
anni: i sequestri di persona a scopo di estorsione. Per metterli a segno
andando a colpo sicuro, Vallanzasca si traveste da ufficiale della
guardia di finanza e avvicina un anziano impiegato dell'Intendenza
di Finanza. Devo stanare evasori del fisco, si giustifica. In realt,
accede a notizie riservate che gli tornano utili per individuare le
prede pi appetitose.
Il primo'ostaggio  una giovane studentessa, Emanuela Trapani,
figlia minorenne di un imprenditore napoletano definito il re dei
cosmetici. Per il suo rilascio, la famiglia paga un miliardo di lire.
In seguito si parler con insistenza di un presunto corteggiamento
a ostriche e champagne di Vallanzasca nei confronti della ragazza.
Il bandito organizza poi un altro rapimento, quello dell'imprenditore
del legno varesino Rino Balconi, per il cui rilascio non risulta essere
stato pagato alcun riscatto. Ma proprio un tentativo di sequestro
porter indirettamente alla cattura di Vallanzasca.
Succede in seguito alla gi citata sparatoria di Dalmine. Seppure
gravemente ferito, il bandito riesce a fuggire e ripara a Roma. Ma
qui non ha le coperture sulle quali pu contare a Milano; inoltre la
sua presenza scotta e infastidisce molti della malavita locale. 
una soffiata a tradirlo, indicando ai carabinieri il suo nascondiglio.
Privi del capo, finiscono in manette anche molti dei suoi gregari.
Vallanzasca l'ergastolano. Anche dietro le sbarre, dove ha trascorso
quarantanni della sua vita, il bel Ren sembra abbia potuto fare
molto di quello che voleva. Gi si  visto come ha tentato pi volte
la fuga, come ha messo in atto senza incontrare ostacoli i propri
propositi di vendetta, come abbia potuto perfino sposarsi. Ma c'
dell'altro.
In cella il superbandito dai capelli ricci e gli occhi di ghiaccio riceve
centinaia di lettere, soprattutto da insospettabili ammiratrici.
Molte gli mandano fotografie erotiche, altre si dicono pronte a fare
qualunque follia pur di incontrarlo. Le follie le far lui, che passer
con una di loro la prima notte in libert dopo l'ennesima evasione.
Refrattario a ogni disciplina, risponde male ai secondini, si fa
beffe delle regole, non fa quello che gli viene chiesto. E ogni tanto
qualcuno si vendica. Non ho mai riconosciuto l'autorit - ammette
-. E ho preso tante di quelle botte...(7).
Vallanzasca, oggi. Tagliato il traguardo dei sessant'anni e visibilmente
invecchiato, negli ultimi anni l'ex re della mala milanese ha
cercato in ogni modo di mostrarsi cambiato e innocuo, pur senza
pentirsi di nulla n chiedere scusa o perdono a nessuno dei parenti
delle tante vittime seminate sul suo cammino di criminale. Ha ora
dichiarato di voler farsi dimenticare, ora di voler essere s ricordato,
ma non solo per le sue gesta di delinquente.
Non mi pento di nulla - ha affermato in una intervista televisiva
-. Ci sono vittime per le quali posso sentire una colpa pesante. Altre
invece che fanno parte del gioco. Un poliziotto che ha l'indennit
di rischio, sa di andare incontro alla possibilit di incontrare un Vallanzasca. Fa parte del gioco(8). Nonostante non abbia mai smesso
l'atteggiamento da duro, ha presentato a pi riprese la domanda
di grazia al Capo dello Stato, che gli  stata negata sia da Ciampi
che da Napolitano.
Il suo percorso di reinserimento nella societ prosegue da anni,
incontrando intoppi di ogni genere. Non hanno giovato certe sue
dichiarazioni, le interviste a cuore aperto dalle quali sono stati
ricavati interi libri, il film di Michele Placido con Kim Rossi Stuart
(che ha bruciato sul tempo quello in progetto di Marco Risi,
con protagonista designato Riccardo Scamarcio) e le immancabili
polemiche che hanno accompagnato la pellicola fin dalla sua
presentazione al festival del cinema di Venezia. Non mi pare dia
il senso esatto di quello che sono - ha detto lui del film Questo
non sono io(9).
Pur senza ottenere la semilibert, n tanto meno la libert condizionale,
alla fine, anche a lui, perfino a uno come lui,  stata concessa
la possibilit di lasciare il carcere. Gi nel 2005 ha ottenuto il primo
di una serie di permessi, per incontrare la madre malata (poi morta
sei anni dopo). E durante un'uscita insieme con altri detenuti, ha
incontrato gli studenti di una scuola superiore di Bisuschio, nel
Varesotto, nell'ambito di un progetto di reinserimento dei carcerati
nella societ e di educazione alla legalit.
Dal 2010, Renato Vallanzasca ha poi ottenuto il permesso di uscire
dalla casa circondariale di Bollate per trascorrere le giornate a lavorare
all'esterno. All'inizio in una cooperativa, la Ecolab, che lavora
il pellame per produrre borsette, portachiavi e astucci, in seguito in
una ditta di personal computer, dove ha potuto mettere in pratica le
proprie competenze di grafico informatico.
Durante uno dei permessi, l'ex bandito si  fatto fregare la bicicletta
che gli era stata regalata per andare al lavoro: l'aveva lasciata
incustodita sotto casa della moglie. Ma, quel che  peggio, non ha
rispettato i severi dettami sugli incontri che pu, e soprattutto che non
pu fare fuori dal carcere. Sorvegliato e fotografato a colloquio con
pregiudicati, si  visto sospendere il permesso per il lavoro esterno.
Pare che abbia pesato sulla sospensione anche una sua scappatella
con una donna.
Passati alcuni mesi,  tornato di nuovo libero per lavorare prima
in una ditta di Nerviano e poi in un negozio di abbigliamento
a Sarnico, sul lago d'Iseo, dove per  stato licenziato in seguito al
clamore suscitato dalla sua presenza nella localit di villeggiatura.
L'ex bandito... bandito dalla societ. Per la cronaca, la boutique di
Sarnico  andata distrutta, un anno dopo, da un incendio doloso.
Ad accoglierlo ha provveduto quindi una comunit di recupero per
ex tossicodipendenti a Calolziocorte, nel Lecchese, dove l'ergastolano
ha prestato la sua opera di volontario. L'ultimo suo impiego
risulta quello in una ricevitoria del Lotto in pieno centro a Milano,
in via Santa Maria Segreta.
In definitiva, il Vallanzasca di oggi  il ritratto vivente di una
persona fuori dal suo tempo, sopravvissuto a mille pericoli ma che
fatica a vivere la quotidianit in un mondo che farebbe volentieri a
meno di lui. Anche se non sembra pi in grado di nuocere a nessuno.
[Con la delinquenza] ho detto basta anni fa - continua a ripetere -,
chi mi conosce bene sa che sono cambiato(10). Eppure i sindacati di
polizia penitenziaria non smettono di denunciare la sua sfrontatezza
e arroganza(11); e a suo carico risultano continui rapporti disciplinari,
causati dal suo comportamento irriverente.
Fuori dall'ambiente carcerario, lui si sforza di rinnegare le scelte
disgraziate che hanno segnato tutta la sua vita da uomo libero. Non
c' nessuna Damasco sul mio cammino - osserva - ma la semplice
constatazione di un fallimento. Di scelte errate. Non rifarei la vita
che ho fatto [...]. Nessuno meglio di me sa dissacrare i miti. A partire
dal mio. Che mito  quello di uno che ha trascorso due terzi della
propria vita in galera?(12). Parole che, per una volta, ci sentiamo di
sottoscrivere.
 Note.
1. Riprendiamo qui parte del capitolo Nato ladro. La Banda Vallanzasca, in A. Accorsi. Bande
criminali, Newton Compton, Roma 2009, pp. 214-28.
2. C. Bonini - R. Vallanzasca, Il fiore del male, Tropea, Milano 2010, p. 47.
3. A. Cazzullo, Wtw rivede quei delitti e scoppia in lacrime: Sonopentito, davvero, Corriere
della Sera, 21 gennaio 2011.
4. Ibidem.
5. Ibidem.
6. Ho una bomba in tasca, son pronto a tutto, Corriere d'informazione, 29 novembre 1976.
7. A. Cazzullo, Ren rivede quei delitti e scoppia in lacrime, cit.
8. Novecento-Giorno dopo giorno, Raitre, 13 novembre 2000.
9. Vallanzasca: Nelfilm non sono io, Corriere della Sera, 15 gennaio 2011.
10. G. Guastella, Vallanzasca resta dentro per un piccolo debito, Corriere della Sera, 24
giugno 2010.
11. M. Foc[arete], Gli agenti Vallanzasca arrogante,Corriere della Sera, 14 luglio 2010.
12. M. Imarisio, Bel Ren, ultimo delitto di un uomo stanco, Corriere della Sera, 29 agosto 2010.


Capitolo 17.
Giochiamo alla guerra?
Marco Barbone, 1958-.

Giocare alla guerra. Meglio, alla rivoluzione. Mettere la firma
su un atto eclatante, dimostrare il coraggio di farlo e rivendicarlo. E
farsi cos accreditare, da chi quella guerra la sta facendo da tempo, le
Brigate Rosse, come una formazione combattente all'altezza degli
ambiziosi obbiettivi che si era posta.
A tutto questo mirava Marco Barbone, rampollo dell'alta borghesia
milanese, quando, giovanissimo, si improvvis terrorista, fond
un proprio gruppo eversivo e si attrezz per colpire il bersaglio
prescelto. Barbone si dimostr capace di portare fino in fondo i
programmi che si era dato, e uccise un inerme giornalista, Walter
Tobagi, finito da tempo nel mirino dei terroristi per i suoi articoli sul
Corriere della Sera nei quali metteva a nudo i limiti e i fallimenti
della strategia brigatista.
Va anche detto che, presto individuato e arrestato, Barbone rinneg
subito quello che aveva fatto, scegliendo di entrare nella schiera dei
primi pentiti che la legge sollecitava a collaborare con la giustizia
in cambio di sostanziosi sconti di pena. In questo modo, usufru della
libert condizionata, scontando solo in parte una pena gi di per s
irrisoria, se commisurata sia alla gravit degli atti commessi, sia
alle condanne cui andarono incontro suoi semplici fiancheggiatori,
ma irriducibili.
La tempestivit di quel pentimento suscit critiche e perplessit
all'epoca, e ne suscita ancora oggi, a pi di trent'anni di distanza da
quei fatti. Come suscita pi di un dubbio la sincerit che lo aveva
dettato. Critiche e dubbi sono stati ripresi ancora in tempi recenti
dalla figlia della vittima, Benedetta Tobagi, che non ha mancato di
sottolineare quanto di artificioso e di ostentato ha accompagnato il
percorso di redenzione di Barbone.
Sta di fatto che Marco Barbone, se in giovent  stato un malvagio
per i progetti eversivi e omicidi da lui escogitati e messi in atto, di
certo oggi non lo  pi. La sua  una vita normalissima e condotta
lontano dai riflettori, improntata al lavoro e alla dedizione alla
famiglia. Una inversione di rotta rispetto alle premesse giovanili,
sulla quale pare abbia influito non poco la sua conversione al cattolicesimo,
o meglio la riscoperta di quella fede, inizialmente tradita.
Per compiere l'attentato mortale che doveva iscriverlo fra i samurai
invincibili della lotta armata (come li chiam ironicamente
proprio Walter Tobagi in un celebre articolo, per affermare che tali
non erano affatto), il giovane apprendista guerrigliero si era trovato
la strada spianata. Un po' perch la vittima designata era tanto inoffensiva
quanto abitudinaria, e un po' perch di essa Barbone conosceva
molte cose, attraverso comuni conoscenze e frequentazioni.
Nato a Milano nel 1958, Marco era il classico ragazzo di buona
famiglia. Suo padre era un dirigente della casa editrice Sansoni, di
propriet del gruppo rcs, lo stesso editore del Corriere della Sera
nel quale Tobagi lavorava dal 1972 come inviato speciale. Di editoria
e di giornalisti, insomma, in famiglia doveva sentire parlare
spesso. Ma, soprattutto, Barbone era fidanzato con una ragazza,
Caterina Rosenzweig, figlia di amici del giornalista. Non solo:
Caterina seguiva all'universit i corsi dello stesso Tobagi, che era
assistente di Storia moderna. Insomma, anche se Barbone spieg
di aver scelto di uccidere lui e non altri in quanto figura di spicco
all'interno della corporazione giornalistica(1), avvicinare e colpire
Tobagi doveva risultare per lui estremamente pi facile e sicuro che
mirare a chiunque altro.
Il processo di politicizzazione del giovane Barbone coincise
con gli anni nei quali frequent il liceo classico Giovanni Berchet.
Era la prima met degli anni Settanta, nelle fabbriche e nelle scuole
imperversava quel vasto e confuso movimento di contestazione che
aveva poi invaso le piazze di mezza Italia e da una costola del quale
sarebbe scaturita la deriva terroristica, in una miriade di sigle, di
movimenti e relativi bollettini a stampa. Anche al Berchet soffiava
quel vento destabilizzante che mischiava le legittime aspirazioni a
un rinnovamento della societ italiana e delle sue regole pi datate a
intenti sovversivi ispirati alla letteratura marxista e al Libretto rosso
di Mao. Fra gli altri, se ne fece interprete proprio Marco Barbone,
che fu uno dei fondatori del collettivo politico del liceo, politicamente
contiguo ad Autonomia Operaia.
Dopo essersi iscritto alla facolt di Lettere dell'Universit Statale,
accompagn lo studio a lavori saltuari, come fotografo per conto di
alcune agenzie pubblicitarie. La rinnovata ondata di contestazioni
coincisa con il 1977 lo avvicin all'eversione, fino a convincerlo
a fondare un proprio gruppo. Il nome - Brigata 28 marzo - traeva
evidente ispirazione dal modello pi ambito, ovvero le BR, e dalla
data del sanguinoso blitz dei carabinieri avvenuto nel 1980 nel covo
brigatista di via Fracchia a Genova nel quale avevano perso la vita
quattro terroristi, compresa la proprietaria dell'appartamento dove si
nascondevano, e un ufficiale dei carabinieri era rimasto gravemente
ferito. Per una coincidenza del destino, fra i giornalisti inviati a
Genova dopo quel blitz ci fu proprio Walter Tobagi.
Intorno a s Barbone raccolse altri giovani come lui: arrabbiati,
insospettabili e di elevata estrazione sociale. Giovani che leggevano
i testi delle Brigate Rosse pubblicati dalla rivista Controinformazione
nei bar pi eleganti del centro di Milano: una rappresentazione
perfetta delle loro contraddizioni. Contraddizioni che avrebbero
dato vita a una miscela esplosiva: un gruppo di emuli dei terroristi,
che coniugavano l'ambizione giovanile a cambiare il mondo con il
ricorso sistematico alla violenza e a una buona dose di esibizionismo,
e che facevano parte proprio dell'lite di quel mondo.
Prima di fare il grande passo, ovvero compiere un omicidio
politico di suo pugno, Barbone si era limitato a quella che si pu
definire l'ordinaria amministrazione per un appartenente all'area
dell'eversione, ovvero la partecipazione a cortei non autorizzati,
qualche esproprio proletario (leggasi rapina) e l'apologia di reato,
cio la legittimazione di atti illegali: n pi n meno di quello che
andavano facendo gli altri appartenenti al gruppo terroristico.
La sua prima denuncia, il leader della Brigata 28 marzo se l'era
presa per una sciocchezza: ancora minorenne, aveva partecipato a un
lancio di sassi dalle finestre del suo liceo contro la chiesa dall'altra
parte della strada. Di ben altri gesti si rese protagonista la Brigata
da lui fondata e guidata nella tarda primavera di quello stesso anno,
il 1980, nel quale aveva preso forma e nome.
Il 7 maggio alcuni membri del gruppo, fra i quali lo stesso Barbone,
gambizzarono - secondo una prassi terroristica allora in voga - un
giornalista di la Repubblica, Guido Passalacqua, colpevole ai
loro occhi di aver preso le difese dello Stato dopo il sequestro Moro,
pur essendo schierato a sinistra.
Anche nel caso di Passalacqua, i brigatisti della 28 marzo conoscevano
bene la vittima designata. Uno di loro, Paolo Morandini
(figlio del noto critico cinematografico), lo aveva incontrato nel
salotto di famiglia e la fidanzata di Barbone aveva collaborato con
lui. I giovani aspiranti guerriglieri lo colpirono nel suo appartamento,
dopo essersi fatti aprire la porta fingendosi poliziotti.
Ma assai peggior sorte tocc aTobagi, che fu ucciso la mattina del 28
maggio a pochi passi da casa, per mano di Marco Barbone in persona.
La sera prima, ospite di un convegno sulla libert di informazione
al Circolo della Stampa di Milano, Tobagi - che era presidente del
sindacato lombardo dei giornalisti - aveva profeticamente osservato:
C' un imbarbarimento della societ italiana che tocca tutti [...].
Tutte le volte noi ripetiamo gli stessi appelli, poi le cose vanno avanti
come prima: vediamo a chi toccher la prossima volta(2).
L'inviato del Corriere aveva trentatr anni e abitava in via Solari
con la moglie, Stella, e i due figli, Luca, di sette anni, e Benedetta,
che allora aveva appena tre anni. L'indomani mattina, come ogni
giorno, il giornalista usc a piedi dalla sua abitazione per raggiungere
l'autorimessa l vicino dove teneva la sua auto. Arrivato all'altezza
di una trattoria in via Salaino, fu sorpreso da due killer appostati
dietro la siepe che cingeva i tavoli all'aperto del locale. I sicari gli
spararono quattro colpi di pistola prima di esplodere l'ultimo colpo,
alla testa, quando Tobagi era gi a terra, privo di vita. Per non
lasciare tracce, i killer avevano avuto l'accortezza di avvolgere le
pistole in sacchetti di plastica, cos da non lasciar cadere i bossoli
sul marciapiede. Il commando omicida era completato da altri due
complici: uno aveva fatto da palo, mentre l'altro era al volante
dell'auto sulla quale i quattro si allontanarono.
Poco dopo, mentre in via Salaino accorrevano le auto della polizia
e un'ambulanza, la moglie di Tobagi usc di casa a sua volta con la
figlia pi piccola e vide il capannello di persone che si era formato
sul luogo dell'agguato. Presentendo il peggio, Stella si avvicin fino
a vedere con i suoi occhi quello che era accaduto.
L'anno prima, in piazza Durante, dentro una valigetta erano stati
trovati alcuni documenti firmati Reparti comunisti d'attacco e
una lista comprendente i nomi di magistrati, avvocati e giornalisti:
fra questi ultimi, c'era anche il nome di Tobagi. Un paio d'ore dopo
l'agguato, un militante della Brigata 28 marzo telefon a la Repubblica
per rivendicarlo a nome del gruppo: Abbiamo giustiziato il
terrorista di Stato Walter Tobagi - disse Continua la campagna
contro la stampa di regime(3).
Subito si mosse la macchina delle indagini, che avevano come base
di partenza la descrizione dello sparatore fatta da alcuni testimoni:
alto poco pi di un metro e settanta, molto giovane, con una berretta
blu da sciatore calata sulla fronte.
L'assassino e i suoi complici, nel frattempo, proseguivano la vita
di sempre, come se niente fosse accaduto. All'arrivo dell'estate,
alcuni di loro se ne andarono persino in vacanza dopo un'ultima
rapina, compiuta per pagarsela.
Ma su di loro il cerchio degli investigatori si strinse di l a breve. Il
killer di Tobagi fu individuato in Marco Barbone, lasciando interdetti
molti osservatori per la sua giovane et - era appena ventiduenne - e
per la famiglia di provenienza che, tra l'altro, Barbone non aveva
mai lasciato, senza darsi alla clandestinit come fecero molti appartenenti
alla lotta armata. L'altro killer era stato Mario Marano,
di ventisette anni, milanese. A fare da palo aveva provveduto
Francesco Giordano, detto il Cina, mentre l'incarico di guidare
l'auto per la fuga era toccato a Daniele Laus.
La decisione di eliminare Tobagi, compiacendo cos molti ambienti
dell'estrema sinistra, fu presa proprio a casa di quest'ultimo, studente
di architettura a Firenze, al quale il padre aveva comprato un
appartamento a due passi dalla casa di famiglia a Milano.
Subito dopo essere stato arrestato, Marco Barbone fece marcia
indietro sui suoi propositi rivoluzionari. La cattura risale al 25
settembre del 1980: il giovane stava svolgendo il servizio militare
di leva, lo andarono a prendere a casa della fidanzata durante un
permesso. Dietro di s aveva lasciato un sacco di tracce, comprese
le immagini delle telecamere che lo ripresero in azione nell'ultima
banca che aveva rapinato. Il pentimento arriv nove giorni dopo,
il 4 ottobre.
Barbone rinneg la lotta armata e decise di collaborare con gli inquirenti.
Fece nominanti nomi, pi di quanti se ne potessero aspettare i
magistrati che dovevano interrogarlo. E, soprattutto, molti inattesi.
Il suo contributo alle indagini fu certamente importante perch
nel volgere di breve tempo l'intera Brigata venne smantellata, con
l'arresto di tutti i suoi componenti. Ma la portata dell'operazione fu
molto pi vasta: dietro le sbarre finirono pi di cento estremisti di
sinistra, con i quali Barbone era entrato in contatto nel corso della
sua fulminea carriera di terrorista.
Tutti gli imputati del delitto Tobagi furono giudicati nell'ambito
del maxi processo all'eversione milanese (gli imputati erano 152).
In quell'occasione venne applicata la legge sui pentiti di recente promulgazione,
che garantiva consistenti sconti di pena agli ex terroristi
che avessero collaborato alle indagini, facendo i nomi dei loro compagni
coinvolti nelle azioni pi cruente. Uno scambio di favori dal
quale entrambi i contraenti - lo Stato e i terroristi - trassero benefici.
La legge trov rigorosa applicazione nel computo delle condanne
per i responsabili della morte del giornalista, condanne che risultarono
perfettamente proporzionate al grado di pentimento dei singoli
imputati. Marco Barbone e Paolo Morandini, in quanto pentiti,
vennero condannati, come richiesto dal pm Armando Spataro, solo
a otto anni e sei mesi. Nel caso di Barbone, una pena irrisoria per
l'esecutore di un omicidio premeditato. Quanto alle altre accuse a
suo carico - le tante rapine alle banche, i furti di automobili, gli atti
di vandalismo, le intimidazioni -, la giustizia italiana prefer passarvi
sopra. Non basta: sia lui che Morandini vennero subito scarcerati in
virt del beneficio della libert condizionata. La sentenza arriv nel
1983, dunque i due giovani trascorsero in detenzione appena tre anni.
Ben altre condanne ricevettero gli altri membri del commando
omicida che aveva agito in via Salaino, e che si erano rifiutati di
collaborare con gli inquirenti. L'altro sicario, Marano, si becc
venti anni e sei mesi, Laus ventisette anni e otto mesi, Giordano
addirittura trent'anni e otto mesi. Quanto a Caterina Rosenzweig,
fu assolta per insufficienza di prove. E s che aveva perfino perso il
suo passaporto sul luogo di un attentato.
La lettura della sentenza a opera del presidente della seconda
Corte d'Assise di Milano fu accolta dal pubblico con un fragoroso
applauso carico di sarcasmo e da urla quali piet. A tutti fu subito
chiaro il nuovo refrain della lotta al terrorismo: perfino gli assassini,
se pentiti, cio se rinnegavano quanto fatto e vuotavano il sacco,
uscivano subito di galera, mentre gli irriducibili rischiavano pi
di trent'anni di carcere anche per aver fatto solamente da palo
durante l'esecuzione degli attentati.
Ma oltre al doppiopesismo giudiziario, che sollev una ridda di
polemiche, il processo lasci spazio a molti dubbi circa il fatto che
i terroristi in erba si fossero serviti di informatori nell'ambiente di
lavoro di Tobagi, ovvero all'interno del Corriere. Al direttore
del giornale, Franco Di Bella, non sfugg come dietro il volantino
con il quale fu rivendicato l'omicidio del suo inviato emergesse la
presenza di un cervello professionale informatissimo per raffinatezza
di linguaggio e per conoscenza di problemi editoriali(4).
Interrogato in proposito in una udienza del processo, il superpentito
Barbone sostenne che a ispirare le argomentazioni contenute
nel volantino erano state soltanto riviste specializzate, facilmente
reperibili in commercio. Ma questa spiegazione non ha mai convinto
del tutto, specialmente se si considerano le sue conoscenze dirette
dell'ambiente dei giornalisti.
Come non  stato chiarito il ruolo effettivo ricoperto nell'omicidio
dalla fidanzata di Barbone, uscita indenne dal processo con una
formula che nel frattempo  stata cancellata dal codice di procedura
penale. Inevase rimasero, ancora, le richieste delle parti civili di
approfondire da un lato le circostanze precise degli avvenimenti e
dall'altro i motivi del pentimento del principale imputato.
Ultima beffa, il risarcimento per i familiari della vittima. La vedova
Tobagi ricevette 100 milioni di lire dallo Stato, oltre ai proventi
dell'assicurazione sulla vita che il Corriere della Sera aveva fatto
stipulare al giornalista due mesi prima dell'omicidio. Mentre non
ricevette nulla da Barbone, al quale pure era stata chiesta una cifra
simbolica, dal momento che il giovane risultava nullatenente. L'assassino
di Walter Tobagi si rifiut di pagare anche quella perch,
disse, non voleva danneggiare i suoi figli.
Tornato in libert dopo aver cos saldato il proprio conto con la
giustizia, Marco Barbone si  rifatto una vita, sia pubblica che
privata. Come accennato, ha riabbracciato la fede cattolica e ha
aderito al movimento di Comunione e Liberazione, diventando
anche responsabile della comunicazione per la Compagnia delle
Opere. Queste scelte sono state benedette dal cardinale Carlo
Maria Martini in persona, che ha celebrato il suo matrimonio (non
con la Rosenzweig), riaccendendo le polemiche.
Benedetta Tobagi - che nella vita professionale ha seguito le orme
del padre - ha ricordato che, nel corso degli anni, solo Giordano ha
chiesto di incontrare la sua famiglia, nel 1993. Era impegnato nel
volontariato, aveva ottenuto la semilibert, aveva una compagna e
una figlia. Credo cercasse il suo momento di catarsi. La mamma era
stata in corrispondenza con lui per tutti gli anni di carcere: incontrarlo
era l'esito naturale di un percorso liberamente scelto, ma voleva che
fossimo presenti anche noi figli(5). Un altro modo di voltare pagina.
Con il proprio passato e, soprattutto, con se stessi.
 Note.
1. P. Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Newton Compton, Roma 2007, p. 232.
2. W. Tobagi, L'ultima voce. No alle notizie di padre ignoto, in Se un profeta una mattina.
L'opera di Walter Tobagi, a cura di G. Baiocchi e A. Caporali, Associazione Lombarda dei
Giornalisti-Regione Lombardia, Milano s. a., pp. 85,86.
3. www.cinquantamila.it.
4. E. Magri, Walter Tobagi, la libert al prezzo della vita, Tabloid, maggio 2005.
5. B. Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi, Torino 2009, cap. 1.


Capitolo 18.
Il killer nero
Gilberto Cavallini, 1952-.

Otto omicidi accertati, compiuti in concorso con altri o come esecutore
materiale. E, in aggiunta, una sequela di crimini e violenze
comprendenti furti e rapine, detenzione illegale di armi e banda
armata, aggressioni e ricettazione. Un curriculum criminale quasi
senza eguali quello di Gilberto Cavallini, oggi sessantenne, l'ex terrorista
dei Nuclei Armati Rivoluzionari (nar) che per anni  stato la
primula nera dell'eversione neofascista, temuto e ricercato in tutta
Italia. Catturato una prima volta, si  reso protagonista di una fuga
rocambolesca. Nuovamente arrestato e processato, si  beccato una
decina di ergastoli, oltre a una infinit di condanne minori. Eppure,
dopo neppure vent'anni di detenzione, ha ottenuto la semilibert.
E dimostrato una volta di pi che il lupo perde il pelo, ma non il
vizio. Perch il beneficio ottenuto gli  tornato utile per tornare a
delinquere e finire cos nuovamente in carcere a tempo pieno.
Sono stato uno dei figli naturali della guerra civile - ha raccontato
di s in un messaggio scritto ai magistrati di una delle tante corti di
giustizia che lo ha giudicato - poi la piazza mi assorb come le sabbie
mobili, finch la legge dell'occhio-per-occhio mi apr la porta della
prigione(1). Ma nelle sabbie mobili delle turbolenti piazze italiane
degli anni di piombo, Cavallini dimostr di saper muoversi benissimo:
colp i suoi bersagli, alcuni dei quali molto azzardati, portando
a termine le sue missioni di sangue e sfuggendo alle ricerche della
polizia, si procur nascondigli e coperture insospettabili, riuscendo
a proteggere anche i compagni di lotta, pun con la morte i compagni
di militanza che riteneva dei traditori. Senza mai rinnegare nulla
di quegli anni violenti e terribili per il nostro Paese, stretto nella
morsa di opposti estremismi e di inquietanti connivenze degli stessi
apparati di sicurezza con alcune loro frange.
Nato nella periferia milanese e figlio di una famiglia di destra,
Cavallini, detto Gigi, comincia la sua carriera di estremista giovanissimo.
Gi alla scuola superiore - frequenta il corso di perito elettrotecnico
AIRMS Feltrinelli - si distingue per le sue idee neofasciste
e per il suo atteggiamento intransigente nei confronti di chi quelle
idee non le condivide. Frequenta la Giovane Italia (l'associazione
giovanile del Movimento Sociale poi confluita nel Fronte della
Giovent) e quindi la sezione dell'MSI di via Giuriati. E quando c'
da menare le mani negli scontri di piazza, cos frequenti negli anni
Settanta, non si tira indietro.
Denunciato per la prima volta a ventidue anni, nel 1974, per aver
sparato a un benzinaio, compie il primo omicidio in seguito a un'aggressione
a sfondo politico.  la sera del 27 aprile 1976, primo anniversario
della morte del giovane di destra Sergio Ramelli, che era
stato picchiato a morte da militanti della sinistra extraparlamentare
vicino alla sua abitazione, in via Amadeo. Quella sera i camerati
di Ramelli escono in gruppo da una sezione dell'MSI per compiere
una sorta di spedizione punitiva. Del gruppo fa parte anche Gilberto
Cavallini.
La squadraccia neofascista si imbatte in via Uberti in tre giovani
militanti del Partito marxista-leninista. Ad avere la peggio  lo
studente-lavoratore Gaetano Amoroso, ventunenne: raggiunto da
alcune coltellate, Amoroso muore in ospedale pochi giorni dopo.
Cavallini viene identificato fra gli aggressori, tratto in arresto e
processato. La condanna nei suoi confronti  di tredici anni e
mezzo di carcere per concorso in omicidio. In cella, per, Gigi resta
soltanto per poco pi di un anno.
L'anno seguente, infatti, alla vigilia di Ferragosto, riesce a fuggire
durante il trasferimento al carcere di Brindisi. Il detenuto viaggia su
un cellulare della polizia, sotto scorta. Scappare sembra impossibile.
Riesce a farlo approfittando di una sosta sull'autostrada Adriatica,
all'altezza di Roseto degli Abruzzi. Chiede di fare pip, l'autogrill 
lontano e il cellulare della polizia si ferma ai bordi di una scarpata. Il
giovane scende e, approfittando di un momento di distrazione della
scorta, si getta nella scarpata, seminando gli agenti.
Il fuggiasco ripara a Roma, ma in seguito si mette in contatto con
Massimiliano Fachini, esponente di spicco dell'organizzazione
terroristica neofascista Ordine Nuovo, che lo nasconde a Treviso.
Nella citt veneta Cavallini vive indisturbato per due anni, celando
la sua vera identit dietro una posticcia. Ha persino l'occasione di
fidanzarsi con una ragazza, dalla quale, due anni dopo l'inizio della
loro relazione, ha un figlio. Neppure lei  a conoscenza della vera
identit del giovane estremista milanese, che decide di rivelarsi per
quello che  veramente solo al momento di diventare padre.
In Veneto Cavallini - che le fotografie dell'epoca ritraggono con
un viso dai lineamenti regolari, capelli neri, occhi scuri e una bocca
piccola su un volto malrasato - si muove talmente a proprio agio da
nascondere nella casa che divide con la sua donna, allora in dolce
attesa, un complice di prima grandezza: Giuseppe Valerio Fioravanti,
meglio conosciuto come Giusva, l'attivista dei nar ricercato da
tutte le forze dell'ordine d'Italia. Cavallini lo ha incontrato pi volte
a Roma, e ha anche compiuto una rapina con lui e altri complici.
Ma l'incontro tra Cavallini e Fioravanti  foriero di azioni criminali
di ben altra portata.
Nell'arco di appena un anno, a cavallo tra il 1980 e il 1981, i due,
ai quali si  unita anche la fidanzata di Giusva, Francesca Mambro,
mettono a segno una serie di assalti e omicidi che li pongono in
cima alla lista dei terroristi pi pericolosi e pi ricercati del Paese.
Quanto a Cavallini, Gigi ha lasciato il posto al Negro, un sicario
spietato e sanguinario.
Il 30 marzo del 1980 il terzetto assalta nientemeno che il distretto
militare di Padova, riuscendo a impadronirsi di fucili, pistole, mitragliatrici
e proiettili. Armato fino ai denti, il gruppo di estremisti pu
ora mettere a segno i colpi inscritti nella sua strategia terroristica che
li vede impegnati tra il Veneto, dove possono contare su una base
sicura, e la capitale. Qui arrivano a stringere una sorta di alleanza
con la banda della Magliana: i nar se ne servono per riciclare il
bottino delle rapine compiute ai danni di banche e gioiellerie (soldi,
preziosi, carte di credito) e in cambio ricevono altre armi e munizioni.
Sempre a Roma, il 28 maggio, i terroristi neri tentano di disarmare
i poliziotti di guardia all'esterno del liceo Giulio Cesare. L'obiettivo
 ridicolizzare il dispositivo di sorveglianza del territorio messo in
atto dal Viminale. Nel corso del blitz, al quale prendono parte in
sette, Cavallini ha solo compiti di copertura. Ma l'azione non va
come previsto: ne scaturisce un conflitto, a fuoco tra i poliziotti e
i terroristi, nel corso del quale, raggiunto da sette pallottole, cade
ucciso l'appuntato Franco Evangelista, trentasette anni, sposato e
padre di due figli, e altri due agenti rimangono feriti.
Un mese dopo Cavallini  ancora a Roma, incaricato di una nuova
missione: uccidere il sostituto procuratore Mario Amato. Quarantadue
anni, sposato e padre di due figli piccoli, Amato indaga
sull'eversione nera da anni, dopo aver ereditato anche i fascicoli di
Vittorio Occorsio, caduto quattro anni prima sotto il piombo degli
stessi neofascisti sui quali stava conducendo delicate indagini. Amato
si trova a svolgere il proprio lavoro nella pi assoluta solitudine e da
tempo teme per la propria vita; ciononostante, non ha una scorta e si
muove con la propria auto, una vecchia Simca grigia targata Trento.
Poche settimane prima, in due audizioni al Consiglio Superiore
della Magistratura, Mario Amato ha dato vita a uno sfogo che
diverr insieme il suo testamento e il suo j'accuse. Sono stato lasciato
completamente solo a fare questo lavoro - dice ai colleghi del CSM.
Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Non ce la faccio
pi, e nonostante le mie reiterate richieste di aiuto, a tutt'oggi, tale
aiuto non mi  stato dato. Non esiste la bench minima organizzazione
e la dirigenza dell'ufficio fa acqua sotto tutti i punti di vista(2).
A facilitare il compito del killer nero incaricato di toglierlo di
mezzo concorre il fatto che l'auto di Amato, tanto per cambiare,  dal
meccanico e il magistrato deve raggiungere il tribunale con i mezzi
pubblici e, come sempre, da solo. Mentre attende l'autobus alla fermata
in viale Jonio, Cavallini lo uccide appoggiandogli la canna di
una Colt Cobra 38 dietro l'orecchio e premendo il grilletto. Poi spara
due colpi in aria. Subito dopo corre l vicino, dove ad attenderlo c'
un ragazzino di diciassette anni, Luigi Ciavardini, in sella a una moto
Honda 400 rubata sulla Salaria, nei pressi dell'aeroporto dell'Urbe.
Sono appena passate le otto del mattino del 23 giugno 1980. Con i
suoi seicento fascicoli sui quali lavorare senza alcun aiuto, il povero
Amato non ha trovato nemmeno il tempo di far riparare un buco
nella scarpa sinistra: il dettaglio, ripreso nelle foto scattate sul luogo
dell'agguato mortale, non sfuggir al grande pubblico.
In serata il killer raggiunge Fioravanti e la Mambro a Treviso, insieme
ai quali festeggia la sua impresa in un ristorante di Chioggia,
pasteggiando a ostriche e spumante. Cavallini  esaltato, quasi raggiante.
Ho visto il soffio della morte racconta ai suoi compagni(3).
Ma la notte seguente star male di stomaco.
Dopo una rapina in una gioielleria di Trieste, la mattina del 26
novembre Cavallini torna a Milano assieme a Stefano Soderini, ex
militante di Terza Posizione poi confluito nei nar. I due si recano in
una carrozzeria in via Ofanto 28, all'Ortica, sull'auto della fidanzata
del Negro, una Audi 100. Sanno che l potranno trovare un'altra
auto pulita della quale servirsi, senza sentirsi fare troppe domande.
Ma la fortuna, stavolta, non  dalla loro parte: nel cortile della
carrozzeria  appena arrivata un'auto dalla quale sono scesi cinque
carabinieri in borghese, per un controllo.
Alla vista dell'Audi, i militari aspettano che l'auto si fermi e si
avvicinano per chiedere i documenti all'uomo che  al posto di
guida. Ma nello stesso istante il passeggero scende e, pistola in
pugno, apre il fuoco, seguito a ruota dal complice. Nella sparatoria
viene ferito a morte il brigadiere Ezio Lucarelli, trentacinque anni,
originario di Cori, in provincia di Latina. Rimane ferito, raggiunto
da alcuni colpi alle gambe, anche il maresciallo Giuseppe Palermo.
I due killer gettano le pistole e fuggono a piedi verso via Folli, dove
bloccano un'auto di passaggio e se ne impossessano, costringendo
il conducente a scendere.
Nelle quarantotto ore successive vengono arrestate cinque persone,
compreso il titolare della carrozzeria, coinvolte in affari poco
puliti. Quanto ai killer, vengono identificati attraverso l'auto che
hanno abbandonato sul posto. Anche Treviso, cos, non  pi un
rifugio sicuro per il Negro, che pure qualche settimana dopo, in
dicembre, insieme ad altri complici fra i quali gli immancabili Fioravanti
e Mambro, rapina il pi ricco gioielliere della citt, tenendo
in ostaggio la sua famiglia.
Dopo questo colpo, che ha fruttato un ingente bottino, valutato
in alcuni miliardi di lire, Cavallini affida un borsone con le armi a
un delinquente comune, che lo nasconde in un canale alla periferia
di Padova. Quando il killer e i suoi complici vanno a recuperare il
borsone, la sera del 5 febbraio 1981, si imbattono in due giovani
carabinieri, Enea Codotto, di venticinque anni, e Luigi Maronese, di
ventitr. Ancora una volta, la reazione dei terroristi  immediata. E
Valerio Fioravanti a sparare contro i militari, uccidendoli entrambi
ma restando a sua volta gravemente ferito: dopo essere stato riaccompagnato
nel covo del gruppo, verr arrestato subito dopo.
Neppure la cattura di Fioravanti pone fine alle scorrerie di Cavallini.
Nel corso del 1981, la primula nera prende parte ad altri due agguati
mortali: vittime, l'estremista di destra ventitreenne Marco Pizzari,
ritenuto un delatore e per questo giustiziato da Gilberto Cavallini
e Alessandro Alibrandi - altro terrorista dei nar, figlio di un giudice
istruttore del Tribunale di Roma - vicino a piazza Medaglie d'Oro,
a Roma (30 settembre); il capitano della digos Francesco Straullu,
ventisei anni, di Nuoro, massimo esperto di terrorismo neofascista
della Questura romana, e il suo autista, l'agente Ciriaco Di Roma,
trentenne avellinese, uccisi in un'imboscata a raffiche di mitra in
un sobborgo della capitale da un commando composto da Cavallini,
Alibrandi e altri quattro terroristi, fra cui la Mambro (21 ottobre).
Non  ancora finita. Nel 1982 Cavallini prende parte insieme ad altri
tre militanti, di cui due giovanissimi, al disarmo di una pattuglia di
polizia che presta servizio di vigilanza in via Val di Cogne a Roma,
davanti all'abitazione di Nemer Hamad, capo della rappresentanza
dell'OLP in Italia. Nel corso del blitz i terroristi uccidono l'agente
Antonio Galluzzo, ventisette anni, e feriscono gravemente il suo
compagno, Giuseppe Pillon.
Ma le forze dell'ordine stanno ormai facendo terra bruciata intorno
al Negro. Due degli autori dell'ultimo blitz davanti alla casa
di Hamad vengono arrestati dopo neanche una settimana; a quella
data (24 giugno 1982) Fioravanti e la Mambro sono gi caduti nella
rete della giustizia. Molti altri membri dei nar saranno catturati
nei mesi successivi. Quanto ad Alibrandi,  morto nel corso di uno
scontro a fuoco con le forze dell'ordine avvenuto a Roma alla fine
dell'anno precedente.
Rimasto praticamente solo e senza la possibilit di procurarsi le
risorse necessarie per vivere in latitanza, Cavallini riesce comunque
a sfuggire alla cattura ancora per molti mesi. Qualcuno mette in giro
la voce che i servizi segreti abbiano messo sulla sua testa una taglia
da 400 milioni di lire. Vera o no che sia la notizia, non baster per
metterlo in cella in tempi brevi. Di fatto, Cavallini sar l'ultimo
esponente di spicco dei nar a finire in manette, insieme a Soderini.
Il 12 settembre del 1983 i due vengono fermati in un bar di corso
Genova a Milano. Cavallini si  fatto crescere barba e baffi, ma non
riesce a ingannare gli agenti che lo hanno pedinato fin l. Nel corso
della stessa operazione viene arrestato un altro estremista, Andrea
Calvi, romano come Soderini. I tempi della banda dei sette magnifici
pazzi, come si definivano Cavallini, Fioravanti, la Mambro,
Soderini, Ciavardini e gli altri estremisti neri Egidio Giuliani e
Giorgio Vale, sono finiti per sempre.
La lista dei crimini e dei reati dei quali deve rispondere Cavallini
 lunghissima e comprende gli omicidi dello studente Amoroso (in
concorso con altri), del giudice Amato, dei poliziotti Straullu, Di
Roma, Galluzzo ed Evangelista (per quest'ultimo non come esecutore
materiale), del brigadiere dell'Arma Lucarelli (in concorso
con Soderini) e dell'infame Pizzari. Ma non  finita, perch il suo
nome salta fuori anche nelle inchieste su altri attentati dai contorni
oscuri. A cominciare dal pi grave mai compiuto in Italia, quello
alla stazione di Bologna.
Nel processo sulla strage costata ottantacinque morti e pi di duecento
feriti, Gilberto Cavallini viene condannato a sedici anni per
banda armata, ridotti a undici in appello, sentenza poi confermata
dalla Cassazione dopo il secondo processo d'appello (il quarto
celebrato sulla strage in ordine di tempo)(4).
Da un'altra inchiesta, invece, per una volta Cavallini esce senza
condanne. Si tratta del processo per l'omicidio dell'ex presidente
della Regione siciliana Piersanti Mattarella(5). Fu il giudice Giovanni
Falcone a ipotizzare una trama nera dietro quella esecuzione, con
Cavallini e Fioravanti nei panni dei sicari.
Secondo l'ipotesi investigativa di Falcone, i due killer erano stati
incaricati della loro missione di morte dal cassiere della mafia
siciliana, Pippo Cal, che a sua volta aveva ricevuto il compito di
contattare la Banda della Magliana per ingaggiare killer estranei
agli ambienti mafiosi. In cambio, i terroristi neri avrebbero ricevuto
dai boss la promessa di un aiuto per far evadere il loro camerata
Pierluigi Concutelli, all'epoca detenuto all'Ucciardone. Ma l'ipotesi
non trov alcun riscontro oggettivo. E dopo la strage di Capaci, le
rivelazioni dei pentiti Buscetta e Mannoia hanno definitivamente
accantonato la pista di Falcone, al punto che al processo lo stesso
rappresentante della pubblica accusa chiese l'assoluzione di Cavallini
e Fioravanti; assoluzione accolta sia dai giudici di primo grado sia
da quelli d'appello, sia dalla Cassazione.
Capelli corti e baffetti neri, Cavallini nelle aule di tribunale mostra a
pi riprese un sorriso gelido e sprezzante. Nel corso dei vari processi,
viene condannato al carcere a vita ben nove volte, un record nella
storia del diritto italiano. Con un simile cumulo di pene detentive
sulle spalle, sembra impossibile immaginare che a uno come lui
possa essere consentito di lasciare il carcere usufruendo del regime
di semilibert. Eppure,  quello che accade nel giugno del 2001 ; dalla
prima condanna all'ergastolo sono passati diciassette anni e mezzo.
Sulla decisione delle autorit, forse pesa il fatto che l'ex terrorista
nero, pur non dicendosi pentito di nulla, afferma di aver riscoperto
durante la detenzione la fede nel cattolicesimo.
Scrivo queste pagine per diffondere un messaggio di pace e di amore - si
legge in una lettera scritta da Cavallini nel 1989 ai giudici del processo per
la strage alla stazione di Bologna - per protestare contro lo stato di totale
isolamento nel quale sono da quando mi hanno accusato dell'omicidio
Mattarella e per spiegare di non essere n un pentito, n un dissociato, ma di
aver deciso di chiudere con la lotta armata in virt del recupero dei valori del
Cristianesimo. [Tale decisione] non sottintende la ricerca di sconti processuali
[ma] esprime soltanto il mio totale distacco dal mondo della politica [...].
Alla fine si  affermata dentro di me la volont di uscire dalla logica e dalla
prassi della guerra civile e lungo questa via ha preso corpo la determinazione
finale: l'abbandono della trincea, simbolo della contrapposizione, e il ritorno
al Vangelo, simbolo della Comunione, e la volont di chiedere e accordare
il perdono(6).
Ma l'ex terrorista dei nar dimostra di non meritare il privilegio
che gli  stato concesso. In teoria, pu lasciare il carcere di Opera
alle nove del mattino per rientrarvi alle undici di sera, cos da lavorare
come impiegato in una palestra di Novate Milanese. Di fatto,
Cavallini in quella palestra non mette piede quasi mai. Ma quel che
 peggio  che gira armato: dentro uno zainetto che porta sempre
con s tiene una pistola automatica con tanto di colpo in canna. Non
solo: affitta un appartamento e si procura da persone schedate come
rapinatori un'automobile e un motorino. Tutte cose che gli sono
proibite. Che cosa intende farci, lo si scoprir presto.
Una settimana prima del Natale del 2002 Cavallini viene arrestato
nell'appartamento che ha preso in affitto. Agli agenti guidati dal
funzionario capo dell'antirapine, Maria Jos Falcicchia, che gli
mettono le manette, sibila: Ringraziate Dio che la pistola l'avevo
nello zaino, perch non vi avrei mai permesso di rimettermi in galera
per altri dieci anni(7). Oltre alla pistola, una Beretta 98 FS con la
matricola abrasa, Cavallini aveva due caricatori e una cinquantina
di proiettili, un terzo dei quali per armi da guerra.
Pochi mesi dopo, gli viene notificato in carcere un ordine di custodia
cautelare per rapina aggravata: si tratta di una rapina a un istituto
di credito, l'agenzia di Verona della Banca Popolare di Verona e
Novara, compiuta il 25 novembre assieme a un complice. I due banditi,
a volto scoperto e armati di taglierino, erano stati ripresi dalle
telecamere della banca. Dopo essersi impossessati di seimila euro,
avevano rinchiuso sei persone, fra impiegati e clienti, nel bagno,
ma non erano riusciti a portare via il denaro perch una mazzetta
era esplosa, macchiando tutte le altre. Cavallini verr riconosciuto
da tutti i sei testimoni.
Puntuali, esplodono le polemiche sull'applicazione dei benefici
di legge a un ergastolano pluriomicida, che non si  mai pentito dei
suoi crimini. A ogni buon conto, la semilibert gli viene revocata e,
a tutt'oggi, mai pi concessa: Gilberto Cavallini  tuttora detenuto
in carcere.
 Note.
1. Cavallini, il killer nero: Ho chiuso con le armi adesso sono cristiano", la Repubblica,
17 novembre 1989.
2. C. Vecchio, Amato, solo contro l'eversione nera, la Repubblica, 4 maggio 2011.
3. G. Bianconi, A mano armata, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, p. 201.
4. Cfr. A. Accorsi - D. Ferro, Incroci pericolosi (Bologna, 2 agosto 1980), in Iid, Gli attentati
e le stragi che hanno sconvolto l'Italia, Newton Compton,Roma 2013, pp. 211-24.
5. Cfr. Iid, Se non c' spazio per gli onesti (Palermo, 6 gennaio 1980), in ivi, pp. 198-204.
6. Cavallini, il killer nero: Ho chiuso con le armi adesso sono cristiano", cit.
7. O. De Biasi, Torna in carcere il terrorista dei Nar, l'Unit, 20 dicembre 2002.


Capitolo 19.
Un ergastolano in libert
Aurelio Concardi, 1955-.

Pluriomicida reo confesso, ergastolano, con l'abitudine di girare
sempre con la pistola in tasca.  libero.
Nella vicenda che ha visto protagonista delle cronache per quasi
vent'anni Aurelio Concardi, lo spietato killer della Martesana, sono
ben riassunte tutte le contraddizioni del nostro sistema giudiziario.
Un sistema capace di condannare al fine pena mai l'autore riconosciuto
di ben sei omicidi, e di farlo uscire dal carcere dopo poco
pi di quindici anni trascorsi dietro le sbarre. Perch quell'uomo
non aveva solo ucciso, sequestrato, rapinato, trafficato stupefacenti;
ma aveva collaborato con gli inquirenti, che grazie alle sue dichiarazioni
avevano potuto cos sbaragliare l'intera banda della quale
aveva fatto parte.
Cos, Concardi pot usufruire di un trattamento di favore quale
la semilibert, la possibilit di lavorare fuori dal carcere, oltre
che di numerosi permessi per ragioni familiari. Solo che di questo
trattamento di riguardo non si mostr precisamente meritevole, se
girava sempre armato. Si giustific sostenendo che temeva per la
sua vita e avrebbe voluto difendersi da un'eventuale vendetta di chi
aveva contribuito a spedire in galera. Ma a un normale controllo di
polizia, per poco non uccise i due agenti che gli chiedevano i documenti
e semin il panico nel cuore di Milano, tentando una fuga
disperata, pistola in pugno, in mezzo alla folla prima di arrendersi.
Un comportamento che ha portato alla revoca del regime di semilibert
che gli era stato concesso. Semilibert che poi gli  stata di
nuovo concessa, e di nuovo revocata. Ora Concardi  tornato dietro
le sbarre. Almeno fino al prossimo permesso...
Nato a Melzo, classe 1955, sulla carta d'identit alla voce professione
Aurelio Concardi aveva scritto operaio. Ma fin da giovane
la sua attivit era stata tutt'altra che lavorare in officina o fare i turni
alla catena di montaggio: aveva messo in piedi una organizzazione
criminale dedita al traffico e allo spaccio di eroina nell'hinterland
est di Milano. Intorno a s aveva arruolato un gruppo di malavitosi
di piccolo e medio calibro, disposti a eseguire qualsiasi suo ordine.
Anche quello di uccidere.
In questa complicit e fedelt assoluta, che secondo quanto dichiarato
a posteriori da alcuni componenti della banda derivava da
una sorta di sudditanza psicologica che provavano nei confronti di
Concardi e del capo della banda (che risult essere un'altra persona),
 stata intravista una serialit di gruppo senza precedenti nella
storia degli omicidi seriali del nostro Paese. Questa connivenza
resistette anche agli arresti e agli interrogatori: solo in seguito a
una drammatica confessione in tribunale dello stesso Concardi si 
potuto fare luce su una catena di delitti, alcuni dei quali fino allora
inspiegabili, che aveva insanguinato la provincia nella prima met
degli anni Ottanta.
Sulla personalit di quest'uomo i periti si divisero. Di grande
corporatura e dal fisico robusto, con un fare quanto mai deciso,
eppure pronto a crollare se messo sotto pressione, per Francesco
Riggi, primario di psichiatria dell'ospedale San Paolo, Aurelio
Concardi era affetto da: Psicosi schizofrenica da esordio lontano,
residente e resistente, questa la diagnosi in termini medici che il
professore, perito di parte, fece davanti alla Corte di Assise chiamata
a giudicarlo per i suoi crimini(1). Ad alterare il suo stato psicofisico
avevano contribuito gli stupefacenti dei quali faceva uso, cocaina
ed eroina. Ma i periti d'ufficio furono di diverso avviso. Per loro,
l'imputato era soggetto capace di intendere e volere. E a prevalere
fu la loro opinione.
Cos, anzich in un ospedale psichiatrico giudiziario, Concardi fin
in galera. Da dove, si sa, prima o dopo escono tutti. Anche lui, che
pure era stato condannato all'ergastolo alla met degli anni Ottanta
e sarebbe dovuto rimanere dietro le sbarre fino al 2009, quando
andava ormai per i cinquantacinque anni di et. Gi nel 1996 il
Tribunale di sorveglianza di Brescia decise in suo favore. E, matto
o no che fosse, Concardi torn libero, o meglio semilibero. Fino a
quel pomeriggio di sangue e terrore, quattro anni dopo.
I delitti dei quali era stato chiamato a rispondere li aveva compiuti
quasi tutti a colpi d'arma da fuoco, in spregio a qualsiasi pur minimo
sentimento di piet nei confronti delle vittime. Esecuzioni vere e
proprie, con i corpi sfregiati e abbandonati in modo orribile, come
avvertimento a chi, come quelle vittime, non rispettava i patti, voleva
uscire dal giro oppure sapeva (o la banda credeva che sapesse)
qualcosa che avrebbe potuto incastrarli. Per questo, per incutere
terrore nella zona, alcune vittime divennero oggetto di necromania
e il loro ritrovamento dest sensazione nell'opinione pubblica.
Il primo inciampo con la giustizia a Concardi era capitato da
giovane, quando fin in manette perch trovato in possesso di una
pistola. Girare armato diverr una costante della sua condotta fuori
dalle sbarre. Poi, nel corso degli anni Ottanta, aveva avviato il giro
di traffico e spaccio che si  accennato. Solo che, in nome degli
affari, la banda che si era formata intorno a lui non si sarebbe
fermata davanti a niente e a nessuno, seminando di morti i comuni
dei dintorni.
Il primo delitto risale al 1982 e fu una duplice esecuzione: vittime,
una giovane coppia di tossicodipendenti che facevano anche da
cavalli per l'organizzazione. Finch non mancarono di rispettare i
patti. Dovevano alla banda dei soldi, se avessero chiesto protezione
alla polizia potevano inguaiare i membri della banda. Divennero un
macabro esempio per tutti. Patrizia Rovelli, ventisettenne di Busser,
sposata, separata e madre di una bambina, e il suo convivente,
Maurizio D'Elia, venticinque anni, originario di Pioltello e incensurato,
furono trovati senza vita in un campo di granoturco a una
decina di chilometri da Lodi, in localit Pieve Fissiraga, a lato della
statale Lodi-Pavia. I loro corpi erano crivellati di proiettili, sparati a
distanza ravvicinata alla testa e al torace. La Rovelli indossava solo
slip e reggiseno; poco distante c'era la sua auto, una fiat 500 rossa.
I loro assassini li avevano accompagnati in auto a una ventina di
chilometri di distanza dalla loro zona; poi avevano fatto scendere
Maurizio e Patrizia, avevano ordinato alla ragazza di spogliarsi e
infine li avevano ammazzati.
Pochi mesi dopo, dalle acque del canale Villoresi venne ripescato
il corpo di Francesco Vitale, ventitreenne di Cernusco sul Naviglio,
anche lui tossicomane, anche lui ucciso a colpi di pistola, tre, sparati
alla testa. Sapeva di avere i giorni contati: Se non mi tiro fuori,
faccio la stessa fine di Rovelli e D'Elia aveva detto agli amici(2).
Stessa esecuzione, ma diverso luogo del ritrovamento, qualche
settimana pi tardi, per Giovanni Genualdi, detto Rossin, ventenne
di Carugate, incensurato. Il giovane, in attesa di prestare il servizio
militare, svolgeva qualche lavoro occasionale come manovale; in
tasca, infilata nella patente, gli fu trovata una bustina di eroina. La
banda lo aveva caricato a forza su un'auto nella piazza di Carugate:
dopo averlo portato in aperta campagna, gli spararono al volto da
distanza ravvicinata e poi lo infilarono a testa in gi in un pozzo nero.
Anche Vitale e Genualdi avevano pagato con la vita il mancato
rispetto dei termini di pagamento della droga acquistata dall'organizzazione.
Diverso, e ancora pi sconvolgente, fu il movente
dell'omicidio della quinta vittima,Tiziana Bonicelli, un'impiegata
di ventun anni residente anch'ella a Carugate. Un movente
praticamente inesistente: la ragazza venne uccisa soltanto perch aveva
assistito casualmente al sequestro di Genualdi nella piazza del paese
e i banditi temevano che riferisse qualcosa di compromettente
a un amico, che quelli della banda ritenevano un confidente della
polizia. Fu questo sospetto - assolutamente privo di fondamento - a
decretare la condanna a morte della giovane.
Andammo ad aspettarla sotto casa, fu il racconto dell'omicidio
fatto da Concardi in tribunale, e la invitammo a fare un giro in
macchina [...]. A un certo punto le stavo parlando ed ecco... s...
mi tolsi il laccio delle scarpe e la strozzai. Poi la tirammo gi dalla
macchina e prendemmo il rastrello(3). L'attrezzo non serviva per
coprire il corpo di terra, ma per scotennarlo. La Bonicelli fu infatti
trovata da alcuni contadini nelle campagne di Busser con una larga
ferita al capo; il corpo era nascosto sotto alcune manciate di paglia,
i suoi vestiti erano lacerati.
La sequela di brutali esecuzioni prosegu con altri due omicidi
commessi sulla base di mere supposizioni, di sospetti e diffidenze.
Un barista di Cernusco, Domenico Albano Corona, di trentatr anni,
sposato e incensurato, venne freddato una notte a colpi di revolver
mentre preparava alcuni panini dietro al bancone del suo bar, lo
stesso dove si ritrovavano i componenti della banda di Concardi.
Questi pensavano che Corona sapesse troppe cose sul loro conto e
temevano le potesse rivelare alla polizia. Poi fu la volta di Alberto
Turtur, un commerciante ventisettenne italo-belga, pregiudicato, che
venne abbattuto con tre colpi di pistola a Carugate. Turtur voleva
entrare nel giro dello spaccio, ma non andava a genio a uno della
banda. Fu questa antipatia a segnare il suo destino: i malviventi
lo invitarono a un appuntamento che in realt era una trappola per
eliminare anche lui. Ma Alberto Turtur era stato visto pi volte in
compagnia dei suoi assassini, che finirono tutti in manette un mese
dopo la sua morte.
Oltre a Concardi, allora ventinovenne, i carabinieri di Monza arrestarono
Michele Sgaramella, trentasei anni, nato ad Andria (Bari)
e abitante a Cassina De' Pecchi, il ventenne Roberto Tomasoni, di
Pioltello, il suo coetaneo Alessandro Asperti, di Cernusco e Filippo
Donvito, ventisettenne di San Giuliano Milanese. Le accuse a
loro carico andavano dall'omicidio volontario all'associazione per
delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, dal
concorso in omicidio aggravato e continuato a violazioni varie della
legge sulle armi per porto e detenzione di armi comuni e da guerra.
Al processo Concardi, che in fase istruttoria aveva fatto solamente
alcune ammissioni, sorprese tutti, ribaltando la sua condotta nel
volgere di ventiquattr'ore. Alla prima udienza si atteggi da duro,
rifiutandosi di rispondere alle domande del presidente della corte,
Filippo Faraldo, e abbandonando subito dopo l'emiciclo dell'aula
per tornare dietro le sbarre. Gli altri imputati, dal canto loro, accettarono
di sottoporsi alle domande dei giudici, con l'intento di
difendersi dalle accuse.
Il giorno dopo, Concardi cambi idea e accett anche lui di essere
interrogato. Le sue rivelazioni furono esplosive. L'uomo esord
cercando ancora di respingere ogni addebito: disse di aver saputo
degli omicidi dai giornali e di non c'entrarci nulla. Ma poi la sua
sicurezza and a mano a mano diminuendo. E sotto l'incalzare delle
domande del presidente della corte, apparve sempre pi in difficolt,
fino a scoppiare in lacrime.
Concardi - proprio lui, il pluriomicida - disse di avere paura, di
essere stato minacciato perch chiamato a testimoniare su un delitto
avvenuto in carcere. Chiese di essere portato fuori dall'aula del
tribunale e di essere sottoposto a protezione; in cambio, accett di
pentirsi e di vuotare il sacco.
Nel corso della sua drammatica confessione, Concardi ricostru
per filo e per segno ciascuno dei delitti, confermando la leggerezza
con la quale la banda, oltre a spacciare eroina, ammazzava. Svel
i retroscena e la scioccante sequenza dell'esecuzione di Tiziana
Bonicelli, la giovane strangolata e poi scotennata con un rastrello.
Raccont i (presunti) moventi degli omicidi di Turtur e di Corona. E
si attribu ben sei dei sette omicidi elencati nel capo di imputazione,
non assumendosi la responsabilit solo di quello del barista, per il
quale indic l'assassino in un complice.
Un altro imputato, Roberto Tomasoni, raccont di avere assistito
a diversi dei delitti commessi da Concardi e si disse suo succubo.
Tomasoni aggiunse tra le lacrime che per lui, allora
ragazzino, Concardi era una specie di idolo, un duro al quale
non sapeva dire di no
ogni volta che gli chiedeva di accompagnarlo da qualche parte con
la sua automobile. Particolarmente drammatica fu la ricostruzione
dell'omicidio della Bonicelli, con i macabri riti che seguirono
la sua esecuzione. Messi a confronto, Concardi e il suo autista
Tomasoni si fecero guerra aperta. Il primo accusava il giovane di
aver saputo perfettamente che lo scopo di alcuni di quei viaggi
era eliminare alcuni dei nemici, veri o supposti tali, della banda.
Mentre Tomasoni negava con insistenza.
Nella sua requisitoria, il pm Ferdinando Pomarici chiese di condannare
all'ergastolo Sgaramella, considerato il capo della banda, ma
Concardi - che pure aveva confessato sei dei sette omicidi - solo
a trent'anni di reclusione. La differenza di pena si spiega con il fatto
che Sgaramella fu ritenuto il mandante degli omicidi, nonch l'organizzatore
dell'attivit della banda, mentre per Concardi l'accusa
ritenne di poter sollecitare l'applicazione delle attenuanti generiche
e, dunque, una riduzione della pena; inoltre, oltre che reo confesso,
l'imputato aveva indicato una serie di responsabilit per gli altri
imputati: una sorta di collaborazione con l'autorit giudiziaria che,
sebbene fornita in ritardo, aveva fornito un contributo prezioso
all'accertamento dei fatti, che gli altri imputati da parte loro non
avevano minimamente contribuito a chiarire.
Ma la Corte d'Assise fu di diverso avviso e inflisse l'ergastolo sia
a Sgaramella che a Concardi. Donvito si becc ventotto anni,
Tomasoni ventuno, Asperti quattro anni e sei mesi. Solo in appello venne
accolto il ragionamento di Pomarici, e Concardi si vide ridotta la
pena a trentanni. La sentenza ottenne poi il sigillo della Cassazione.
Per Aurelio Concardi, cos, si prospettava un lungo periodo di detenzione.
Senonch all'uomo furono riconosciuti i benefici previsti
dalla legge Gozzini per i collaboratori di giustizia. E dopo aver
trascorso una dozzina di anni dietro le sbarre, ottenne una serie di
permessi per lasciare il carcere di Verziano, a Brescia, e recarsi a
Milano a fare visita all'anziana madre malata. Gli venne inoltre
concessa la semilibert, per lavorare in una cooperativa di Ospitaletto,
la Fraternit srl, come giardiniere. Tutto procedette liscio per
quattro anni. Fino a quando, nel 2000, l'uomo reag con violenza a
un normale controllo identificativo in piazza Duca d'Aosta a Milano,
davanti alla Stazione Centrale.
Quel giorno, alla richiesta di due agenti della polizia ferroviaria di
mostrare i documenti e aprire le tasche del marsupio che aveva con
s, l'uomo estrasse la pistola calibro 7,65 dalla quale non si separava
mai e fece fuoco contro di loro, ferendoli. Poi scapp a piedi lungo
via Fabio Filzi, seminando il panico fra i passanti. Una sequenza di
eventi che sconvolse quel sabato pomeriggio milanese, ma che per
fortuna si concluse senza altre vittime.
L'uomo, infatti, dopo essersi scontrato con due ufficiali della
guardia di finanza in abiti civili, diretti al vicino comando delle
fiamme gialle, spar contro una pattuglia dei carabinieri accorsa
sul posto, ma il colpo and a vuoto. Poi, arrivato davanti all'albergo
Principe di Savoia, aggred una coppia di invitati a un matrimonio
per impossessarsi della loro auto, ma l'uomo - un ex paracadutista
ed ex carabiniere - reag, mettendolo in fuga. Infine, Concardi si
barric nella guardiola dell'autorimessa sotterranea dell'albergo,
prendendone in ostaggio gli addetti.
Dopo una trattativa con un giovane commissario delle Volanti, Luigi
Rinella, l'uomo chiese di parlare al cellulare con il pm Pomarici, lo
stesso che aveva rappresentato la pubblica accusa nel processo di
primo grado contro di lui. Il magistrato  una figura storica del Palazzo
di Giustizia milanese, dove ha trascorso praticamente l'intera
carriera:  stato impegnato nelle delicate indagini sul terrorismo e
sulla mafia, e delegato alla guida della DDA, la Direzione distrettuale
antimafia.
Parlando con lui, Concardi espresse pi volte l'intenzione di
togliersi la vita. Credeva di aver ucciso i due agenti davanti alla
Centrale e sapeva che, in ogni caso, gli sarebbe stata revocata la
semilibert. E pensava che una volta tornato in carcere - di questo
era fermamente convinto - non ne sarebbe uscito pi vivo, perch
qualche altro detenuto gli avrebbe fatto la pelle. In realt i due poliziotti
feriti - Amerino Veri, di ventisette anni, e Daniele Bortone,
di ventiquattro - erano sopravvissuti ai colpi, seppure sparati da
distanza ravvicinata.
Il killer della Martesana si arrese solo dopo che Pomarici gli
assicur che gli agenti non erano morti e che sarebbe stato trasferito
in un altro carcere, quello di Busto Arsizio, nel raggio riservato ai
collaboratori di giustizia (in realt Concardi rimase a Busto solo
per una decina di giorni, prima di essere nuovamente trasferito). E
subito esplose la polemica sullo stato di semilibero dell'ex ergastolano,
nonostante i sei omicidi commessi in passato e la lunga pena
detentiva alla quale era stato condannato. Ad aggravare il quadro,
dal suo armadietto della cooperativa dove lavorava saltarono fuori
un'altra pistola, con la matricola abrasa, e cinquanta pallottole.
Da quando era uscito di prigione, lo giustific il suo avvocato, Giuseppe
Rapone, l'uomo viveva col terrore di essere ucciso da sicari
assoldati dagli ex compagni della sua banda che aveva contribuito
a far condannare. Il legale parl anche di minacce che il suo assistito
aveva ricevuto fino a pochi giorni prima. Ma negli anni in cui
aveva lavorato alla Fraternit di Ospitaletto, Concardi aveva sempre
tenuto un comportamento giudicato ineccepibile. Non aveva mai
ripreso a drogarsi e non era ricaduto neppure in un altro vecchio
vizio, quello del bere.
Eppure, nella cooperativa risultava essersi recato di rado. Come
trascorreva davvero tutte quelle ore in libert? A quali attivit si
recava prima di rientrare in carcere la sera? Domande rimaste senza
risposta.
Gli inquirenti sospettavano che avesse compiuto delle rapine, ma
lui ha replicato: Non  vero che io ero tornato a commettere delitti,
che mi ero messo a fare le rapine. La malavita per me  un capitolo
che si  chiuso nel 1986, quando sono stato arrestato e ho deciso di
ammettere le mie responsabilit. Con il mio ambiente di allora non
ho pi legami(4).
Quel che  certo  che, dopo quel dannato sabato pomeriggio, il
beneficio della semilibert gli  stato revocato. Il pluriomicida 
tornato in carcere, a scontare il residuo della sua condanna, al quale
se ne  aggiunta un'altra di dieci anni in seguito alla raffica di accuse
che si  tirato addosso in quella mezz'ora di follia: duplice tentativo
di omicidio, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale, tentata rapina,
sequestro di persona e porto abusivo d'arma. Fu una disgrazia,
ha tentato di giustificarsi Concardi nel
processo d'appello(5).
Peccato che di disgrazia non sembra proprio che si possa parlare.
Il detenuto semilibero spar per primo, quasi a bruciapelo, non per
coprirsi la fuga ma con l'intenzione di colpire gli agenti, ed esplose
due dei quattro colpi quando questi erano gi a terra, feriti. Non
basta: un poliziotto fu raggiunto da un altro proiettile mentre lo
supplicava di non sparargli.
Chi lo ha visto dietro le sbarre descrive Concardi come una persona
tranquilla, lontanissima dagli eccessi criminali dei quali 
stato autore, quasi rassegnata al suo destino di carcerato. Ma la sua rimane una
personalit sfuggente e difficile da ricostruire. Ho molte cose che
rimpiango di avere fatto. Ma il rimpianto principale  di non essere
morto - ha detto dopo essere tornato in carcere a tempo pieno in
seguito alla revoca della semilibert -. Adesso ho chiuso davvero,
da qui dentro uscir solo con i piedi in avanti(6).
La prima volta che l'hanno rilasciato, poteva finire in un bagno di
sangue. Sembrava impossibile che per un tipo cos, e dopo quanto
successo nel 2000, potessero riaprirsi le porte del carcere. E invece
 proprio quello che  successo.
Nel 2011, infatti, il Tribunale di sorveglianza di Brescia lo ha
riammesso al regime di semilibert. Curiosamente,  tornato a
lavorare nella stessa cooperativa bresciana dov'era stato destinato
quindici anni prima, e che stavolta lo ha impiegato come cuoco in
una casa di riposo a Rodengo Saiano, dove la Fraternit ha in appalto
la mensa. Concardi, per, neanche stavolta ha rigato diritto,
anche se non ha commesso nulla di particolarmente grave, come
undici anni prima. Pare che non abbia rispettato l'orario di lavoro
prefissato (dalle otto alle diciassette dei giorni feriali), rientrando
in prigione sempre un po' in ritardo. Ritardi che ha giustificato con
i turni pi lunghi in cucina. Ma che gli sono costati nuovamente la
revoca del beneficio, appena tre mesi dopo la sua concessione. E
l'ex killer  tornato a essere un detenuto di lungo corso (la sua fine
pena  fissata al 2 maggio 2017), con la sua personalit indefinita
e in attesa, un domani non troppo lontano, di tornare ancora libero,
nonostante tutto.
 Note.
1. C. Bonini, Confess sette omicidi e fu condannato a 30 anni. Per un perito era un sadico,
per gli altri sano, Corriere della Sera, 6 febbraio 2000.
2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. L. Fazzo, Era meglio se morivo. Ora ho chiuso davvero,la Repubblica, 8 febbraio 2000.
5. L. Ferrarella, Dieci anni al detenuto in permesso che terrorizz la stazione, Corriere della
Sera, 10 gennaio 2001.
6. L. Fazzo, Era meglio se morivo, cit.


Capitolo 20.
Il predatore di vite
Pierluigi Corio, 1959-.

C' chi uccide per interesse, chi per vendetta. Ma c' anche chi
lo fa quasi per il piacere di farlo. Pierluigi Corio lo faceva per un
motivo preciso: impossessarsi dei beni delle vittime, ma non solo.
Si pu affermare che quest'uomo, nato nel 1959 nell'Alto Milanese,
e precisamente a Legnano, ghermiva la vita delle sue prede per
rubare le loro identit. Documenti, certo, ma anche oggetti personali
e beni affettivi: con la loro morte, tutto questo passava di mano dalle
vittime al loro assassino. In questo modo, Pierluigi Corio poteva
portare a termine le tante truffe sulle quali contava per vivere. Un
movente inusuale, per perseguire il quale si  dimostrato estremamente
determinato e pericoloso.
Tutti i periti e i giudici chiamati a esprimersi sulla sua salute mentale
hanno concluso di trovarsi di fronte a un lucido e spietato omicida,
pienamente consapevole di quello che faceva e del perch lo faceva,
quindi perfettamente sano di mente: un uomo che agiva in base a
un piano predeterminato e per precisi scopi, di natura materiale. A
questa opinione sono giunti tre diversi processi. Sulla base di questa
sostanziale coincidenza di opinioni Corio, ritenuto colpevole di
tutti i tre omicidi dei quali  stato chiamato a rispondere in un'aula
di tribunale, ha conseguito un tale cumulo di pene da costituire
un'eccezione per la giustizia italiana.
Eppure, come molti altri serial killer, anche Pierluigi Corio era una
persona a dir poco insospettabile. La sua era un'esistenza all'apparenza
normalissima, perfettamente inserita nel contesto sociale e pure
ricca di soddisfazioni, sia sul fronte familiare che su quello professionale.
Corio viveva con la famiglia a Rescaldina - risultava sposato
e padre di tre figli(1) - ed era riuscito a coronare il sogno di indossare
una divisa: quella di vigile urbano. Prestava servizio a breve distanza
da casa, a Cerro Maggiore. Ma come avrebbe poi dimostrato, la sua
attivit prediletta era un'altra: circuire i malcapitati che gli capitavano
a tiro e sottrarre loro quanti pi averi possibile. Per riuscirci, faceva
leva su alcune sue doti innate, quali la spontaneit e la simpatia.
Solo in un secondo momento si trasform in uno spietato assassino.
Il punto di rottura avvenne con il suo licenziamento in tronco dal
corpo della polizia municipale di Cerro. Avvenne nel 1986, dunque
quando Corio aveva ventisette anni. Salt fuori che il vigile si intascava
i soldi delle multe che elevava agli automobilisti, servendosi
di un falso blocchetto di contravvenzioni. Da quel momento, per
Corio ebbe inizio una nuova vita, fatta ancora di truffe ma senza pi
la divisa indosso. Per questo motivo il giovane si trov nella necessit
di reperire nominativi di insospettabili: identit a cui intestare conti
correnti aperti nelle banche di mezza Lombardia, assegni scoperti,
o con le quali fare acquisti che non avrebbe mai pagato.
Le sue erano truffe di poco conto, al massimo qualche milione di
lire per volta. Ma per riuscire a metterle a segno con successo, e
con costanza, Corio aveva bisogno di nomi veri da scambiare con
il proprio. Ben presto, la sua divenne una vera e propria mania da
collezionista. Cominci con l'usare i nomi di amici, conoscenti, ex
colleghi. Qualcun altro lo compr; gli ultimi nomi li prese insieme
alla vita dei legittimi proprietari.
Perso il lavoro, Corio lasci anche la famiglia e il paese dove
abitava. Si stabil a Taleggio, nell'omonima valle della Bergamasca,
dove prese a gestire un ristorante. E si leg a una ex ballerina
colombiana, Carmen Valencia, che si guadagnava da vivere come
entreneuse nei locali di provincia. Corio la conobbe in un night della
Brianza e insieme a lei cominci a condurre una vita di agi e piaceri,
alloggiando in alberghi e residence in Lombardia e sull'Adriatico.
Dovunque si fermava, assumeva identit diverse presentando
documenti contraffatti; unica, ma redditizia, fonte di reddito della
coppia, gli assegni falsi che il giovane produceva a getto continuo,
riuscendo a contraffarli in maniera talmente abile da ingannare gli
impiegati di banca ai quali si rivolgeva per incassarli. Per non dare
nell'occhio, la coppia rinunciava a ostentare il gruzzolo del quale
disponeva, si spostava con auto di media cilindrata e conduceva un
tenore di vita tutto sommato modesto, certamente inferiore a quelle
che erano le loro reali possibilit.
L'andazzo prosegu per alcuni mesi, trascorsi i quali Corio non
esit a trasformarsi da truffatore in omicida seriale. A lui sono stati
attribuiti con certezza tre omicidi, tutti commessi ai danni di persone
dei quali aveva carpito la fiducia; un rapporto che in alcuni casi
potremmo definire anche di amicizia. E uno degli aspetti che pi
colpisce di questa vicenda, gi assai singolare,  proprio che Corio
non uccise mai persone a lui sconosciute, ma alle quali era legato
da rapporti quanto meno di conoscenza.
L'obiettivo ultimo restava sempre lo stesso: impadronirsi dei beni e
dei documenti della vittima di turno, i primi per poter vivere alle sue
spalle, gli altri per alimentare le truffe ai danni di banche, alberghi,
esercizi commerciali. Ma oltre che dei loro nomi, Corio sembrava
volersi appropriare anche della identit delle vittime con un fare
morboso. Oltre alle generalit, il giovane riprendeva alcune delle
loro abitudini. In un caso, sottrasse il cane di una delle vittime, uno
yorkshire, con il quale in seguito fu visto passeggiare per strada.
Insomma, si serviva di tutto quello che apparteneva al malcapitato
di turno (soldi, carte di credito, portachiavi.In un certo senso, si
pu dire che Corio in parte diventava le sue vittime.
Alto un metro e ottanta, fisico sportivo, distinto, affabile e dai modi
gentili, questo giovane sembrava capace di conquistare la fiducia di
chiunque. Per riuscirci, faceva leva sullo stato di bisogno di quanti
ebbero la sventura di imbattersi in lui. Per agganciarli, infatti, Corio
pubblicava un annuncio fra le offerte di lavoro dei giornali. Inventare
nomi di imprese, opportunit di impiego, requisiti indispensabili era
la sua specialit. Ottenuto un appuntamento, il suo aspetto e il suo
eloquio facevano il resto. E pi d'uno, fra quanti risposero a quegli
annunci, cadde nella trappola. Altri ebbero dei sospetti, e si tirarono
indietro in tempo. Uno fra questi si rivolse anche alla polizia; ma
non bast a salvargli la vita.
Di certo, oltre che uno spietato assassino, Pierluigi Corio sapeva
essere anche una persona sfuggente, dall'apparenza insignificante,
quasi invisibile. I vecchi vicini di casa non ricordavano nulla di lui,
mentre la madre lo ha sempre definito un bravo ragazzo tranquillo(2).
Corio selezionava attentamente le risposte che riceveva ai suoi
annunci-esca. Accordava le preferenze a uomini che vivevano soli,
perch pi facili da agganciare e da blandire, senza contare il vantaggio
che la loro scomparsa sarebbe stata notata dopo pi tempo. Il
Fregoli (dal nome del celebre attore romano di variet, abilissimo
trasformista) lombardo si incontrava con loro, li intratteneva come in
un qualsiasi colloquio di lavoro, fino a convincerli ad assecondarlo.
Ma poi, al momento opportuno, rivelava tutta la violenza di cui era
capace: estraeva una pistola e li ammazzava a sangue freddo. Quindi,
li spogliava dei documenti - un piccolo tesoro che gli consentiva
di proseguire nei suoi raggiri - e dei loro beni, dopodich ne gettava
i corpi in luoghi aperti (una cava, un viottolo di campagna, una
roggia) e gli dava fuoco.
In questo modo di agire - le spoliazioni, l'abbandono dei corpi,
il fuoco a essi appiccato - c'era la volont di cancellare quante pi
tracce possibile, cos da poter continuare nel suo operato. Ma c'era
anche un che di spietatamente metodico, di cinicamente perverso,
che ne faceva un serial killer particolarmente organizzato e pericoloso,
il quale eseguiva fino nei dettagli i suoi astuti piani criminali.
Il primo a fare questa fine fu Vito Marino, un travesta milanese di
quarantatr anni, ucciso con due colpi di pistola alla nuca e trovato
carbonizzato in una cava a Casei Gerola, nell'Oltrep pavese, il 17
settembre del 1987, ma identificato solo due anni pi tardi. Poi tocc
a Giuliano Ledda, disoccupato trentaduenne di Savignano (Cuneo),
sposato, separato e padre di un figlio di quattro anni, con alle spalle
un passato di eroinomane(3): venne colpito a morte alla tempia sinistra
e in fronte. I suoi resti furono trovati in un pioppeto lungo il Po a
Travac Siccomario, vicino a Pavia, il 9 febbraio 1989. Vicino al
cadavere carbonizzato, l'assassino lasci un mazzo di chiavi legato
a un fischietto d'argento e una monetina da 20 lire. L'ultima vittima
accertata di Corio fu Salvatore Zappal, ventinove anni, un giovane
pacifista originario di Catania ma abitante a Milano, che faceva l'autotrasportatore.
Corio uccise anche lui a colpi di pistola, scaravent
il cadavere in un canale a Valbrembo, alle porte di Bergamo, e gli
diede fuoco. I resti furono trovati il 14 marzo del 1989.  probabile
che la catena di morti si sarebbe ancora allungata, se a un certo punto
Corio non avesse incontrato qualcuno pi diffidente degli altri.
Pare che il giovane avesse conosciuto Marino, la sua prima vittima,
in vacanza; dopo averlo ucciso, gli sottrasse soldi, documenti e persino
il cagnolino. Ledda lo aveva incontrato qualche anno prima in
un campo di nudisti, in Jugoslavia: il poveretto, senza occupazione
e attirato da Corio con la prospettiva di trovargliene finalmente una,
part da casa poche ore prima di morire, lasciando detto che doveva
incontrarsi con il suo futuro datore di lavoro. Quanto a Zappal,
aveva gi risposto ad altri annunci di lavoro; in uno di questi, pubblicato
su un quotidiano nazionale, Corio si era spacciato per un tal
Guido che offriva di trasportare un carico di mobili antichi fino a
Barcellona in cambio di 5 milioni di lire.
Il camionista lo aveva incontrato e aveva accettato una prima, curiosa
proposta fattagli dal giovane: vendergli la propria carta d'identit
in cambio di 300.000 lire. Lo stesso aveva fatto un autonomo
del centro sociale Leoncavallo. Ma poi, quando Corio si era rifatto
vivo per proporgli l'affare pubblicato sul giornale, Zappal si era
insospettito ed era andato dalla polizia. Cosa non facile per lui, che
era un "no global" ante litteram.
Salvatore Zappal aveva manifestato contro i missili americani a
Comiso, frequentava il Leoncavallo ed era un convinto ecologista.
Appassionato di agraria, il suo sogno era comprare una fattoria in
Toscana per aprirvi una sorta di comune agricola. Nell'attesa,
Zappal aveva da poco accettato un lavoro per conto del ministero
degli Esteri: di l a breve sarebbe partito alla volta del Kenya, per
partecipare alla fondazione di un'azienda agricola modello. Insomma,
stava per cambiare vita. Gli mancava solo qualche soldo per
tirare fino alla data della partenza.
La madama, per lui, non era un interlocutore simpatico, tutt'altro.
Sul conto di Zappal c'era anche qualche vecchia storia sul filo
del codice penale(4). Ma dopo l'offerta ricevuta da Corio per quello
strano carico da portare in Spagna, Salvatore si era convinto a rivolgersi
alla polizia. A spingerlo a questo passo era stato un suo amico
non vedente, che come lui aveva percepito qualcosa di pericoloso
in quel sedicente Guido, nelle sue proposte d'affari e nei suoi modi apparentemente cortesi.
Cos, dopo essersi confidato con alcuni compagni di militanza politica,
Zappal si rivolse al quarto distretto di polizia di Milano. Dopo aver
ascoltato la sua storia, gli agenti convinsero a loro volta il giovane
a recarsi all'appuntamento concordato: loro lo avrebbero seguito a
distanza, senza mai perderlo di vista, per accertare che cosa ci fosse
sotto quello strano affare.
Cos, la sera del 21 marzo 1989 i poliziotti salirono su un'auto
senza insegne e si misero dietro al furgone sul quale viaggiavano
Zappal e il suo misterioso datore di lavoro. L'inseguimento, cominciato
davanti alla stazione di Lambrate, prosegu sull'autostrada per
Bergamo, dove Corio usc per procedere lungo strade sempre meno
trafficate, fino a imboccare uno sterrato nelle campagne. Costretti a
stare a distanza per non farsi notare, percorrendo stradine che non
conoscevano e immerse nel buio, gli agenti finirono col perdere il
contatto. Per Zappal fu la fine: il povero Salvatore, rimasto senza
nessuno a proteggerlo, rimase preda del Corio, che lo colp alla nuca
con tre colpi di pistola prima di procedere al rituale rogo del cadavere.
E da quel momento, l'omicida seriale si serv dei documenti
di quell'ultima vittima.
La trappola tesa dagli agenti si era rivelata un completo fallimento,
e l'inseguimento si era concluso nel peggiore modo possibile:
Zappal era stato ucciso e il suo assassino era scomparso. La polizia
non sapeva neppure chi fosse, n gli agenti avevano avuto modo di
vederlo in faccia. Ma il giovane siciliano sarebbe comunque risultato
l'ultima vittima di Corio.
Due settimane dopo il delitto, il 29 marzo, gli agenti riuscirono a
identificare l'assassino. L'incrocio del rapporto su quanto successo
alle porte di Bergamo con i precedenti delitti di Pavia, uno dei quali
compiuto appena un mese prima, permise di far coincidere una serie
di elementi preziosi per le indagini.
Nonostante il tentativo dell'omicida di impedire il riconoscimento
delle sue vittime dando loro fuoco, gli investigatori avevano identificato
Giuliano Ledda. E anche lui, come Zappal, risult essere
stato contattato da uno sconosciuto che gli aveva offerto un lavoro.
Dopo averlo incontrato alla stazione di Asti, dove Ledda abitava
con la famiglia, il suo contatto gli aveva promesso un posto a
Pavia. Ledda non aveva perso tempo a riferire alla madre quella
che sembrava una buona notizia.
Poi, Ledda fece la fine che sappiamo. Ma l'assassino fece l'errore
di lasciare sul luogo del delitto il citato mazzo di chiavi, che risult
non appartenere alla vittima. Attraverso quelle chiavi, la polizia risal
a uno dei domicili di Corio, a Leffe, nella Bergamasca. Nel garage
dell'abitazione, conservati in un furgone, c'erano un mucchio di
documenti falsi: decine di passaporti e carte d'identit, fra le quali
quella di Salvatore Zappal, oltre a libretti di assegni, pistole (una
7,65 e una calibro 22), silenziatori, munizioni e due taniche di benzina,
una vuota e l'altra piena. Furono trovati anche degli schedari
nei quali Corio archiviava e catalogava meticolosamente documenti
e dettagli delle vittime.
Fra le tante sue identit posticce, l'autore dell'omicidio di Zappal
fu finalmente identificato con l'unica vera, e per la carriera criminale
di Pierluigi Corio fu l'inizio della fine. Il sacrificio del povero
pacifista siciliano non era stato dunque inutile.
Colpito da mandato di cattura internazionale, Corio trascorse una
breve vacanza sulla riviera romagnola prima di fuggire in Svizzera,
poi in Spagna, quindi in Colombia, il Paese di origine della sua
compagna, che fino ad allora era rimasta sempre al suo fianco; infine
ripart dal Sudamerica per tornare in Svizzera, stavolta da solo.
I soggiorni all'estero dei due non furono mai tranquilli. A Barcellona,
Corio ebbe un'accesa discussione con un gruppo di nordafricani
che fin in una sparatoria. Fermato dalla Guardia civil, esib i
documenti che aveva acquistato dall'autonomo del Leoncavallo.
Gli agenti lo rilasciarono e Corio non perse tempo: lasci subito
il Paese, volando in Colombia per nascondersi a Cali. Qui per
rimase quasi senza un soldo. Rientr quindi in Europa, con in tasca
il passaporto di Zappal, qualche centinaio di dollari e i soliti assegni
cabriolet, che piazz in Svizzera. E qui venne arrestato dalla
polizia cantonale elvetica, in collaborazione con l'interpol italiana
e la polizia di Bergamo, la notte del 20 settembre 1989.
Pierluigi Corio era in un albergo di Zurigo, l'Arc Royal di
Leonhardstrasse, solo e disarmato. Al suo arrivo, il giorno prima, si era
fatto registrare con i documenti intestati a Zappal, gli stessi che
esib ai poliziotti. La sua fuga era durata sei mesi.
Interrogato, colse pi volte di sorpresa gli inquirenti, coordinati
dal magistrato bergamasco Vittorio Masia. Dapprima confess
apertamente l'omicidio di Zappal per il quale era ricercato. Con
la medesima lucidit e quasi con noncuranza, si attribu anche gli
altri due omicidi precedentemente commessi nel Pavese. Ma se con
l'omicidio di Ledda erano gi emersi collegamenti, quello di Vito
Marino era rimasto fino ad allora non solo senza colpevoli, ma senza
neppure un sospettato.
I riscontri dimostrarono che tutto quanto veniva dicendo Corio
non era inventato, anzi. Come se non bastasse, spuntarono alcuni
diari nei quali lui stesso aveva appuntato con maniacale precisione
le proprie imprese criminali. In seguito, dopo essere stato estradato
in Italia, cambi radicalmente atteggiamento con gli inquirenti. Si
rifiut di collaborare con loro e prefer trincerarsi dietro un assoluto
silenzio, che mantenne ostinatamente anche davanti ai giudici, in
tribunale. E in uno dei processi nei quali venne chiamato a rispondere
degli omicidi commessi arriv a ritrattare tutto quanto aveva
sostenuto in precedenza.
Di Corio si sospett anche a proposito di due delitti avvenuti al
tempo del suo primo soggiorno in Svizzera. Delitti inquietanti, di
uomini uccisi e dati alle fiamme. Ma non furono mai trovati legami
certi tra lui e quei casi.
Pierluigi Corio fin alla sbarra tre volte in altrettanti tribunali. Nel
1990 in Corte d'Assise a Bergamo si apr il primo processo a suo carico,
quello per l'omicidio di Salvatore Zappal. Fu un processo senza
storia: il pubblico ministero non si oppose alla richiesta di seguire
il rito abbreviato, introdotto pochi mesi prima dal nuovo Codice di
Procedura Penale. Il processo si concluse in appena quarantotto ore.
Giudicato sano di mente, l'imputato fu condannato al massimo della
pena previsto con il rito abbreviato, ovvero trent'anni di reclusione.
Subito dopo, Corio fu trasferito alle carceri di Pavia, dove era in
corso l'istruttoria per gli altri due delitti da lui compiuti con lo stesso
modus operandi di quello consumato a Valbrembo. I tribunali di
Voghera e di Pavia gli inflissero altri trent'anni di carcere per l'assassinio
di Vito Marino, e altri trenta per l'omicidio premeditato di
Salvatore Ledda. In tutto, l'ex vigile urbano si vide cos infliggere in
primo grado un cumulo di condanne pari a novanta anni di carcere.
L'anno seguente la prima Corte d'Assise d'Appello di Milano ridusse
a sedici anni e otto mesi la condanna per il primo dei tre omicidi per
i quali era stato giudicato. Nella sua arringa, l'avvocato difensore di
Corio aveva chiesto ai giudici d'appello di concedere le attenuanti
generiche e di far cadere l'aggravante della premeditazione.
Dell'atteggiamento tenuto in aula dal serial killer sappiamo poco:
il rito abbreviato, con il quale furono celebrati tutti i processi a suo
carico, prevede che si svolgano a porte chiuse. Sappiamo per che
Corio si mostr sempre freddo e distaccato. Nel primo processo
non apr mai bocca, rifiutando qualsiasi risposta perfino al medico
di parte chiamato a effettuare la perizia psichiatrica su di lui. Corio
rimase chiuso nel suo mutismo anche nel processo celebrato a Voghera.
Nell'ultimo, in apertura di udienza, prese la parola soltanto per
dichiarare di voler essere interrogato; subito dopo, su consiglio del
suo legale, avvocato Maurizio Alciati, chiese alla corte di applicare
il rito abbreviato, come gi era avvenuto nelle cause precedenti. E
and incontro al suo destino di condannato a vita.
 Note.
1. P. De Pasquali, Serial killer in Italia, Franco Angeli, Milano 2001, p. 176.
2. L. Fazzo, Ha ucciso tre emarginati per truffare usando i loro nomi?, l'Unit, 23 maggio
1989.
3. P. Colaprico,  vero, ammazzavo i miei amici, la Repubblica, 29 settembre 1989.
4. Id,,Fa amicizia, poi li uccide. Un solo killer per 3 delitti, la Repubblica, 20 maggio 1989.


Capitolo 21.
Il becchino in corsia
Antonio Busnelli, 1942-.

Accelerava la morte dei pazienti che aveva in cura come infermiere,
allo scopo di segnalarne i decessi all'agenzia di pompe funebri con
la quale collaborava. E intascarsi cos la mancia prevista per ogni
funerale raccomandato. Un conflitto d'interessi tra due attivit
apparentemente inconciliabili - l'operatore sanitario e il becchino
- ma materialmente contigue. Tanto che  frequente il caso, anche
a Milano, di infermieri finiti sotto processo e condannati per aver
segnalato un decesso in corsia a un'agenzia
di pompe funebri(1). Solo
che Antonio Busnelli, infermiere generico dell'ospedale Fatebenefratelli,
non si limitava alle soffiate per permettere all'agenzia di cui
era complice di precedere la concorrenza, ma cercava di procurare
lui stesso la morte dei pazienti.
I casi di infermieri assassini come il suo sono assai rari. In Italia ve
ne sono due: il cosiddetto infermiere di Satana, Alfonso De Martino,
accusato di aver provocato la morte di quattro pazienti dell'ospedale
San Giuseppe di Albano (Roma)(2) e, in tempi pi recenti,
Sonia Caleffi, arrestata nel 2004 per aver ucciso diversi
pazienti in alcune delle
cliniche e degli ospedali dove aveva prestato servizio tra il Comasco
e il Lecchese. Nel mondo, grande impressione hanno suscitato i
delitti compiuti all'inizio degli anni Novanta dall'infermiera
inglese Beverly Allitt, colpevole della morte di quattro neonati (altri tre
rischiarono la morte, altri sei riportarono gravi lesioni) nell'ospedale
di Grantham; per non parlare della strage (una cinquantina di morti
accertate) portata a termine poco tempo prima da quattro infermiere
austriache che prendevano di mira malati terminali ricoverati al Lainz
General Hospital di Vienna.
Anche Busnelli si accan contro pazienti in fin di vita. Sul suo
conto non fu eseguita alcuna perizia psichiatrica: non si trattava di
un pazzo, n - a rigori - di un serial killer, dal momento che solo
in un caso  stato accertato un nesso diretto di causa-effetto tra il
suo operato e la morte di un paziente. Il movente era tanto semplice
quanto scioccante: il denaro. L'infermiere percepiva infatti delle
mance, nell'ordine delle 50.000 lire, da una impresa di pompe funebri
in qualit di procacciatore di clienti. Non solo: lavorava part-time
per quella impresa, la Molteni di Cesano Maderno, lo stesso comune
dov'era nato nel 1942.
Sposato e padre di una ragazza, Busnelli lavorava al Fatebenefratelli
praticamente da una vita: era stato assunto nel nosocomio milanese
pi di vent'anni prima.  un gran lavoratore - disse di lui la madre,
subito dopo il suo arresto -, mica fa solo l'infermiere. Alla Molteni
lo chiamano anche di notte per vestire i morti. E quando ci sono i
funerali lui  sempre pronto, lavora molto(3). Gi, si dava un gran
da fare, Busnelli. I turni in ospedale, al Fatebenefratelli, reparto rianimazione,
si alternavano ai servizi svolti per conto della Molteni:
preparare le salme per le esequie, guidare il carro funebre, provvedere
all'inumazione. Facendo due conti, l'uomo deve aver pensato che
come infermiere guadagnava poco. Mentre dall'agenzia prendeva
soldi due volte: per lavorarci, e per comunicarle sottobanco i decessi
che avvenivano in ospedale. Ogni telefonata, un affare di qualche
milione di lire per l'agenzia. E per lui, un bel fuoribusta in nero.
Di qui a decidere di, come dire, accelerare gli eventi per i malati
senza speranza, il passo doveva essergli sembrato brevissimo. E
facile, considerato che poteva iniettare nelle flebo dei pazienti sostanze
letali quando voleva. Peccato che quelle sostanze lasciassero
tracce inequivocabili, che una eventuale autopsia avrebbe certamente
evidenziato. Le stesse tracce che, incrociando l'orario del decesso
con i turni del personale, lo avrebbero incastrato.
Fu quello che accadde in seguito alla morte di Giuseppe De Marchi,
un imprenditore sessantanovenne di Cesano Boscone che venne
ricoverato in rianimazione al Fatebenefratelli il 30 aprile del 1990,
trasferitovi da un ospedale della provincia. Il giorno stesso l'uomo
fu colto da una crisi cardiaca, dalla quale solo il tempestivo intervento
del personale sanitario riusc a salvarlo in extremis. Un esame
accert che nel sangue del paziente c'erano tracce di un farmaco che
nessuno aveva prescritto. Chi glielo aveva somministrato, e perch?
Le domande avrebbero trovato presto risposta.
Due giorni dopo, De Marchi ebbe una nuova crisi. Anche stavolta i
medici gli prestarono soccorso, ma non bast a evitarne la dipartita,
avvenuta pochi giorni dopo, il 6 maggio. I sospetti sulle circostanze
della sua morte andarono crescendo dopo che, nel volgere di
quarantott'ore, nel reparto si registr un altro decesso. Vittima, un'anziana
di ottantuno anni, Ida Guardamagna, trasferita l'8 maggio al
Fatebenefratelli dopo aver subito un intervento di natura ortopedica
al Gaetano Pini e spirata appena tre quarti d'ora dopo il ricovero in
rianimazione. Motivo: ancora una crisi cardiaca.
Ma i due decessi avevano un altro, inquietante punto in comune: la
presenza di Antonio Busnelli nel reparto. L'infermiere era risultato
di turno in entrambi i casi. I colleghi lo avevano ribattezzato il
becchino, forse perch sapevano del secondo lavoro che faceva.
Ma alla luce di quanto stava succedendo nel reparto di rianimazione
dell'ospedale, quel soprannome si caricava di una luce decisamente
pi sinistra.
La direzione dell'ospedale pens bene di trasferire Busnelli in un
altro reparto, quello di traumatologia. Nel frattempo, la macchina
delle indagini si era messa in moto e stava pervenendo ai primi,
clamorosi risultati. A innescare l'inchiesta aveva provveduto il professore
Pier Giuseppe Sironi, primario del reparto di rianimazione
nel quale si erano registrati i decessi, che aveva inoltrato alla Procura
della Repubblica una informativa dei fatti riscontrati. I familiari di
entrambe le vittime, infatti, non avevano riscontrato alcuna anomalia
nell'infausto decorso dei pazienti. Per noi era un evento
naturale - avevano detto i parenti del De Marchi - e soltanto dopo
l'intervento del magistrato che ha bloccato la sepoltura abbiamo
avanzato dei sospetti(4).
Trascorse un mese esatto dalla morte del De Marchi prima che il
sostituto procuratore Gianni Griguolo puntasse il dito sul Busnelli,
emettendo nei suoi confronti un avviso di garanzia. Pochi giorni
dopo, su segnalazione del primario di anestesia del nosocomio milanese,
lo stesso magistrato dispose le perizie medico-legali volte
ad accertare le cause della morte dei due pazienti. E dall'esame
tossicologico condotto da un collegio di periti salt fuori un dato
inquietante: su entrambe le salme vennero rinvenuti residui di una
sostanza farmacologica, l'Isoptin, un vasodilatatore che nessun
medico aveva prescritto ai pazienti e del quale erano state trovate
cinque fiale vuote in un cestino per l'immondizia.
Proprio Antonio Busnelli era stato visto armeggiare con delle
siringhe intorno al De Marchi e alla Guardamagna. Ma solo alla
fine del 1992 il giudice per le indagini preliminari Guido Piffer ne
dispose il fermo in carcere, in isolamento, con l'ipotesi d'accusa
di omicidio volontario plurimo. Quando i carabinieri andarono ad
arrestarlo, Busnelli era di turno nella sala gessi dell'ospedale. Alla
vista delle manette, l'uomo perse il controllo di s e si gett al collo
del medico di turno, implorando il suo aiuto.
Nell'interrogatorio del PM Griguolo, svolto alla presenza del
GIP Piffer e dell'avvocato difensore di Busnelli, Sergio Ramaioli, l'infermiere
respinse con fermezza l'accusa di aver provocato la morte dei
due pazienti per procurare clienti all'impresa di pompe funebri per
la quale collaborava, ma ammise che riceveva mance dall'impresa
in cambio della segnalazione dei decessi nell'ospedale.
I termini del capo d'accusa a suo carico furono poi corretti in
omicidio volontario per quanto riguardava Ida Guardamagna e in
tentato omicidio per Giuseppe De Marchi. La prima, infatti, era
spirata subito dopo l'arrivo al reparto dove lavorava Busnelli, e le
responsabilit di quest'ultimo nel provocare il decesso apparivano
palesi. Mentre De Marchi era morto alcuni giorni dopo il ricovero,
e le perizie non stabilirono con certezza un rapporto diretto tra il decesso
e le iniezioni praticate arbitrariamente da Busnelli al paziente.
L'uomo, inoltre, risult essere stato gi ricoverato diverse volte in
passato per problemi di cuore; aveva anche subito un intervento di
by-pass coronarico.
Nel giugno del 1993 si apr il processo in Corte d'Assise. La pubblica
accusa, rappresentata in giudizio dal sostituto Griguolo, afferm,
sulla base di quanto accertato anche attraverso le perizie
medico-legali, che Busnelli aveva attentato alla vita di Giuseppe De Marchi
due volte, il 30 aprile e il 2 maggio, attraverso la somministrazione
di un farmaco non prescritto dai medici. Se preso in dosi elevate,
senza necessit n controllo medico, l'Isoptin  capace di provocare
aritmie cardiache che in soggetti particolarmente debilitati possono
condurre al blocco dell'attivit cardiaca e quindi alla morte: proprio
quello che era capitato al pover'uomo. In entrambe le occasioni,
per, il personale sanitario in servizio era riuscito a strappare De
Marchi alla morte. Che si prese la sua rivincita pochi giorni dopo il
secondo attacco. Diversamente, Ida Guardamagna spir in seguito
alla crisi cardiaca che aveva avuto il giorno stesso del suo ricovero
all'ospedale milanese.
I testimoni presentati dall'accusa inchiodarono l'imputato alle sue
tremende responsabilit. Un'altra infermiera che lavorava nel reparto
di rianimazione del Fatebenefratelli, Delfina Tartaglia, raccont di
aver visto con i propri occhi Busnelli accanto al De Marchi tenere in
mano una siringa, poco prima che il paziente fosse colto da malore.
La donna conferm che nessun medico aveva prescritto farmaci
al paziente. Fui io - rifer l'infermiera - a trovare in un cestino
dell'immondizia cinque fiale vuote di Isoptin. A nessun paziente del
centro di rianimazione in quei giorni era prescritto quel farmaco(5).
Il medico che soccorse Giuseppe De Marchi in seguito alla prima
crisi cardiaca, il dottor Enzo Crestan, rifer che quelle crisi e quindi
la morte del paziente erano inspiegabili o comunque non prevedibili
anche in un soggetto con grossi problemi come De Marchi(6). Mentre
un altro medico dell'ospedale, la dottoressa Annamaria Galbiati,
conferm le voci che circolavano nell'ambiente ospedaliero sul
Busnelli, affermando che tutti consideravano quello dell'imputato
il turno di lavoro pi sfortunato, dal momento che in esso la percentuale
di decessi era molto elevata. Quel turno si svolgeva di notte,
quando all'infermiere doveva apparire pi facile mettere in atto i suoi
piani omicidi, muovendosi nel reparto senza dare nell'occhio. Ma
le precauzioni che aveva preso non erano risultate sufficienti, se le
sue mosse sospette intorno ai letti dei degenti erano state comunque
notate, come nel caso dell'infermiera.
A ben poco serv, per contro, la testimonianza di un ex paziente del
reparto, Romano Annunzio, che su invito della difesa sostenne che
Busnelli faceva bene il suo lavoro di infermiere, dal momento che
proprio un suo tempestivo intervento lo aveva salvato durante una
degenza che aveva trascorso nel reparto dieci anni prima.
Ben altro segno doveva lasciare la testimonianza di Ivana e Roberto
De Marchi, figli di Giuseppe, i quali raccontarono che alla morte
del padre fu proprio Busnelli a consigliare loro la ditta Molteni di
Cesano Maderno per il trasporto della salma e per i funerali. Ma
salt fuori anche che era stato lo stesso infermiere a guidare il carro
funebre dall'ospedale a casa De Marchi...
Per l'accusa non c'erano dubbi di sorta: l'infermiere meritava di
essere condannato all'ergastolo. Busnelli - riepilog Griguolo - 
stato visto da altri infermieri e da un medico vicino ai pazienti e
pochi istanti dopo De Marchi e la Guardamagna hanno avuto crisi
cardiache. Dato che Busnelli  stato visto da solo - ironizz il pubblico
ministero -, se non lo ha iniettato lui il farmaco vuol dire che
lo ha iniettato lo spirito santo(7). L'accusa prosegu ricordando che
se era pur vero che i due pazienti erano in gravissime condizioni e
i medici non pensavano che si potessero salvare, peraltro le analisi
avevano provato che il farmaco letale era presente nel loro sangue
e nei polmoni, quindi doveva essere stato iniettato quando erano
ancora in vita. Non c'era ombra di dubbio che i pazienti erano morti
a causa del farmaco.
L'attenzione del PM si spost quindi sull'imputato, del quale sottoline
davanti alla corte la meschinit del movente meramente
economico che lo aveva spinto a commettere gli omicidi. Busnelli,
riepilog Griguolo, riceveva 50.000 lire di mancia dall'impresa di
pompe funebri alla quale segnalava i decessi; sotto il profilo medico,
la sorte di De Marchi e della Guardamagna era segnata, ma le loro
vite si sarebbero potute spegnere in un turno diverso da quello in
cui prestava servizio Busnelli: E se il ricoverato moriva il giorno
dopo - disse il magistrato - chi se la beccava la mancia?.
Anche in tribunale Busnelli ribad la propria innocenza. Conferm
che collaborava con imprese di pompe funebri, perch lo stipendio
era quel che era. Sapeva di essere soprannominato il becchino,
ma credeva che si trattasse di un soprannome che gli era stato affibbiato
in buona fede. Quanto al tasso di mortalit nel reparto
in cui lavorava, nel suo turno - disse - era del 17 per cento, contro
una media del 33.
Ma nel corso dell'interrogatorio l'infermiere era caduto in contraddizione.
Aveva sostenuto di essere stato incaricato di fare un prelievo
di sangue a De Marchi perch erano state ritrovate cinque fiale
vuote di un farmaco che non era stato prescritto, quando invece
per il PM seppe del ritrovamento delle fiale solo due giorni dopo.
Come poteva sapere dell'esistenza di quelle fiale, se non era stato
lui stesso a somministrarle?
L'ultima carta giocata dalla difesa fece leva sulla nomea di iettatore
che, a detta degli avvocati, girava sul conto di Busnelli. Di pi:
per i legali, nel reparto rianimazione dell'ospedale era in atto una
sorta di congiura contro l'infermiere, accusato di portare sfortuna.
E col tempo questa patente di menagramo, inizialmente diffusa
tra il personale paramedico, era arrivata a contagiare anche i dottori.
Uno dei medici giustific l'appellativo di sfortunato affibbiato
all'infermiere spiegando che era nato quando, durante il suo turno,
erano morte due delle tre persone ricoverate nel reparto.
Come si pu ben immaginare, i fatti oggetto del processo sconvolsero
l'opinione pubblica e impressionarono profondamente quanti
vi assistettero. Nel corso di una udienza, uno dei carabinieri che
aveva in custodia l'imputato si accasci privo di sensi davanti alla
gabbia del tribunale. E il giorno seguente una donna che sedeva
sui banchi dei giudici popolari dovette essere ricoverata d'urgenza
al pronto soccorso in seguito a un malore.
L'esito del dibattimento convinse la corte, presieduta da Camillo
Passerini, a condannare l'imputato a ventotto anni di reclusione:
ventuno per aver causato la morte di Ida Guardamagna e sette per il
tentato omicidio di Giuseppe De Marchi. Busnelli evit l'ergastolo
solo perch la corte escluse le circostanze aggravanti dei motivi
abietti e gli contest la premeditazione soltanto nel caso del tentato
omicidio di De Marchi.
Dopo aver assistito al processo mantenendo sempre un atteggiamento
impassibile, quasi distaccato, alla lettura della sentenza Antonio
Busnelli cedette all'emozione e scoppi a piangere. In preda alla
disperazione, si aggrapp alle sbarre della gabbia e allung le mani
per cercare di avvicinarsi ai familiari, in particolare alla moglie e
alla figlia, che avevano seguito in aula tutte le udienze del processo.
Ormai, Busnelli era per tutti l'angelo della morte, l'infermiere
assassino, il becchino col doppio lavoro in corsia. Per tutti, tranne
che per la sua difesa, che present ricorso in Cassazione e, a sorpresa,
si vide dare ragione dai supremi giudici, che misero in dubbio la
fondatezza delle prove a carico dell'imputato. La sentenza, pertanto,
era da annullare e il processo da rifare.
Da tutti descritto come una bravissima persona - fra gli altri,
era di questa opinione il titolare dell'agenzia di pompe funebri per
la quale lavorava, Astore Molteni(8) -, Busnelli frequentava la sua
parrocchia. E davanti ai taccuini dei cronisti, i colleghi di reparto lo
giudicavano impeccabile tanto nel lavoro quanto nei rapporti con
gli altri infermieri, con i medici e i pazienti, descrivendolo come
una persona corretta e dai modi cortesi. Insomma nessuno, almeno
ai giornalisti, sembrava voler ammettere le maldicenze che pure
erano girate sul conto dell'uomo.
In attesa del giudizio d'appello, Busnelli ottenne la libert con
obbligo di firma, dopo aver trascorso in carcere quasi due anni. Ma
la Procura Generale impugn il provvedimento della Corte d'Appello,
e il Tribunale del Riesame revoc la libert sulla base di due
considerazioni strettamente collegate: con il suo comportamento,
Busnelli aveva violato quelli che erano i suoi doveri sull'assistenza
ai pazienti, e per le modalit dei fatti che gli erano attribuiti c'era
il rischio fondato che potesse nuovamente mettere in atto la sua
condotta delittuosa.
Le speranze della difesa in un ribaltamento del giudizio a carico
dell'imputato nel processo d'Appello andarono deluse. Il nuovo
processo, infatti, lo riconobbe di nuovo colpevole e gli concesse
solamente la riduzione di pena prevista per la continuazione dei reati,
condannandolo a sedici anni e otto mesi di reclusione. L'imputato
doveva cos restare a San Vittore, in attesa di un altro ricorso alla
Suprema Corte annunciato dal suo difensore. Ma l'anno seguente
(si era ormai nel 1997) la condanna di secondo grado fu confermata
in via definitiva dai giudici di piazza Cavour. Sull'infermiere della
morte calava cos il sipario.
 Note.
1. Cfr. A. Accorsi - D. Ferro, Il racket dei morti, in lid, Milano giallo e nera, Newton Compton,
Roma 2013, pp. 263-76.
2. Cfr. A. Accorsi - M. Centini, Gli infermieri della morte, in Iid., I serial killer. Newton
Compton, Roma 2006, pp. 245-55.
3. A. Arachi, Vita da "signor omicidi", Corriere della Sera, 3 dicembre 1992.
4. F. Gatti - E. Stucchi, L'infermiere della dolce morte, Corriere della Sera, 2 dicembre 1992.
5. Delitti in corsia, processo, Corriere della Sera, 15 giugno 1993.
6. Ibidem.
7. Questa e le citazioni che seguono sono tratte da G. Di Feo, Ergastolo all'infermiere,
Corriere della Sera, 18 giugno 1993.
8. A. Arachi, Vita da signor omicidi, cit.


Capitolo 22.
Noi, i ragazzi dello zoo di Satana
Paolo Leoni & c., 1977-.

Un gruppo di giovani normali, come si affannarono a presentarli
i loro avvocati difensori, inseriti nel contesto sociale e che si guadagnavano
quasi tutti da vivere lavorando. In comune, la passione
per la musica heavy metal di ispirazione satanista, che li port a
fondare una setta dietro il cui paravento di teschi, corna, candele e
simbologia assortita quei ragazzi celavano le loro frustrazioni, i loro
istinti violenti, le loro perversioni. E quattro vittime accertate, scelte
all'interno del loro stesso gruppo, alle quali potrebbero essersene
aggiunte molte altre.
Sono gli ingredienti di quell'autentico viaggio nell'orrore che
 stata l'inchiesta giudiziaria sulle Bestie di Satana. Una setta
dall'ideologia - se di essa si pu parlare in proposito - praticamente
inesistente, con un substrato culturale in materia di satanismo appena
abbozzato e appiccicato come pretesto alle pratiche compiute in seno
al gruppo. Ben altro peso risultano aver avuto l'abuso di alcolici, il
ricorso massiccio a stupefacenti, allucinogeni e psicofarmaci, oltre
al clima di terrore, autoritarismo e sudditanza instaurato fra loro
che divenne l'elemento-chiave per perpetuare ogni genere di abuso
fisico e psicologico, condito di minacce e ricatti. Fino all'omicidio
e all'induzione al suicidio.
Com' stato osservato da uno dei magistrati chiamati a giudicare i
loro delitti, oltre alla passione per la musica black metal le Bestie di
Satana erano unite fra loro da una sorta di occultismo casereccio,
fatto in casa, e fatto molto, se non esclusivamente, di suggestione
e di allucinazioni chimiche che si sposava con una certa tendenza
al satanismo contenuto nella musica che ascoltavano, e che alcuni
di loro suonavano(1).
In un certo senso, i sedicenti adepti del demonio cresciuti nell'immediato
hinterland di Milano tra ventesimo e ventunesimo secolo, erano davvero delle
bestie. Visto dall'esterno, il loro gruppo somiglia a un branco, dove
il volere del capo non si discute e si ripercuote su tutti i sottoposti.
E guai a trovarsi nei panni delle prede designate, perch la sorte 
segnata senza via di scampo. Dimenticato ogni barlume di ragione
umana, prive di morale e di piet - come gli animali, appunto -, le
figure dominanti si muovevano in base ai propri istinti, decidevano
per tutti e sfruttarono fino in fondo il potere di vita e di morte che
si erano dati sul resto del gruppo.
A farne le spese sono stati almeno in quattro, tutti ragazzi che con loro
avevano condiviso, per anni, non solo le serate in birreria, trascorse a
suonare e ad ascoltare musica pesante, ma anche i riti di iniziazione
e di sottomissione che componevano l'attivit abituale della setta.
I primi a rimetterci la vita furono due giovanissimi, Fabio Tollis e
Chiara Marino. Fabio, sedicenne di Cologno Monzese, cantava in
un gruppo heavy metal; entrato nel giro delle Bestie attraverso i
pub frequentati dai metallari, come il Midnight di via Altaguardia,
non ne sarebbe pi uscito vivo. Chiara, diciannovenne di Corsico,
suonava nello stesso gruppo di Fabio. Affascinata dal satanismo,
nella sua camera aveva allestito un altarino con candele nere, un
telo con una stella a cinque punte, la riproduzione di un grosso piede
di caprone e un teschio. Per le altre Bestie, Chiara era la vestale
di Satana: per questo venne costretta ad avere rapporti sessuali con
tutti i membri della setta.
Fabio e Chiara scomparvero una sera di gennaio del 1998. Lasciato
il Midnight sull'auto di un altro membro della setta, i due furono
portati in un bosco del Varesotto dov'era gi stata scavata la fossa
che avrebbe dovuto accogliere le spoglie di Chiara: la ragazza voleva
lasciare la setta, e tanto era bastato per trasformarla in una vittima
sacrificale. Una volta giunti sul posto, per, e capite le intenzioni
degli altri, Fabio si ribell. E scrisse cos anche il proprio destino
di morte. Secondo un altro adepto, invece, la decisione di uccidere
anche lui era gi stata presa, perch si era innamorato di Chiara e
questo era un segno di debolezza intollerabile secondo le regole
che si era data la setta.
L'esecuzione dei due sfortunati fidanzatini fu di rara efferatezza.
I due ragazzi furono fatti oggetto di decine di coltellate, a Fabio
venne fracassato il volto con una mazza da muratore. Quindi furono
gettati, agonizzanti, nella fossa. Per non sentire le urla di Fabio, i
suoi aguzzini gli cacciarono in bocca alcuni ricci di castagno. Il
colpo di grazia fu assestato a colpi di vanga. Infine, i loro carnefici
fumarono sopra l'improvvisato sepolcro, gettandovi dentro alcuni
mozziconi di sigaretta, e uno di loro vi orin sopra.
Ad attestare il clima di assoluta omert che regnava fra i membri
della setta  il fatto che, per anni, nessuno apr mai bocca su quanto
era successo quella notte. Ma quel duplice omicidio fu solo il primo
compiuto dai membri della setta.
Pochi mesi dopo, infatti, un altro componente del gruppo pag con
la vita la sua assenza nella notte in cui furono tolti di mezzo Chiara e
Fabio. Da quel giorno, per mesi, Andrea Bontade, ventenne di Somma
Lombardo (Varese), fu sistematicamente imbottito di allucinogeni e
martellato con frasi quali sei una nullit, non vali niente perch,
come spieg un'altra delle Bestie, era considerato un traditore,
un anello debole della catena e quindi doveva essere eliminato(2).
Alla fine, il giovane croll e accett di schiantarsi a folle velocit
con la sua auto sulla rotonda di un incrocio a Gallarate. Uno dei
capi della setta gli aveva dato 10.000 lire, quanto bastava per fare
benzina, dicendogli: O lo fai tu o lo facciamo noi(3).
Fra i tanti che sapevano la verit su quell'incidente apparentemente
inspiegabile, ma anche sulla scomparsa di Chiara e Fabio - ai
genitori dei quali i ragazzi della setta andavano ripetendo che se ne
erano andati di loro volont, inventando ogni volta una destinazione
diversa - c'era un'altra ragazza. Mariangela Pezzotta, di ventisette
anni, comproprietaria di un negozio di abbigliamento a Sesto Calende,
era stata la fidanzata di uno dei capi della setta. Gi rompere
quella relazione non era stato facile per lei: l'ex compagno l'aveva
minacciata di morte. Ma quando gli fece capire che intendeva abbandonare
per sempre il gruppo delle Bestie, queste capirono che
era giunto il momento di togliere di mezzo anche lei.
Sei anni dopo la notte degli orrori nel bosco, ne and in scena
un'altra; teatro, uno chalet di Golasecca di propriet della famiglia
della nuova fidanzata dell'ex ragazzo di Mariangela. Questi la convinse
a raggiungerlo con un pretesto e, dopo averla lasciata fumare
una sigaretta, le spar in bocca un colpo di pistola. Poi chiam un
altro membro della setta che la fin, massacrandola con un badile.
Il corpo della ragazza fu avvolto in sacchi di plastica e sepolto in
maniera approssimativa nella serra dello chalet.
L'ex fidanzato, insieme alla sua nuova compagna, provvide quindi
a portare via l'auto di Mariangela, con l'intento di gettarla in un canale;
ma, inebetiti dalla droga di cui avevano fatto ampio uso negli
ultimi giorni, i due andarono a sbattere contro un muretto. Ricoverata
in ospedale, la giovane rivel alla madre del fidanzato quello
che avevano fatto. Quando i carabinieri arrivarono nello chalet per
verificare se quel macabro racconto corrispondeva a verit, scorsero
una mano e un piede della vittima che spuntavano dal terreno.
Da quel momento, a pi riprese, gli assassini e i loro complici furono
tutti individuati e arrestati. E seguendo le tracce dell'omicidio
di Mariangela Pezzotta, si riusc a fare luce anche sulla scomparsa
di Fabio Tollis e Chiara Marino.
All'origine di tutti quei delitti non c'era alcun movente razionale,
se non una crudelt fine a se stessa, dettata pi dalla spietata logica
del branco che dalla gelida pianificazione criminale. Gli investigatori
della Procura di Busto Arsizio seppero inserirsi con abilit tra le pieghe
della fedelt e dell'omert reciproca che fino ad allora avevano
coperto le nefandezze della setta. Alcuni degli arrestati furono convinti
a pentirsi e, grazie alle loro confessioni (e ad alcune intercettazioni),
l'intera vicenda delle Bestie di Satana fu ricostruita nei minimi
dettagli. A partire dai nomi dei carnefici di Chiara, Fabio, di quelli di
Mariangela e di chi aveva indotto al suicidio Andrea.
L'ex fidanzato dell'ultima vittima era Andrea Volpe, nato nel 1977
a Somma Lombardo. Senza lavoro, tossicomane, qualche precedente
per rapina e spaccio, il Volpe sognava di diventare una star della
musica black metal. Appassionato di satanismo, disse di aver cominciato
a frequentare le Bestie di Satana fin dall'et di diciotto anni. Il
suo aspetto mefistofelico era assicurato da capelli lunghi, pizzetto,
una mole di tatuaggi, l'abbigliamento da metallaro e un pitone,
chiuso in una teca, che si portava dappertutto. Nei suoi diari aveva
riempito pagine e pagine di deliri e presunte formule algebriche che
dovevano servire a ipnotizzare e a evocare il demonio.
La sua ragazza all'epoca dell'omicidio di Mariangela Pezzotta
era Elisabetta Ballarin, milanese e all'epoca del delitto appena
diciottenne. Classica ragazza di buona famiglia (il padre, Alberto,
era giornalista sportivo e documentarista) e studentessa di liceo (si 
diplomata al linguistico di Busto Arsizio), Elisabetta era finita in un
giro di cattivi soggetti a cominciare proprio dal Volpe, che l'aveva
trascinata nella dipendenza da droghe e psicofarmaci.
Alcune settimane dopo l'arresto di Volpe e della Ballarin, per quello
che appariva come un delitto d'impulso compiuto da due giovani
sbandati e strafatti, Volpe si decise a vuotare il sacco: venne cos
a delinearsi in tutta la sua assurdit il quadro dei delitti. A quello
della Pezzotta si aggiungeva il duplice omicidio di Fabio e Chiara,
i cui corpi furono trovati alla fine di maggio del 2004 nei boschi
tra Somma Lombardo e Arsago Seprio. Un contributo alle indagini
arriv anche dalla determinazione e dall'insistenza con le quali il
padre di Fabio, Michele Tollis, non aveva mai smesso di cercare
notizie sulla sorte del figlio, arrivando a spendere tutti i suoi averi
e a perdere il lavoro pur di investigare per conto proprio, a caccia
della verit. Una verit che, quando finalmente emerse, si rivel
amarissima, imprevedibile e sconvolgente.
L'ordine di eliminare Mariangela sarebbe stato impartito a Volpe
da Nicola Sapone, di tre anni pi giovane di lui e chitarrista in un
gruppo heavy metal satanico. Il simbolo del diavolo tatuato su un
braccio, Sapone era di origine calabrese ma abitava a Dairago e
faceva l'idraulico. Era stato lui ad aiutare Volpe a sopprimere Mariangela,
come pure a infierire sui corpi di Chiara e Fabio dopo la
loro sepoltura.
Fra i primi a raggiungerli in carcere fu Pietro Guerrieri, detto Wedra
(come il filtro del chilum), nato a Brugherio nel 1977, operaio con
una dipendenza dalla cocaina. In seguito vennero poi arrestati Eros
Monterosso, Marco Zampollo e Massimiliano Magni.
Il primo, nato nel 1977 a Cesano Boscone, nella vita alternava
l'impiego in un'azienda a quello di buttafuori. Zampollo, di un anno
pi giovane, di Brugherio come Guerrieri, faceva l'operaio; Magni,
nato a Vignate nel 1980, il magazziniere.
Come ogni setta che si rispetti, anche le Bestie di Satana avevano il
loro medium, o almeno alcuni erano convinti di averlo, nella persona
di Mario Maccione, nato a Brugherio nel 1981, dunque minorenne
all'epoca del duplice omicidio di Fabio Tollis e Chiara Pezzotta. Era
lui a mettersi in contatto con gli spiriti maligni, cadendo in trance,
e per questo i compagni lo chiamavano Putiferium.
Il capo della setta, nonch mente e leader carismatico del gruppo
di giovani satanisti,  stato ritenuto Paolo Leoni, detto Ozzy (dal
cantante Ozzy Osbourne, ex leader dei Black Sabbath). Un ruolo che
lui per ha sempre negato. Sono sconvolto - disse al suo avvocato,
Ettore Traini, subito dopo essere stato arrestato sono innocente
e non c'entro nulla con questa vicenda. Non facevo parte di alcuna
setta e non so nemmeno se ne esiste una(4). Per il procuratore di
Busto Arsizio Antonio Pizzi, invece, era proprio lui a dare gli ordini
agli altri adepti. La sua, osserv Pizzi,  una personalit di spicco
all'interno del gruppo. Ma anche Volpe e Sapone erano persone
che contavano, persone di peso; secondo lo stesso magistrato, il
carisma di Leoni era dovuto alla sua particolare attenzione agli
aspetti satanici della setta, che rimangono sullo sfondo, ed anche al
fatto che faceva e fa rock heavy metal(5).
La figura di Paolo Leoni  fra quelle che lasciano pi sconcertati:
per i suoi trascorsi, pieni di brutte esperienze; per la doppiezza della
sua personalit, in apparenza irreprensibile ma nella realt di una
violenza decisamente fuori dal comune; e per l'assoluta padronanza
che era capace di esercitare su quelli che lo circondavano.
Nato nel 1977 a Corsico, Leoni lavorava come banconista del
pesce in un ipermercato, dopo aver fatto il piastrellista, il muratore
e l'imbianchino. Nella sua camera aveva dipinto le pareti di nero e
collezionava teschi di qualsiasi materiale; c'erano inoltre un machete,
una testa di caprone, pentacoli, numeri 666 e corni.
Il satanismo, in famiglia, era una sorta di tradizione. Il padre, Corrado,
era appassionato dell'occulto e per questo veniva chiamato
nientemeno che Satana. Nel 1985, all'et di quarantatr anni, si
era reso autore di un omicidio ai danni di un'ex cantante di night,
Maddalena Russo, quarantaseienne, titolare di una boutique in via
Giambellino. Il cadavere della donna venne trovato in un campo
alle porte di Milano. L'autopsia stabil che era stata massacrata a
calci e pugni e infine strangolata con una cintura. Giudicato insano
di mente, Corrado Leoni era finito nel manicomio criminale di
Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano.
Nel volgere di pochi mesi, Paolo aveva perso sia il padre che la
sorella. Dopo il suo arresto, le loro tombe vennero danneggiate da
sconosciuti. Il doppio lutto ravvicinato doveva aver segnato profondamente
il giovane, che poco tempo dopo venne fermato mentre
camminava sui binari della metropolitana, ubriaco e sotto l'effetto di
sostanze stupefacenti. Paolo spieg che intendeva togliersi la vita.
Con la sua forte personalit, Ozzy era in grado di dominare il
resto del gruppo al punto da costringerlo a fare quello che voleva.
Tutti i testimoni furono concordi nell'affermare la sua leadership:
Rivendicava poteri magici - disse uno di loro -, faceva finta di
cadere in trance e disegnava dei segni per terra per impressionare il
gruppo che gli credeva e gli obbediva ciecamente(6).
Autoproclamatosi leader della setta, Leoni era solito aggredire gli
altri membri per dimostrare la sua supremazia. Guerrieri lo accus,
tra l'altro, di aver morso alcuni di loro; lui, da parte sua, replic di
averlo fatto solo con Fabio Tollis, al termine di un'accesa discussione,
perch aveva fatto delle avance alla sua ragazza. Col tempo,
Ozzy impose anche una sorta di organizzazione del gruppo, con
ruoli precisi per ciascuno. Come collante - spieg un ragazzo
che se ne era allontanato dopo aver avuto un quadro completo dei
comportamenti che esso metteva in atto - c'era il suo pensiero filosofico
satanista nel sostenere che occorreva imparare a mentire e
a dissimulare per essere sempre pi malefici(7). Il motto di Leoni
era: Chi sbaglia paga, chi tradisce muore.
Chiara Marino era una sua vicina di casa e si era invaghita di lui
fin da bambina. Ma il giovane sembrava incapace di avere una
relazione sentimentale improntata all'affetto e al rispetto reciproci.
Diverse ragazze lo avevano lasciato, dopo aver subito minacce e
violenze ed essere rimaste sconcertate dai rituali che Leoni veniva
compiendo con i suoi seguaci.
Quasi tutti i membri della setta erano incensurati. Di molti di loro, i
legali hanno tentato di tratteggiare il ritratto di ragazzi come tutti gli
altri, studenti o, per la maggior parte, lavoratori, seri e dal comportamento
inappuntabile, o quasi. Di Leoni, ad esempio, nonostante
i suoi trascorsi un altro avvocato, Ugo Giannangeli, ha detto che
la sua vita era tutt'altro che vuota.  un ragazzo - ha rimarcato il
legale - che ha avuto tremende vicissitudini familiari, aveva uno
splendido rapporto con la sorella morta e ne ha uno altrettanto meraviglioso
con la madre, ha sempre lavorato, non aveva problemi
con le donne, ama la musica(8). Insomma, un ragazzo modello.
Di tutt'altro tenore le parole alle quali ricorsero i giudici per descrivere
quei ragazzi. Il GUP di Busto Arsizio Maria Greca Zoncu
sottoline di essersi trovata di fronte a un aggregato di personalit
deboli, immature, ineducate, sostanzialmente svantaggiate che hanno
costruito un maldestro edificio nel quale albergare la loro assoluta
povert morale(9). Nelle motivazioni della sentenza, i giudici
della Corte d'Assise di Busto Arsizio scrissero che gli autori dei
delitti apparivano deboli, problematici, tutti border line, ragazzi
che usano la violenza come metodo per sopraffare i pi deboli e
per superare le proprie frustrazioni(10). E riprendendo al processo
d'appello il concetto espresso dai giudici di primo grado, il sostituto
procuratore generale di Milano Paola Capobianco afferm che
le Bestie di Satana uccidevano per riempire il vuoto pneumatico
delle loro esistenze. Non meritano nessuna attenuante - aggiunse il
PG - perch non ci sono elementi in grado di bilanciare le tragedie
che hanno provocato(11).
Per gli omicidi commessi dalla setta. Paolo Leoni e Nicola Sapone
sono stati condannati in via definitiva a due ergastoli ciascuno, Marco
Zampollo a ventinove anni e tre mesi, Eros Monterosso a ventisette
anni e tre mesi, Elisabetta Ballarin a ventitr anni, Andrea Volpe a
vent'anni, Mario Maccione a sedici, Pietro Guerrieri e dodici anni
e otto mesi e Massimiliano Magni a nove anni di reclusione.
Per gli inquirenti, ad assassinare materialmente Chiara e Fabio,
facendo poi credere che fossero fuggiti insieme, furono Sapone e
Volpe insieme a Maccione. Pur non avendo preso parte di persona
al duplice omicidio, Leoni, Monterosso e Zampollo vennero ritenuti
responsabili di un ruolo ideativo, organizzativo e di supporto nel
piano che aveva portato alla loro morte(12). Il delitto Pezzotta, invece,
aveva coinvolto Volpe e la Ballarin; poi i due avevano chiamato
Sapone per completare l'opera.
A oggi, l'unica del gruppo che ha ottenuto la semilibert  Elisabetta
Ballarin, che ne ha approfittato per frequentare l'Accademia di Belle
Arti di Brescia, dove ha conseguito la laurea triennale con il massimo
dei voti e la lode. Dopo aver vinto una borsa di studio bandita
dal Comune di Brescia per sostenere le idee imprenditoriali degli
studenti che frequentano le universit cittadine, sta frequentando
il biennio di specialistica all'Accademia Santa Giulia. E nel 2013
ha presentato la domanda di grazia al presidente della Repubblica.
Le inchieste sulle Bestie di Satana non hanno chiarito molte altre
morti legate ad ambienti satanici, tutte di giovani di et comprese
tra i sedici e i trenta anni. Si tratta di nove apparenti suicidi, ai quali
si aggiunge la scomparsa di un altro ragazzo, Christian Frigerio,
ventitreenne di Carugate, che lavorava come operaio in una impresa
edile. Dieci misteri che attendono ancora una soluzione.
 Note.
1. Le Bestie di Satana uccidevano per riempire un vuoto, La Gazzetta del Mezzogiorno,
13 aprile 2005.
2. Bestie di Satana: Era un traditore cos Andrea fu portato a uccidersi, la Repubblica,
11 ottobre 2005.
3. Ibidem.
4. Gli ultimi tre arrestati si rifiutano di parlare, la Padania, 30 luglio 2004.
5. Bestie di Satana", altri 3 in cella, la Padania, 29 luglio 2004.
6. Dovevamo essere pronti a far del male ai nostri genitori e alla fidanzata, Il Tempo,
5 ottobre 2005.
7. Ibidem.
8. F. Mazza, Bestie di Satana, la parola alla difesa: Sono ragazzi normali, non degli sbandati,
la Padania, 11 maggio 2007.
9. Le Bestie di Satana uccidevano per riempire un vuoto, cit.
10. C. Del Frate. Il coraggio di un pap ha sgominato le Bestie di Satana, Corriere della
Sera, 6 maggio 2006.
11. F. Mazza, Le Bestie uccidevano per noia, la Padania, 10 maggio 2007.
12. Bestie di Satana, altri 3 in cella, cit.


Capitolo 23.
Il solito sospetto
Massimo Carminati, 1958-.

Lo chiamano l'ultimo re di Roma.  stato un terrorista - ha militato
nelle file dei NAR di estrema destra - e un bandito, per conto del
pi importante sodalizio criminale nella storia del Paese, la Banda
della Magliana. Nel suo curriculum non si sarebbe fatto mancare
nulla. E, come un fiume carsico, nonostante gli arresti, i processi,
le condanne, nel corso degli anni  sempre riemerso all'orizzonte
della cronaca. Quella nera, come lui.
Secondo alcuni, le sue relazioni pericolose lo avrebbero portato
a condividere affari indicibili con i servizi segreti deviati. Il suo
nome appare nei fascicoli d'indagine sui grandi misteri della storia
nazionale, dalla strage di Bologna all'omicidio del giornalista Mino
Pecorelli. Inchieste dalle quali  sempre uscito indenne. Si sono
rivolti a lui, per sentirlo come testimone, anche i magistrati che
indagano sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.
Negli ultimi anni, non c' praticamente grossa inchiesta sul malaffare
nella quale non compare il suo nome, come le tangenti sulle
grandi opere della capitale o l'ultimo scandalo del calcioscommesse.
Lui, per quanto pregiudicato, indagato, sospettato, interrogato, sarebbe
sempre l, a portare avanti le sue trame, i suoi interessi, il suo
potere su ampie fette della citt. Gira a piedi o in sella a un motorino,
veste abiti comuni, disdegna i cellulari. Insomma, cerca di apparire
il meno possibile. E questo  probabilmente uno dei suoi segreti
del mestiere. Perch muovendosi sempre sottotraccia si  garantito
una longevit, delinquenziale e non solo, che nel nostro Paese
trova eguali solo in alcuni boss di mafia. E perch, cos facendo,
continuerebbe a mantenere il suo potere su Roma.
Eppure Massimo Carminati, oggi cinquantacinquenne, 
milanesissimo. A Milano  nato e vissuto fino all'adolescenza, e qui ha
mantenuto la sua residenza fino all'et di venticinque anni. Anche
se, a quella data, aveva gi lasciato il capoluogo lombardo da un
pezzo, destinazione Roma. La famiglia - gioiellieri che conducevano
una vita agiata - vi si era trasferita negli anni Settanta, con
lui ancora adolescente. A met del decennio, appena maggiorenne,
Massimo frequentava gi i ranghi dell'eversione neofascista e della
malavita comune, complici i bar del suo quartiere, Monteverde, che
fungevano da ritrovo per l'una e per l'altra. Anzi, diventer proprio
lui il collegamento tra quei due mondi.
Le sue simpatie politiche sono da subito e rimarranno sempre a
destra. Frequenta una sezione dell'MSI, poi il FUAN e infine Avanguardia
nazionale. Prende parte a numerosi cortei e manifestazioni
che sfociano in scontri di piazza con la polizia e con i rossi. E
cos che si guadagna le prime denunce per atti violenti, rissa e aggressione,
ma anche la fama di duro che gli varr rispetto e tributi
nell'estrema destra romana.
Alle superiori ha come compagni di scuola Alessandro Alibrandi,
Franco Anselmi e Valerio Giusva Fioravanti, che come lui diverranno
tutti membri storici dei Nuclei armati rivoluzionari, aderenti
al cosiddetto gruppo dell'EUR. A Fioravanti e a suo fratello Cristiano
lo lega un'amicizia che risale ai tempi dell'adolescenza, mentre con
Anselmi divide un'abitazione a Perugia, dove i due frequentano per
qualche tempo l'universit.
 uno - dir di Carminati Valerio Fioravanti - che non voleva
porsi limiti nella sua vita spericolata, pronto a sequestrare, uccidere,
rapinare, partecipare a giri di droga, scommesse, usura(1). Attivit che
non sempre coincidono con la strategia politica, anzi se ne
allontanano vistosamente. Non a caso, fin dagli inizi della sua carriera
Carminati si distingue nell'affiancare alla militanza eversiva, in nome
di un ideale politico, la frequentazione della malavita comune, e in
particolare della nascente Banda della Magliana, destinata a diventare
tra gli anni Settanta e Ottanta la pi importante organizzazione
criminale romana, capace di monopolizzare il traffico degli stupefacenti,
i sequestri di persona, il gioco d'azzardo, le rapine, le evasioni
pi clamorose e una lunga serie di sanguinosi regolamenti di conti
nella capitale. A muovere Carminati in questa direzione sono meri
obbiettivi materiali.
 anche per queste doti che Fioravanti lo coinvolge nell'attivit
dei NAR: Carminati ha molti contatti che possono rivelarsi preziosi,
pu fornire ai terroristi qualsiasi arma o esplosivo e dimostra una
non comune conoscenza di bombe e affini, al punto da impartire
lezioni sul confezionamento di ordigni esplosivi a quelli della
Banda della Magliana(2). Ha rilevato in proposito un estremista di
destra pentito, Angelo Izzo:
Pur partecipando solo marginalmente a scontri, sparatorie ed episodi della
miniguerra che ha insanguinato la capitale intorno al 1977 fra estremisti di
destra e di sinistra, Carminati gode di grandissimo prestigio. Probabilmente
perch  la persona dell'ambiente di destra maggiormente legata gi allora
alla malavita romana [...]. Questo gli permette di tenere un rapporto di superiorit
con i sorgenti terroristi neri, ai quali  in grado di fornire appoggi e
aiuti di ogni genere(3).
Un esempio di quanto tornino utili ai neofascisti le conoscenze
di Carminati nella mala  offerto in occasione della rapina che
esponenti dei NAR e di Avanguardia nazionale mettono a segno nel
1979 alla filiale della Chase Manhattan Bank in piazzale Marconi,
all'EUR. Carminati, che ha preso parte personalmente alla rapina,
provvede a girare parte dei proventi, traveller cheque difficilmente
riciclabili, al boss della Banda della Magliana Franco Giuseppucci,
dedito - fra le altre attivit illegali - al prestito di denaro a tassi da
usura. Giuseppucci ricambia il favore indicando a Carminati un
gioielliere compiacente, disposto a ricettare il bottino che il giovane
rapina in gioiellerie e filatelie della capitale con la batteria di
rapinatori neofascisti guidata da Giuseppe Dimitri.
Ancora, i neofascisti offrono alla banda manovalanza per lavori
sporchi come il recupero crediti - con le buone o, pi spesso, con
le cattive: ad esempio, sfasciano le strutture di lavoro dei debitori,
o li rapinano - ma anche per l'eliminazione fisica di chi pesta i
piedi agli uomini della Magliana e ai loro traffici. E il caso di un
omicidio avvenuto nel 1980, vittima un tabaccaio romano, Teodoro
Pugliese, che ostacolava il traffico di stupefacenti di Giuseppucci. E
del ferimento di Mario palle d'oro Proietti, della famiglia rivale
della Magliana, al quale Carminati, secondo la testimonianza di un
altro membro della Magliana, Claudio Sicilia, partecipa con Claudio
Bracci e altri della banda.
Ancora, un altro pentito, Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio,
lo ha accusato di due delitti maturati nell'ambiente delle scommesse
clandestine sui cavalli. Quel giorno - si difende lui - ero ricoverato
al Celio, l'ospedale militare, e il mio avvocato ha gi fornito le prove
di quello che dico(4).
Col tempo gli intrecci tra i due sodalizi - neofascisti e Banda
della Magliana - si fanno sempre pi frequenti, fino a quando un
incidente di percorso rischia di minare le basi di quella che fino a
quel momento  apparsa a entrambi una collaborazione redditizia.
Giuseppucci assegna a un altro membro dei NAR, Paolo Aleandri,
un incarico delicato: custodire per conto della Banda un borsone
pieno di armi. Aleandri per non mantiene le consegne, e le armi,
dopo essere state impiegate da altri esponenti della destra
neofascista, non risultano pi reperibili quando il boss le chiede indietro. La
Magliana, per rivalsa, rapisce Aleandri e lo tiene in ostaggio fino a
quando Carminati, insieme ad alcuni compagni di militanza, ottiene
il suo rilascio offrendo come riscatto altre armi (mitra e bombe a
mano) rimediate dai terroristi.
Le stesse armi finiscono nell'arsenale che la Banda della Magliana
teneva nascosto nei sotterranei del ministero della Sanit. Uno dei
mitra (un mab con il numero di matricola abraso e il calcio modificato
artigianalmente) sar riconosciuto dal pentito della Magliana
Maurizio Abbatino fra le armi fatte trovare nel 1981 in una valigetta
sul treno Taranto-Milano, insieme a documenti e allo stesso
esplosivo utilizzato nella strage di Bologna. Si tratta del depistaggio
messo in atto da due ufficiali del SISMI, il servizio segreto militare,
su imbeccata del capo della loggia p2, Licio Gelli, per indirizzare
l'inchiesta verso l'eversione internazionale(5).
Condannato in primo grado a nove anni di reclusione insieme ai
due autori materiali del depistaggio, il generale del SISMI Pietro
Musumeci e il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, oltre
allo stesso Gelli, Carminati sar poi assolto in appello. Ma nessuna
sentenza potr mai cancellare l'intreccio di interessi tra NAR e Magliana.
Scambi di favori e coperture reciproche sono alla base di
un'ambivalenza di ruoli che trova la sua personificazione proprio
in Carminati.
Il milanese, romano d'adozione,  al tempo stesso bandito e terrorista,
ma anche - secondo la DIGOS - autentico uomo cerniera
tra la criminalit organizzata, i settori deviati dei servizi e le organizzazioni
eversive (tra cui anche la loggia p2)(6). Il primo reato
del quale viene accusato - evitando per l'arresto -  una rapina
in una banca romana nel 1979. All'epoca Carminati, poco pi che
ventenne,  agli esordi della sua carriera di delinquente e non risulta
aver preso parte ad alcun crimine di rilievo. Eppure il suo nome
viene fatto da alcuni pentiti della destra eversiva nell'inchiesta
su uno degli omicidi pi misteriosi della storia d'Italia: quello del
giornalista Mino Pecorelli.
Direttore del settimanale Osservatorio Politico e depositario di
molti segreti dei potenti dell'epoca grazie alle sue entrature negli
ambienti degli 007 nostrani, Pecorelli venne assassinato la sera
del 20 marzo 1979 con quattro colpi di pistola sparati da un killer,
dopo che era salito sulla sua auto parcheggiata in via Orazio
a Roma, vicino alla sede del giornale(7). Uno dei sicari, secondo le
dichiarazioni raccolte dal PM Giovanni Salvi, fra le quali quelle di
Cristiano Fioravanti, era proprio Carminati.
Come noto, Pecorelli era stato ucciso con proiettili Gevelot calibro
7,65 di fabbricazione francese: una marca rarissima, ma guarda caso
la stessa delle munizioni che quasi tre anni dopo il delitto furono
sequestrate nel citato deposito di armi della Magliana al ministero
della Sanit. Difficile pensare a una coincidenza: tutto faceva
supporre che i colpi per eliminare Pecorelli fossero stati prelevati
proprio da quel deposito. Ma per quanto riguarda l'identit di chi
fece quel prelievo, e soprattutto di chi premette il grilletto in via
Orazio, nel corso delle indagini non si pervenne ad alcuna certezza.
Come non fu trovato alcun elemento di riscontro alle dichiarazioni
che lo tiravano in ballo per rinviare a giudizio Carminati, che venne
prosciolto in istruttoria.
In seguito l'inchiesta a suo carico per l'omicidio Pecorelli  stata
nuovamente aperta. Ad accusarlo, stavolta, sono le dichiarazioni
di alcuni esponenti della Banda della Magliana, che riferiscono ai
magistrati quanto dicono di aver appreso da altri membri di rilievo
della banda, tutti nel frattempo morti ammazzati. Alle domande
degli investigatori, Carminati sceglie di non rispondere, facendo
scena muta: una costante nel suo comportamento processuale alla
quale non ha mai derogato. In compenso, chiede e ottiene il rito
immediato, andando subito a giudizio.
Carminati ascolta la lettura della sentenza in diretta dalla televisione
in un bar vicino al carcere di Rebibbia, pronto a costituirsi in caso di
condanna. Ma il verdetto  a suo favore. Verr poi definitivamente
assolto dalla Cassazione per non aver commesso il fatto, al pari
dei suoi presunti complici e mandanti: Giulio Andreotti, l'ex magistrato
e parlamentare Claudio Vitalone, il cassiere di Cosa Nostra
Giuseppe Cal, il boss mafioso Gaetano Badalamenti e il killer della
mafia Michelangelo La Barbera.
Come gi accaduto nel processo sulla strage alla stazione di Bologna,
anche stavolta Carminati esce dunque pulito da un'accusa
gravissima, legata a un episodio destinato a far discutere ancora
oggi. A suo carico restano comunque altri mandati di cattura legati
all'attivit svolta nelle file dei NAR.
Ricercato in tutta Italia, Massimo Carminati cade nella rete della
polizia il 20 aprile 1981 quando, insieme a due avanguardisti, tenta
di espatriare in Svizzera dal valico di Gaggiolo, vicino a Varese. Ad
attenderli al confine ci sono gli agenti della DIGOS, avvertiti da una
soffiata. Non appena scorgono l'auto con a bordo i tre, i poliziotti
aprono il fuoco e feriscono Carminati gravemente. Un proiettile lo
colpisce all'occhio sinistro, che perder, e rimane conficcato nel
cranio; un altro lo raggiunge a una gamba. Da quel momento,
Carminati comparir nelle foto segnaletiche con l'immancabile benda
sull'occhio. E, soprattutto, la sua breve ma intensissima stagione
di violenza sar finita per sempre.
I tre estremisti sull'auto risultano disarmati, e per questo motivo
sette poliziotti finiscono sotto inchiesta. Carminati sopravvive alle
ferite, guadagnandosi la nomea di immortale, o quasi. La sua detenzione
diventa perfino un caso politico: missini e radicali fanno a
gara nel reclamare la sua scarcerazione, per consentirgli di curarsi.
I referti medici parlano di spappolamento del bulbo oculare, frantumazione
del pavimento dell'orbita e lesioni gravi alla carotide:
per queste ferite Carminati viene operato sette volte.
Dopo un lungo braccio di ferro con le autorit giudiziarie, ottiene
la libert provvisoria, che per gli viene revocata dopo due mesi, in
seguito a nuove accuse a suo carico. Rinviato a giudizio insieme ad
altri cinquantacinque neofascisti dei NAR, Carminati deve rispondere
anche di buona parte della montagna di reati commessi dalla Banda
della Magliana (omicidi, rapine, estorsioni, riciclaggio, traffico di
droga...). Nel corso di una udienza del processo, racconta: Di
tutti [i membri della Banda della Magliana, n.d.a.] ho conosciuto
bene solo Giuseppucci, che abitava a cinquanta metri da casa mia.
Eravamo ragazzi, non avevamo la macchina, ci muovevamo solo
nel quartiere. Con Giuseppucci ho avuto solo un contatto: nel '79,
dopo una rapina alla Chase Manhattan Bank [...]. Poi non l'ho pi
frequentato. Ho continuato a commettere reati con altre persone,
ho pagato, ho confessato(8).
La pubblica accusa chiede di condannarlo a venticinque anni di
carcere, ma la pena definitiva viene ridotta a dieci anni in appello.
Tutto considerato, poteva andargli molto peggio. Anche perch sia in
questo che nell'altro processo, quello ai NAR, viene assolto dal reato
associativo. Lo stesso Giusva Fioravanti ha negato davanti ai giudici
che il suo ex camerata abbia fatto parte dell'organizzazione terroristica,
limitando il suo ruolo a quello di uno dei tanti fiancheggiatori.
Insomma, i pericoli maggiori con la giustizia er Cecato li ha
sempre schivati, evitando condanne pesanti e, nella maggior parte dei
processi, condanne tout court. Gi si  visto come si sono conclusi a
suo favore i lunghi procedimenti giudiziari sulla strage di Bologna e
sull'omicidio Pecorelli; a questi si  aggiunto quello sull'omicidio di
Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, i due militanti del centro sociale
milanese di sinistra Leoncavallo assassinati a Milano nel 1978
con otto colpi di pistola. Indagato per la duplice esecuzione insieme
agli altri neofascisti romani Claudio Bracci (suo cognato) e Mario
Corsi, Carminati nel 2000, quindi a ben ventidue anni di distanza
dai fatti, ha ottenuto l'archiviazione del procedimento dal GUP del
Tribunale di Milano Clementina Forleo. Identica conclusione era
stata chiesta dal PM Stefano D'Ambruoso.
Dopo una prima pista che ipotizzava una ritorsione nei confronti
dei leoncavallini da parte di personaggi coinvolti in un traffico
di droga, le indagini si sono indirizzate negli ambienti dell'estrema
destra romana, ipotizzando una trasferta di alcuni suoi elementi a
Milano per vendicare alcuni camerati caduti. Il gruppo di Carminati,
in effetti,  risultato aver frequentato Milano; non solo: le caratteristiche
somatiche e l'abbigliamento di Carminati in quel periodo
erano compatibili con la descrizione di uno degli assassini dei due
attivisti che aveva fatto un testimone, dicendo di aver visto un uomo
con l'impermeabile bianco e il bavero alzato. Ma per il PM non erano
state trovate prove sufficienti a carico degli indagati, e gli elementi
raccolti non avevano superato il carattere indiziario.
Si conclude invece con una condanna (non risulta essere giunta in
Cassazione) il procedimento che lo vede fra gli imputati per il furto al
caveau della Banca di Roma interno al Palazzo di Giustizia di piazzale
Clodio, compiuto nel 1999 da una ventina di persone che si sono portate
via, oltre a denaro, oro e gioielli per 50 miliardi di lire, una mole
di documenti riservati e quanto mai delicati. Un colpo clamoroso,
come pochi altri (e per certi versi nessuno) nella storia nazionale.
Come ha osservato la Procura di Perugia, incaricata delle indagini,
nel commando forse qualcuno era pi interessato ai documenti
che al contante(9): un interesse che si sarebbe orientato sia verso le
carte di alcuni processi nei quali erano implicati personaggi della
malavita romana, sia verso materiali personali di giudici e PM che
potevano essere usati per ricattare alcuni uomini dell'amministrazione
della giustizia.
Con una lista di precedenti come la sua, lunga come un elenco del
telefono, sembra quasi logico che gli investigatori sospettino anche
di er Cecato, che viene fermato insieme a storici cassettari
(scassinatori) romani e ad alcuni appartenenti alle forze di polizia,
accusati di complicit. Carminati, considerato nientemeno che la
mente del colpo, viene poi condannato a quattro anni, insieme a
organizzatori, esecutori e basisti.
All'alba del nuovo millennio,  coinvolto nell'inchiesta sulla
nuova Banda della Magliana con altre venti persone, accusate di
aver messo in piedi un'associazione per delinquere che si occupava
di usura e gioco d'azzardo per reinvestire i proventi del traffico
di droga. E nel 2012 il suo nome  spuntato perfino nell'inchiesta
sul calcioscommesse che ha portato a indagare e arrestare alcuni
calciatori di Serie A: Carminati avrebbe avuto contatti con uno dei
personaggi pi in vista fra quelli coinvolti nell'inchiesta, ovvero
Giuseppe Sculli, attaccante della Lazio ed ex di Juventus e Genoa,
nonch nipote di Giuseppe Morabito, detto Peppe Tiradritto, boss
della 'ndrangheta di Africo, nel Reggino.
Dopo aver intercettato una sua conversazione telefonica, gli investigatori
seguono Sculli come un'ombra. Appostati davanti all'albergo
romano dov' in ritiro con la sua squadra (allora il Genoa), vedono
arrivare una Smart che risulta intestata a un pluripregiudicato. Ma
alla guida dell'utilitaria non c' il proprietario. In una informativa si
legge che poche settimane prima, a un controllo, su quell'auto erano
stati identificati un giocatore di kick boxing incensurato e il noto
estremista Massimo Carminati; e verosimilmente - prosegue la
stessa informativa -  quest'ultimo l'uomo che si  incontrato con
Sculli(10). Si trattava davvero di Carminati? Se s, perch avrebbe
incontrato il giocatore nell'albergo della squadra alla vigilia di una
partita di campionato? A queste domande gli investigatori cercano
ancora di dare una risposta.
Nonostante questi inciampi, a oggi Carminati non ha pi alcun
conto in sospeso con la giustizia. Nessun residuo pena da scontare,
n condanne dopo quella al processo contro la Banda della Magliana.
E il suo potere nella capitale sembra pi forte e radicato che mai.
Fra le imprese che si sono spartite i subappalti della pi grande - e
costosa - opera pubblica italiana oggi in costruzione, la linea C della
metropolitana di Roma, ve ne sarebbero alcune espressione degli
interessi di Carminati(11). Secondo un imprenditore - si legge su
un quotidiano nel giorno della messa in onda di una inchiesta della
trasmissione tv Report su tangenti e infiltrazioni mafiose e criminali
all'ombra del Cupolone -, Carminati era nei lavori di Finmeccanica
[...]. Ma Carminati lo si trova anche nelle dismissioni del patrimonio
comunale, rimesse dell'ATAC e caserme(12).
A lui si sono rivolti perfino i magistrati che indagano sulla scomparsa
di Emanuela Orlandi, altro mistero fra i pi intricati della storia
contemporanea italiana. La ragazza, cittadina vaticana, spar nel
nulla nel 1983 e nel corso degli anni quell'evento  stato collegato,
di volta in volta, con l'attentato a papa Giovanni Paolo II, gli scandali
finanziari del Vaticano e la Banda della Magliana. Per tentare
di fare luce sulle circostanze della scomparsa, i PM della Procura di
Roma Italo Ormanni, Andrea De Gasperis e Simona Maisto hanno
sondato l'opinione di alcuni personaggi che hanno fatto parte della
banda o hanno gravitato intorno a essa. Fra questi anche Carminati,
sentito come testimone. L'uomo, che all'epoca dei fatti era detenuto
in carcere, si sarebbe detto scettico circa il coinvolgimento nella
vicenda del boss dell'organizzazione criminale Enrico De Pedis,
ucciso nel 1990.
Si pu ben comprendere come, con una simile biografia personale,
la figura di Massimo Carminati sia divenuta una sorta di leggenda
nera all'ombra della capitale. A lui si  ispirato Giancarlo De Cataldo
per tratteggiare il personaggio del Nero nel suo (giustamente)
celebrato Romanzo criminale, che nella trasposizione cinematografica
ha il volto di Riccardo Scamarcio e, in quella televisiva, di
Emiliano Coltorti.
 Note.
1. L. Abbate, A Roma la mala si fa in quattro, L'Espresso, 12 dicembre 2012.
2. Prima Corte di Assise di Appello di Bologna, sentenza del 16 maggio 1994 sulla Strage di
Bologna del 2 agosto 1980, cap. VII.
3. D. Biacchessi, Un attimo... vent'anni, Pendragon, Bologna 2001-2002, pp. 190,191.
4. G. Gallo, Ci incontravamo solo al bar, Corriere della Sera, 8 giugno 1996.
5. Cfr. A. Accorsi - D. Ferro, Incroci pericolosi (Bologna, 2 agosto 1980), in Iid., Gli attentati
e le stragi che hanno sconvolto l'Italia, Newton Compton, Roma 2013, pp. 211-224.
6. P. Bongini, Operazione Colosseo, Magliana decapitata, Corriere della Sera, 17 aprile 1993.
7. Cfr. A. Accorsi - M. Centini, L'osc ura morte di un cronista d'assalto, in Iid., Delitti italiani
risolti o irrisolti. Newton Compton, Roma 2013, pp. 447-53.
8. G. Gallo, Ci incontravamo solo al bar, cit.
9. A. Fiorucci, Colpo in tribunale, 7 condanne, la Repubblica, 3 aprile 2005.
10. N. Zancan, Sulle tracce di Sculli la banda della Magliana, La Stampa, 30 maggio 2012.
11. D. Autieri, Roma, le mani dei clan sulla metro C Cos venivano spartiti gli appalti, la
Repubblica, 14 aprile 2013.
12. E. Menicucci, Politici, affaristi, ex terroristi e le tangenti per la Metro C, Corriere della
Sera, 14 aprile 2013.


Capitolo 24.
Guerrieri di periferia
Francesco Gorla, 1961-.

Pi che rapinatori, si pu dire che erano una sorta di guerrieri metropolitani.
Perch le sparatorie che accompagnavano i loro assalti
- bersaglio preferito, furgoni blindati zeppi di denaro contante - non
erano imprevisti, o estremi rimedi per aprirsi una via di fuga: facevano
parte del loro modus operandi. Non solo erano messi in conto, ma
anzi erano necessari per portare a termine colpi molto azzardati. Se
ne rendevano conto gli stessi banditi, che a questo scopo si armavano
fino ai denti, procurandosi munizioni in grande quantit. Come si
resero conto, dopo l'ennesimo bagno di sangue nel quale non avevano
portato via un soldo, che agire in quel modo era assurdo: Una
violenza cos in centro non si pu fare, non hai il tempo!, disse un
bandito a un complice senza sapere di essere intercettato dalla polizia;
 stato quello scemo di Bastiano, gli rispose l'altro(1).
Bastiano  Sebastiano Mazzeo, l'ideatore della rapina che doveva
porre fine alle imprese della banda. Si deve a lui - classe 1957,
rapinatore di professione ma con poca fortuna, una forte rassomiglianza
giovanile con il boss Angelo Epaminonda - la pensata di
assaltare un portavalori in pieno centro abitato (seppure alle cinque
del mattino), a poca distanza da piazzale Maciachini, dove stazionano
stabilmente numerose auto delle forze dell'ordine. Un colpo
andato a monte e che trasform alcune vie della periferia di Milano
in un teatro di guerra, con centinaia di proiettili sparati tra i banditi
e le forze dell'ordine. Fu uno degli assalti pi feroci dai tempi degli
anni di piombo. A terra rimasero, raggiunti dai colpi esplosi dai
malviventi, in nove: cinque poliziotti, due carabinieri, una guardia
giurata e un passante. Uno degli agenti non sopravvisse alle ferite.
Ma non era Mazzeo il capo della banda dei Kalashnikov, come
fu ribattezzata dalle cronache; almeno, non l'unico. Fra gli altri, facevano
parte del gruppo due semiliberi; e proprio uno di essi  stato
ritenuto la guida della banda, nonch il suo membro pi violento
e spietato: Francesco Gorla, di quattro anni pi giovane, milanese,
detto il guerriero, un passato di terrorista nelle file di Prima Linea
e dei Comitati comunisti rivoluzionari e gi coinvolto in procedimenti
per banda armata e rapina. Come un altro componente della
banda, Gorla doveva essere dietro le sbarre, a scontare una lunga
pena detentiva dovuta a un cumulo di condanne: in tutto, tredici
anni e undici mesi di reclusione. Invece era a spasso. Peggio: aveva
trovato un rifugio sicuro in casa di un'insospettabile, Rita
Sanvittore, allora trentasettenne, assessore all'Ambiente (per
i Verdi) al
Comune di Cusano Milanino, dov'era stata anche difensore civico.
La donna aveva accolto Gorla nella sua casa di Paderno Dugnano,
senza sapere nulla del suo passato. Anzi, non conosceva neppure il
suo vero nome. Una leggerezza che poteva costarle cara.
Il curriculum criminale di Francesco Gorla affonda le radici molto
addietro nel tempo. Gi nel 1977 - quando aveva sedici anni! - venne
accusato dell'assalto a un'armeria di Gallarate (Varese) firmata Prima
Linea. Il suo nome compare poi in un'altra inchiesta sui Co.Co.Ri.,
per un traffico di armi (bombe, pistole e Kalashnikov) ricevuti dalla
Libia tramite terroristi palestinesi.
Caduto nella rete della polizia nell'operazione contro Prima Linea
del 1980, Gorla si prese una condanna a nove anni, ma dopo cinque
era gi libero per decorrenza dei termini di carcerazione. La sua
libert dur solo tre settimane, che trascorse a fare l'unica cosa che
sapeva: rapinare. Entrato in un'armeria di Milano, disse di voler
comprare un fucile da caccia, lo caric e poi minacci il negoziante,
prima di darsi alla fuga. Pochi giorni dopo ritent con una moto
esposta nella vetrina di una concessionaria, ma era senza batteria:
il motore non si avvi e il titolare della concessionaria, aiutato dal
figlio, riusc a disarmarlo e a consegnarlo alla polizia. La libert -
fu il suo tentativo di discolparsi al processo - mi ha fatto ripiombare
in un clima di paura. Mi sono sentito sperduto, senza soldi(2).
Orfano di padre, una sorella disabile, a mantenere la famiglia provvedeva
come poteva la madre, che faceva la colf. Mentre Gorla, una
volta riguadagnata la libert, aiz il tiro delle sue gesta da delinquente.
All'inizio degli anni Novanta gli vennero attribuite quattro rapine in
banca, compiute a Milano e nell'hinterland insieme ad altri due ex
appartenenti ai Co .Co .Ri. e a un dentista di Arese. Bottino complessivo,
pi di 900 milioni di lire. In uno di quei colpi, messo a segno
all'agenzia della comit dei mercati generali, i banditi tennero in ostaggio
ottanta persone. E in ogni rapina agirono sempre a volto scoperto,
muovendosi in perfetta sintonia e scambiandosi i ruoli: una tecnica
che ricorda quella degli espropri proletari negli anni del terrorismo.
Accusato anche di una rapina in banca in Alto Adige, Gorla pens
bene di cambiare aria e fugg all'estero, in Spagna. Qui tent di
mettere a segno un altro colpo insieme ad altri due italiani, i fratelli
Lucio e Michele D'Auria, altri personaggi di spicco di Prima Linea
a Milano. Bersaglio, un furgone blindato. Ma quella rapina fin
male: ne scatur una sparatoria, nel corso della quale morirono un
poliziotto spagnolo e uno dei banditi, Lucio D'Auria.
Nel 1997 Gorla venne estradato in Italia, dove lo attendeva la lunga
condanna in sospeso. Ma grazie a un cavillo procedurale si ritrov
libero, e ne approfitt per riprendere la latitanza. In una libreria al
centro di Milano dei suoi ex complici incontr Rita Sanvittore, che
vi lavorava come commessa. La rivide per caso in un bar in piazza
Duomo, le fece un invito che lei accett, in breve divenne il suo
convivente. Uno scherzo del destino, se si pensa che la donna si
chiamava come lo storico carcere milanese nel quale Gorla avrebbe
dovuto finire per quasi quattordici anni della sua vita...
Se avessi saputo che era un latitante - si  difesa lei - non l'avrei
mai portato con me presentandolo in famiglia, sul lavoro, in assemblee
pubbliche(3), come in effetti fece Rita. La donna per ha
ammesso di avere avuto dei dubbi quando, dopo una lite con Gorla,
lo cacci di casa e trov fra le sue carte un documento che riferiva
dell'arresto per la rapina in Spagna. Ma l'uomo le mostr l'atto di
scarcerazione, facendole credere che era tutto risolto.
In realt Gorla non aveva mai smesso di rapinare. Aveva solo fatto
cadere l'alibi degli scopi politici che avrebbero ispirato i primi assalti.
Insieme con nuovi e vecchi complici, mise a segno una lunga serie
di colpi, con obbiettivi via via sempre pi ambiziosi e arrischiati.
Ai componenti della banda di cui faceva parte sono state attribuite
quindici rapine compiute tra il luglio del 1997 e il gennaio del 1999;
nel mirino, dodici banche e uffici postali in Lombardia e Piemonte,
un carico di computer della ditta di spedizioni DHL e due tir di
aziende private carichi di orologi e telefonini.
Nel dicembre del 1997 sette banditi, armati degli inseparabili Kalashnikov,
firmarono il colpo all'ufficio postale di via Mazzini
a Milano durante il quale furono tenuti in ostaggio pi di cento
clienti. Nel frattempo, fuori, Gorla e un complice puntavano i loro
mitra con doppio caricatore sui lati opposti della strada, pronti a
sparare se fosse arrivata la polizia. Quel colpo frutt un bottino di
quasi 400 milioni di lire, che i banditi si spartirono nel negozio di
un fruttivendolo in via Montenero.
Col passare del tempo, la banda veniva alzando sempre pi l'asticella
del pericolo, per s e per gli altri, nella speranza di fare il colpo grosso,
quello che ti sistema per tutta la vita. Ci provarono in Svizzera nel
marzo del 1999, quando Gorla e altri cinque complici sequestrarono
in casa il direttore della ditta di trasporto valori Mat Securitas Express
di Chiasso e lo portarono al deposito, dove stavano per arrivare 16
miliardi in franchi svizzeri, una fortuna. Ma il dirigente fu pi svelto
di loro e riusc a chiudersi in una stanza blindata, lasciandoli fuori.
Invano i banditi misero mano alle armi. Sfumato il colpo, scapparono
lasciando le auto che avevano usato vicino al confine. Dalle impronte
digitali sulle portiere la polizia risal a tre di loro: uno, Giuseppe
Vacca, cinquantatr anni, era una vecchia conoscenza della polizia,
che lo riteneva un pezzo da novanta della malavita milanese. Vacca
era in semilibert, nonostante una condanna a otto anni e due mesi
per una rapina in banca a Padova del 1993, nella quale i banditi lanciarono
una bomba a mano che fer un agente. Per aprirgli le porte
del carcere, bast una dichiarazione di assunzione della moglie nella
galleria d'arte che possedeva a Boffalora Ticino. Un altro bandito,
Andrea Giannetti, pi anziano di cinque anni, si era unito al gruppo
grazie a una sentenza che lo aveva rimesso in libert con sei mesi di
anticipo, affidandolo ai servizi sociali. Sia Vacca che Giannetti erano
stati condannati in primo grado, con altri due complici, per una rapina
in banca nella quale era morto un quinto malvivente.
Il giro in cui si era inserito Gorla, insomma, era di quelli grossi.
Come i colpi che avevano in mente lui e Mazzeo. Peccato che non
sempre andassero come previsto. Al contrario. La banda prendeva
ostaggi, minacciava, aveva sempre il dito sul grilletto: la violenza,
insomma, faceva parte dei piani. Ma spesso si ritrovava a mani vuote.
Come a Chiasso, e come a Milano in una maledetta mattina di maggio,
crivellata di colpi sparati all'impazzata, costata la vita a un giovane
agente di polizia e il ferimento di altre otto persone, per non ricavarne
nulla.
Le cinque della mattina del 14 maggio 1999, un venerd, erano passate
da un minuto quando un furgone blindato della sefi, un'azienda
specializzata nel trasporto di valori, con tre guardie a bordo lasci
la sede dell'istituto di vigilanza Mondialpol in via Bovio, dopo aver
preso in consegna i soldi prelevati durante la notte dai portavalori
nel giro dei supermercati: pi di 5 miliardi di lire in contanti (alcune
fonti parlano di 6, altre di 9 miliardi). Il blindato non era in contatto
radio con la centrale, attiva solo dalle sette alle diciannove. I banditi
lo sapevano, ma scelsero di attaccare il furgone a poca distanza dalla
sede della Mondialpol, cos che gli altri dipendenti dell'istituto
diedero subito l'allarme.
Infilata via Bovio - una strada stretta a senso unico che sbuca in
via Imbonati - il furgone trov il passaggio ostruito da un autocarro.
L'autista tent di fare marcia indietro, ma altri banditi su un fuoristrada
Cherokee lo bloccarono alle spalle. Subito partirono le prime
raffiche di Kalashnikov, con le quali i banditi costrinsero le tre guardie
giurate a uscire e a consegnare, insieme alle pistole, la chiave di uno
dei due portelloni posteriori. Per aprire il secondo, del quale le guardie
non avevano la chiave, i banditi ricorsero al plastico, collocando pi
di un chilogrammo di esplosivo sul perimetro del portellone. Ma il
plastico non esplose, a causa di un difetto nell'innesco.
Mentre il colpo andava letteralmente in fumo - i detonatori elettrici
collegati alla batteria di una moto presero fuoco senza innescare
la carica minore che doveva far esplodere il plastico - i banditi
dovettero far fronte all'arrivo di tre Volanti della polizia e di due
autopattuglie dei carabinieri, alle quali si unirono due guardie della
Mondialpol, uscite dall'istituto per dare manforte ai colleghi. Tutti
vennero investiti da una pioggia di colpi, sparati dai banditi anche
contro i veicoli di passaggio: ne fece le spese, fra gli altri, un autobus
delle linee urbane a bordo del quale c'era solo l'autista, rimasto illeso.
Senza mai smettere di sparare (alcuni colpi arrivarono nella sede di
una ditta a oltre cinquecento metri di distanza), i banditi riuscirono a
raggiungere le auto che avevano lasciato per la fuga poco distante, in
via Abba: una di esse, una Audi, aveva il cofano anteriore rinforzato
per eventuali speronamenti. Ma una delle auto venne intercettata
a un posto di blocco in via Imbonati. Per poter proseguire verso
la Milano-Meda, ancora una volta i banditi fecero fuoco, ferendo
gravemente l'agente Vincenzo Raiola, ventisette anni, originario di
Torre Annunziata (Napoli) e residente a Trieste, dove abitavano i
genitori. Dopo otto anni nella Polizia ferroviaria, da appena tre mesi
Raiola era in servizio alla squadra Volanti della questura di Milano.
Mor dopo dieci giorni di agonia.
A sparargli, come accertato dalle indagini, fu Gorla, insieme
a Mazzeo e a Nicola Petrillo, trentanovenne milanese pregiudicato. A
loro e agli altri componenti della banda gli investigatori della sezione
Antirapine della Mobile risalirono dopo dieci settimane di indagini
serrate, trascorse dedicando al riposo il minimo indispensabile e
sacrificando al lavoro ogni domenica.
Quella di Gorla e Mazzeo era una banda di criminali comuni, attorno
alla quale gravitavano altri gruppi minori. Nei mesi successivi,
sotto inchiesta finirono in tutto ventitr persone, fra le quali un ex
carabiniere, un bancario e il basista del colpo in via Bovio, al quale
avevano preso parte in cinque, armati come un commando di soldati
spediti al fronte.
La banda disponeva di un arsenale impressionante, nascosto in
un'autorimessa a Vizzolo Predabissi.
Dentro quell'autorimessa la polizia recuper ben undici mitragliatori
Kalashnikov, sei mitragliatrici pesanti e sei pistole con una
montagna di munizioni, oltre a ventidue bombe a mano, diciassette
bazooka, venticinque chili di plastico e perfino tre mine anticarro,
venti antiuomo e quattro missili anticarro. Un arsenale decisamente
spropositato per semplici rapinatori.
Tutte quelle armi erano transitate dalla polveriera dei Balcani. A
fornirle erano stati due trafficanti croati, Eris Sovitti (sfuggito alla
cattura) e Davor Slavica, detto il bosniaco o lo zio. Nella ex Jugoslavia
alcuni componenti della banda frequentavano esercitazioni
militari: Gorla e Mazzeo, ad esempio, nell'estate del 1998 avevano
partecipato a campi di addestramento in Croazia.
Le armi, l'organizzazione e gli addestramenti danno la misura del
potenziale militare della banda. Il gruppo di fuoco del sodalizio
era guidato da Gorla insieme a un altro reduce del terrorismo rosso:
Fabio Canavesi, di un anno pi grande, gi componente della colonna
romana di Prima Linea.
Arrestati e condannati per le loro gesta da terroristi, i due si erano
dissociati dalla lotta armata, ma non si erano mai pentiti. E dopo aver
scontato la pena insieme, nel carcere di Bergamo, una volta tornati
liberi avevano riciclato la loro capacit militare nella delinquenza
comune. Un percorso simile a quello che, come si vedr, intraprese
Massimo Carminati, ma fermatosi molto prima.
Dopo l'arresto Francesco Gorla ha ribadito pi volte che, per lui,
la lotta politica era un capitolo chiuso da anni. E nessuno, a cominciare
dagli inquirenti, ne ha dubitato. Eppure sembrava ancora in
lotta con il mondo intero, con il sistema come si diceva ai tempi
del terrorismo. La sua prima linea erano diventate le strade dove
si trovavano i bersagli delle sue rapine.
Gli agenti lo catturarono una domenica mattina, non appena usc
dalla casa della Sanvittore, a Paderno. Gli agenti, tutti giovani fra
i quali una ragazza, gli misero le manette ai polsi ricorrendo alla
formula della lotta armata per ricordargli il collega ucciso: Gorla,
sei prigioniero in nome e per conto di Vincenzo Raiola(4).
Il direttore della ditta trasporto valori di Chiasso riconobbe le sue
foto. E le perizie sulle armi recuperate rivelarono che uno dei Kalashnikov
usati in Svizzera aveva gi sparato, un anno prima, in un centro
commerciale di Corsico: allora, due guardie giurate erano rimaste
gravemente ferite. Anche i testimoni di via Imbonati riconobbero le
foto di Gorla. Gli stessi secondo i quali il guerriero, quel giorno,
sparava all'impazzata, con cattiveria, con il gusto di fare fuoco(5).
Gorla sapeva di aver fatto un casino, come gli rinfacci Pino
Vacca durante una conversazione telefonica intercettata dagli inquirenti(6).
E per paura delle microspie, girava su un fuoristrada dal quale aveva
fatto togliere tutti i rivestimenti interni. Ma quella precauzione si
rivel inutile.
Il giorno dopo la rapina di via Imbonati, lo stesso Vacca si lamentava
in questi termini con la moglie Leila:
vacca: Quel cervellone l....
lella: Il Bastian contrario....
v: Niente lavori grossi, diceva....
l: Ma un guerriero come Francesco,perch si lascia....
v: Perch  un bambinone, Lella,  timido [sic!](7).
Dall'intercettazione di un altro dialogo tra Vacca e un interlocutore
rimasto ignoto, emersero le false rivendicazioni della fallita rapina
a nome della Falange Armata e le forniture d'armi dalla Bosnia,
ma anche altre critiche all'operato di Mazzeo.
vacca: Un 10% a quello della dritta, il magazziniere. Bastiano del c...!.
ignoto: Una cosa cos non si fa....
v: A meno di essere in cinquanta!.
i: Lui aveva quelli della Bosnia, che gli hanno portato le armi, quelli che
stanno coi calabresi... e hanno fatto numero.
v: Noi non siamo andati,
i: Adesso loro dove sono?
v: A Bologna, hanno altri amici. Hanno telefonato di l, hanno rivendicato
Falange Armata, per sviare,
i: E quelli della Bosnia stanno sempre con loro?
v: Nooo, quelli se ne vanno,
i: L'aveva capito, la polizia!.
v: Ma non dovevano usare il Cherokee rosso, non dovevano!,
i: La jeep?
v: Quella rossa, l'avevamo usata anche noi in Svizzera, la conoscono in
parecchi [...]. E loro l'hanno lasciata l!(8).
Senza un soldo, alle prese con i rimbrotti dei complici ma anche
con gli informatori e i fornitori delle auto rubate ancora da pagare,
Gorla e Mazzeo pensavano solo a organizzare quanto prima una
nuova rapina. Forse a Crema, dove i loro sopralluoghi - spiati da
lontano dalla polizia - erano quotidiani, quasi quanto le esercitazioni
di Gorla col mitra, per le quali andava in una cava di sabbia.
Ma fra i possibili obbiettivi ce n'era un altro, se possibile ancora
pi azzardato di quello, mancato, ad Affori: nientemeno che la
Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana, luogo-simbolo della
stagione dello stragismo. La banda vi aveva nascosto telecamere e
microfoni per studiare e registrare tutti i movimenti di denaro, che
seguiva dall'interno di un furgone parcheggiato nelle vicinanze.
Possiamo solo immaginare che cosa sarebbe potuto succedere se
qualcosa fosse andato storto, come in via Imbonati, durante la rapina
che i banditi intendevano mettere a segno nel pieno centro cittadino,
davanti al Comando centrale dei vigili urbani e a due passi da
numerosi luoghi sensibili presidiati in forze dalla polizia, come
il Palazzo di Giustizia. Perch, fortunatamente, quel colpo ai limiti
dell'impossibile i banditi non fecero in tempo a tentarlo.
Nei guai, con Gorla, fin anche la donna che gli aveva offerto
ospitalit. Il rapporto tra il bandito latitante e l'assessore comunale
non era mai stato tranquillo, al contrario: le liti erano all'ordine del
giorno, anche per l'abitudine dell'uomo di frequentare prostitute. E
da alcuni dialoghi intercettati, gli inquirenti avevano il sospetto che
Rita Sanvittore fosse al corrente della vera vita che conduceva l'uomo.
Circa il suo rapporto con l'ex terrorista, ebbe a dire:
Mi sono innamorata perdutamente di lui. Ma non sapevo che vivesse di rapine
e tantomeno che potesse essere un assassino. Anzi, io non sospettavo nemmeno
che fosse un latitante [...]. Per lungo tempo, non mi sono assolutamente resa
conto di chi avevo di fronte: mi aveva detto di chiamarsi Ezio Ieluzzi [in
realt un altro membro della banda, anche lui finito agli arresti, n.d.a.\. Gli
rinfacciavo di continuo i suoi tradimenti, le sue bugie. Ho tentato pi volte
di lasciarlo. Ma non ce l'ho mai fatta(9).
Cos prese le difese della donna la madre, Lina:
Mia figlia si  rovinata per amore. Quel disgraziato, quando veniva a mangiare
da noi, si presentava bene, non disturbava nessuno. Solo ora ricordo
che stava quasi sempre zitto. Nessuno di noi, n mio marito n gli altri tre
figli, ha mai sospettato che lui fosse un rapinatore: giurava di lavorare come
muratore a Rozzano. E mia figlia la faceva vivere in miseria. Era un amore
nato male: in un anno e mezzo,  stato tutto un lasciarsi e riprendersi. Ma che
colpa ne ha lei, se il suo uomo era un delinquente?(10).
Pacifista e animalista (in casa teneva due cani e tre gatti), nel suo
passato Rita Sanvittore aveva solo una segnalazione della polizia
per un vecchio corteo contro i missili a Comiso. La lunga battaglia
intrapresa dal suo avvocato difensore Giuliano Pisapia (l'attuale
sindaco di Milano) per far cadere l'accusa di favoreggiamento, ha
avuto successo solo nel terzo grado di giudizio, quando - dopo uno
sconto di pena in appello - la Cassazione ha annullato la condanna
senza rinvio, perch il fatto non sussiste.
Quanto ai principali imputati per la sparatoria in via Imbonati,
Gorla, Mazzeo e Petrillo sono stati condannati all'ergastolo, pena
confermata sia in Appello che dalla Cassazione; mentre Canavesi si
 beccato ventisei anni, elevati a ventisette nel giudizio di secondo
grado.
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Note.
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1. P. Foschini, Le intercettazioni, Corriere della Sera, 28 luglio 1999.
2. F. Gatti, Gli identikit, Corriere della Sera, 27 luglio 1999.
3. P. Biondani, La gang degli ex terroristi, Corriere della Sera, 30 luglio 1999.
4. F. Gatti, Assessore copriva l'ex terrorista della banda, Corriere della Sera, 28 luglio 1999.
5. P. Bfiondarli], L'assalto di va Imbonati Gli uomini della banda si vedevano in discoteca,
Corriere della Sera, 7 agosto 1999.
6. P. Foschini, Detenuti in libert nel commando killer, Corriere della Sera, 27 luglio 1999.
7. Id,,Le intercettazioni, cit.
8. Ibidem.
9. d., L'assessore innamorata: ho tentato di lasciare Gorla, non ce l'ho fatta, Corriere della
Sera, 29 luglio 1999.
10. Ibidem.
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FINE.
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Bibliografia.
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Archivi.
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Archivio storico lombardo
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Chili, con Virna Lisi, Carlo Giuffr, Sergio Fantoni.
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Vallanzasca - Gli angeli del male (Italia 2010), di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna.
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Villa Triste (Italia?), di Fabrizio Favilli, con Massimo Sarchielli, Lawrence Raw, Ely Siosopulos, Simone Faucci, Rosalba Battaglia.
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FINE.